lunedì 16 ottobre 2017

Il giudizio universale


 
Il giudizio universale (1961) regia di Vittorio De Sica. Soggetto e sceneggiatura di Cesare Zavattini. Fotografia di Gabor Pogany. Musiche di Alessandro Cicognini. Interpreti: Paolo Stoppa, Nino Manfredi, Marisa Merlini, Vittorio Gassman, Akim Tamiroff, Jack Palance, Silvana Mangano, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Renato Rascel, Jimmy Durante, Ernest Borgnine, Fernandel, Elli Davis, Melina Mercouri, Andreina Pagnani, George Riviere, Anouk Aimée, Jaime de Mora y Aragon, Vittorio De Sica, Pietro De Vico, Mike Bongiorno, Eleonora Brown, Maria Pia Casilio, Elisa Cegani, Lino Ventura, Lamberto Maggiorani, Ottavio Bugatti, Regina Bianchi, Alberto Sordi, Domenico Modugno, Pasquale Cutolo, e molti altri. Durata: 100 minuti.

“Il giudizio universale” di Vittorio De Sica (scritto con Zavattini) inizia con una voce tonante che scende dal cielo: “Alle 18 incomincia il Giudizio Universale!”. Tutti si fermano e guardano in alto, pensano a una pubblicità, ma non ci sono altoparlanti, non si vede niente in giro, cosa sta succedendo? La voce tonante e impressionante, avrei scoperto molti anni dopo, era quella del basso Nicola Rossi Lemeni.

 
E’ un film che avevo visto da bambino in tv, e mi era piaciuto molto anche se molte scene non le avevo capite; è divertente e ben scritto e continua a piacermi molto, ma è completamente scomparso dalle tv (che pure replicano ogni sorta di fetecchie) e anche trovare il dvd è diventata un’impresa.
In teoria (ma soltanto in teoria) si potrebbe definire come un film a episodi: ma sono episodi intrecciati fra loro, un mosaico o un caleidoscopio, costruito con grande intelligenza da Cesare Zavattini, e diretto con divertimento e con bravura da Vittorio De Sica. De Sica e Zavattini, insieme, hanno costruito alcuni dei film più belli e più grandi del cinema italiano; nel 1961 siamo verso la fine della loro collaborazione, ma "Il giudizio universale" è uno dei loro film più belli. Per intenderci, Zavattini e De Sica usano la stessa tecnica che poi sarà tipica (ovviamente con stile diverso) di Robert Altman, molte storie raccontate insieme, senza un vero protagonista, e portate avanti contemporaneamente fino alla conclusione. Che è una bella conclusione, poeticamente risolta con grazia (il ragazzo e la ragazza, giovanissimi e innamoratissimi, che finalmente possono stare insieme e che continuano a ballare senza accorgersi più di cosa succede intorno a loro) e costruita con grande maestria di sceneggiatura. Spero che nelle scuole di cinema si porti questo film come esempio, magari insieme a "Miracolo a Milano": è così che si costruisce una sceneggiatura. Zavattini, oltre alla grande bravura tecnica come scrittore e sceneggiatore, inserisce con grazia e senza mai farlo pesare temi importanti anche in un film comico, temi purtroppo fondamentali ancora oggi, come nell'episodio di Franchi e Ingrassia: il posto di lavoro è uno solo, ma loro sono in due e sono amici, che fare? Oggi succede questo: i posti di lavoro sono due, si presentano duecento persone... Il film è anche un po' invecchiato, va da sè; ha più di mezzo secolo e lo dimostra, ma è sempre un film divertente e piacevolissimo.

 
Gli attori sono tutti famosi o famosissimi, o in procinto di diventarlo; dovessi sceglierne uno soltanto sceglierei la risata di Marisa Merlini, insieme al bambino, nell'episodio di Vittorio Gassman (che qui ha l'intelligenza di fare da spalla, ma lo fa alla grande). O, magari, Paolo Stoppa (reduce da Pirandello, tragico e sofferto anche in una parte comica); o, ancora, il leggendario Pietro De Vico che vende ombrelli approfittando del diluvio universale (mai lasciar perdere un'occasione).



E’ l’unico film di Nicola Rossi Lemeni, che non vi appare di persona ma solo in voce, e fa comunque una gran bella figura; non so perché, ma mi ero convinto che avesse girato molti altri film come attore, ma non è così. “Il giudizio universale” esce nel 1961, quando il basso Rossi Lemeni era nel pieno della sua carriera; oltre a registrazioni d’opera e di concerti prima era apparso come ospite alla tv americana nel 1952 in “Toast of the town”. Una curiosità è che il basso Rossi Lemeni, nato a Costantinopoli da padre italiano e madre russa (1920-1991) viene indicato come “actress” su imdb; per chi parla inglese “Nicola” è infatti un nome femminile. Il resto della scheda a lui dedicata è corretta, ma c’è questa piccola svista che mi ha ricordato un disco di Bert Jansch dedicato alla sua ragazza, e che si intitola appunto “Nicola”.



In conclusione, a parte Rossi Lemeni e la sua voce soprannaturale, bisogna ancora ricordare che “Il giudizio universale” di De Sica e Zavattini si svolge in gran parte a Napoli, e alcune sequenze sono state girate dentro il Teatro San Carlo. In particolare, il finale: che è a colori, mentre tutto il resto del film è in bianco e nero. Passata la paura, tutti i personaggi si ritrovano al Gran Ballo: e così finisce il film, con le musiche scritte da Alessandro Cicognini e dirette da Franco Ferrara.



 
(le immagini vengono tutte dal finale del film,
girate dentro il Teatro San Carlo di Napoli;
la signora con l'occhio nero è Silvana Mangano)
 
 
 


sabato 14 ottobre 2017

Marionette (Beniamino Gigli)


Marionette (1939) Regia di Carmine Gallone. Scritto da Ernst Maritschka. Fotografia di Musiche di Verdi, Schubert, Brahms, Flotow. Auber. Canzoni di Bixio e Melichar. Marionette di Yambo (A.Novelli). Interpreti: Beniamino Gigli, Carla Rust, Lucia Englisch, Nicola Maldacea, Paul Kemp, Theo Lingen, Marcello Mastroianni, e molti altri. Durata: 95 minuti

Nel film "Marionette" Beniamino Gigli interpreta un tenore ricco famoso (Mario Rossi è il nome scelto per il personaggio) che per sfuggire al pressante calendario impostogli dal suo agente molla tutto e va in campagna sotto falso nome. Va nella vigna di sua proprietà, che cura personalmente proprio come un qualsiasi contadino. Mentre si sta spostando in bicicletta, vestito in tutto e per tutto come uno del posto, provoca la brusca frenata del camion di un teatro di marionette; scopre che il proprietario del teatrino è un suo amico e, dato che nella frenata sono caduti i dischi usati abitualmente negli spettacoli, si offre di cantare lui stesso di persona, nascosto dietro una tenda. Qui lo ascolta una donna giovane e ricca, che si convince di aver scoperto un fenomeno e vuole scritturarlo; c'è tutta una serie di equivoci e alla fine l'amore trionfa. Gigli canta quasi soltanto canzoni, "mamma non vuole babbo nemmeno" fa da motivo conduttore; poi canta Bixio, qualche altra canzone, e M'apparì dalla Martha di Flotow. Nel finale, in concerto, arie dal Rigoletto, la Serenata di Schubert in italiano e la Ninna nanna di Brahms in tedesco, ma purtroppo sempre interrotto e sovrapposto alle voci degli altri attori. Le marionette sono di Yambo ( A.Novelli, secondo i titoli di testa; difficile reperire informazioni in proposito, posso solo ricordare che lo scrittore e disegnatore Yambo si chiamava Enrico Novelli) e sono molto belle e molto somiglianti agli attori che vediamo nel film, e anche mosse magnificamente: mettono in scena il Rigoletto, voce di Gigli per il Duca, più l'aria famosa dal Fra Diavolo di Auber, "quell'uom di fiero aspetto". Gli attori sono in gran parte tedeschi, è infatti una coproduzione italo-tedesca girata a Cinecittà; Nicola Maldacea ha una piccola parte come uno degli attori, su www.imdb.com  segnalano anche la presenza di Marcello Mastroianni, probabilmente una comparsa (io non l'ho notato). Carla Rust è l'innamorata di Gigli, Lucia Englisch la cuoca graziosa e vivace che viene fatta passare per contessa da Gigli e dai suoi amici. Gli aiutanti del marionettista sono recitati da un duo tedesco (Paul Kemp e Theo Lingen) che dovrebbe essere comico ma le loro scene sono piuttosto noiose. Non un gran film, ma non dispiace. Gigli è già piuttosto traccagnotto, come attore fa quel che può ma nel complesso regge bene la scena e piace.

 

giovedì 12 ottobre 2017

Toffolo music


- Culastrisce nobile veneziano (1976) Regia di Flavio Mogherini. Soggetto di Maurizio Costanzo. Fotografia di Carlo Carlini. Musiche di Vivaldi, Albinoni, Mendelssohn, e altri; flautista Giorgio Zagnoni. Musiche per il film di Detto Mariano. Interpreti: Marcello Mastroianni, Lino Toffolo, Claudia Mori, Anna Miserocchi, Flora Carabella, Nikki Gentile, Silvano Bernabei (voce di Claudio Amendola). Durata: 110 minuti
- Il merlo maschio (1971 - vedi archivio blog) Regia Pasquale Festa Campanile. Soggetto di Luciano Bianciardi ("Il complesso di Loth"). Musiche di Rossini e Verdi. Musiche scritte per il film: Riz Ortolani. Interpreti: Laura Antonelli, Lino Toffolo, Gianrico Tedeschi, Lando Buzzanca, Luciano Bianciardi, Ferruccio De Ceresa, Elsa Vazzoler, e altri. Durata: 112 minuti

Lino Tòffolo, veneziano doc, 1934-2016, è stato uno dei comici più divertenti della sua generazione; non è mai arrivato ad essere una star strapagata, e di questo mi dispiace molto. Di carattere schivo, probabilmente timido e riservato, di lui si racconta che al Derby di Milano, negli anni '60, fosse quello che aveva più successo di pubblico. Era Lino Toffolo quello che "faceva venir giù il teatro", insomma: e a dirlo sono i suoi stessi compagni d'avventura, Cochi e Renato, Jannacci, Walter Valdi, e tutti gli altri. Al cinema non ha reso molto, direi che è stato quasi sempre utilizzato male; io lo ricordo soprattutto per il suo "interprete veneziano" in "Brancaleone alle Crociate", a fianco di Vittorio Gassman. I veneziani, si sa, erano grandi viaggiatori e commercianti, al tempo di Brancaleone da Norcia; da qui l'utilità di avere un interprete in tempi di invasioni barbariche e saracene. Un interprete placido ed efficientissimo, quello di Lino Toffolo: e chi ricorda il film probabilmente a questo punto si troverà a sorridere.
Curiosamente, al cinema hanno dato spesso ruoli da musicista a Lino Toffolo. Non so se fosse davvero musicista di formazione, di certo suonava la chitarra come documenta il bel filmato dove Toffolo suona e canta "Addio Lugano bella" in quintetto con Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Otello Profazio e Silverio Pisu (il video è disponibile su youtube).

Toffolo interpreta un violoncellista in un film tra i peggiori del cinema italiano, "Il merlo maschio" di Pasquale Festa Campanile (1971); ne ho già parlato in questo blog perché è ambientato dentro l'Arena di Verona. Si tratta di un ruolo di spalla dove Lino Toffolo non ha una gran parte; è invece più articolato il suo ruolo, quasi da protagonista, in un film girato cinque anni dopo, nel 1976, "Culastrisce nobile veneziano", che ho voluto guardare per rispetto verso Marcello Mastroianni. Un'altra boiata, verrebbe da dire, ma con qualche motivo d'interesse musicale che riporto qui sotto. I giudizio perfetto lo trovo su wikipedia.it : «curato nell'impaginazione ma progressivamente scadente nel contenuto... pretenziosi ammiccamenti a Fellini.»

"Culastrisce nobile veneziano" è invece un film diretto nel 1976 da Flavio Mogherini su soggetto di Maurizio Costanzo; non è un film d'epoca come avevo pensato fino a oggi ma si affida a Mastroianni uno di quei personaggi che di solito in quegli anni spettavano a Gassman, il ricco signore ancora giovane ma un po' fuori di testa che nel suo bella villa veneziana con servitù immagina di vedere la moglie che non c'è (o che non c'è più?) e si comporta come se lei ci fosse sempre. Nella villa del marchese, che è violoncellista, arriva Lino Toffolo che nel film interpreta un ottimo organista ridottosi a fare una vita vagabonda che sbarca il lunario suonando a matrimoni e funerali. I due fanno in qualche modo amicizia, e Toffolo ha per combinazione sottomano una prostituta somigliantissima al ritratto della moglie del marchese (Claudia Mori) e grazie a lei impedisce l'interdizione del marchese chiesta dai suoi parenti. Il soprannome "Culastrice" sarebbe incomprensibile se non fosse per un veloce accenno, quasi incomprensibile, a un antenato del marchese (cioè Mastroianni) che servì il Papa in secoli lontani; immagino per via di un costume d'epoca sul tipo di quello delle guardie svizzere. Nella storia vengono introdotti personaggi loschi (Celentano) ma qui la storiellina già esile sbraga, siamo di fronte a un filmetto come tanti nonostante le apparenze e la bella confezione. Le apparenze sono Venezia e i suoi palazzi storici, con belle riprese sulle quali bisognerà andare a intuito o a memoria, perché manca qualsiasi indicazione sui luoghi del film: dov'è la villa di Mastroianni, interni ed esterni? E' forse Ca' Rezzonico per gli interni? Di sicuro c'è il Teatro Olimpico di Vicenza, con belle riprese: ci suonano Lino Toffolo e Mastroianni (Vivaldi). Si vedono e si citano Tiepolo ("La rivolta delle baccanti", "La fustigazione") e Veronese. Si accenna a un concerto di Karajan a Venezia, sempre in luoghi storici (è mai avvenuto?).
 

All'inizio, l'organista Toffolo suona la marcia nuziale di Mendelssohn a un funerale (nella fretta si è confuso) poi suona un brano più consono che non è certo il Requiem di Mozart a cui si accenna: «mi hanno dato solo cinquemila lire, la prossima volta gli suono Pergolesi». Si cita e si ascolta (in parte) Albinoni, l'adagio dalla Sonata n.7 op.15 per violoncello e basso continuo (è la scena dell'incontro fra Mastroianni e Toffolo).

Altri appunti: 1) Mastroianni suona il violoncello come in Mastorna 2) Toffolo come Sancio, Mastroianni come Don Chisciotte, Luisa come Dulcinea (Claudia Mori, popolana ma anche marchesa) 3) il flautista che si ascolta è Giorgio Zagnoni, ma noi vediamo suonare una modella di bella presenza 4) il personaggio di Toffolo si chiama Agostino Nebiolo, quello di Mastroianni è un Luca Maria (sic) 5) passaggi per Venezia di preti e discorsi anticlericali, spunti non necessari alla narrazione e subito dimenticati, puro e semplice pretesto per sequenze con pretese che vorrebbero essere felliniane e invece risultano molto di maniera. 6) Mongolfiere e auto a trecento all'ora per le strade del Veneto completano l'opera, e non manca un tuffo nei canali di Venezia, obbligatorio o quasi nei film ambientati a Venezia.
Le musiche scritte apposta per il film sono di Detto Mariano, nel cast Anna Miserocchi, Flora Carabella, Nikki Gentile, la voce romanesca di Claudio Amendola che doppia il Vincenzo di Silvano Bernabei. Un film con buoni spunti, però sprecati o dalla regia o dalla produzione, chissà.




(Ho preso queste immagini in rete, sono molto belle e ringrazio chi le ha rese disponibili)

domenica 8 ottobre 2017

Nanni Moretti su La7, e Rai5 in bianco e nero (ovvero: il referendum del 1995)


 
Scorro i programmi della tv, su televideo, e mi accorgo che questa sera c'è un film che non ho più visto da quando era uscito nei cinema: è di Nanni Moretti, "Caro diario". Così accendo il televisore su La7, e trovo la Santanché. Cambio subito canale, torno dopo cinque minuti, la Santanché è ancora lì. Implacabile. Ripeto l'operazione, torno su La7, ma non si sfugge dalla Santanché. Forse il film di Nanni Moretti è saltato? Ma no, adesso arriva. Ascolto l'introduzione dell'autore (nulla che non sapessi già), lo guardo per un po', poi c'è la pubblicità, poi torna il film, poi c'è la pubblicità, lascio perdere, amen. 
Che dire. Nanni Moretti su La7 fa tristezza. Spero che lui se ne renda conto, lui nato come alternativo, autarchico, indipendente, che commenta i suoi film su Telesantanché, interrotto da un'enormità di spot. Spero che l'abbiano pagato bene, si sa che i soldi per i progetti futuri sono sempre ben accetti, e se è così sono contento per lui e per i suoi collaboratori, ma la tristezza rimane.

Ne è passato di tempo dal referendum del 1995, quello sulle televendite. Ne è passato così tanto che non se lo ricorda più nessuno, forse sono rimasto solo io a ricordarmelo. Eppure, ai tempi se ne parlò moltissimo, quel referendum era assieme a tanti altri (troppi e tutti insieme, uno dei tanti errori dei radicali e di Marco Pannella) ma si prese tutta la scena. In tv passavano ad ogni momento i volti noti delle tv di Berlusconi, volti amatissimi, Vianello e la Mondaini in prima linea, Maurizio Costanzo, Mike Bongiorno... dimenticati anche loro (chissà se sotto i venticinque anni c'è qualcuno che sa chi sono), difendevano le televendite e gli spot in tv. Et pour cause, come direbbe Snoopy, era la loro personale fonte di guadagno (sempre meglio che lavorare, avrebbero detto a me se mi fosse capitata quella fortuna). Il referendum del 1995 è stato l'inizio del deterioramento definitivo della televisione italiana. Prima, prima di quel '95, si discuteva ancora, c'erano ancora diverse idee, in tv passavano tante cose diverse, c'era ancora la voglia di far qualcosa di nuovo e di bello. Ma se comandano i pubblicitari, il nuovo e il bello non va più bene: serve qualcosa di simile a quello che è sempre stato fatto, e chi propone idee nuove viene subito emarginato. Di conseguenza, tutti a fare sempre le stesse cose (il rischiatutto, l'isola dei famosi, il talent show, il gioco dei pacchi, eccetera). C'è chi non se lo ricorda ma prima di quel 1995 Rete 4 trasmetteva tutta la stagione sinfonica della Scala, alle volte anche in diretta. Claudio Abbado e la Filarmonica della Scala in prima serata su Rete 4: riuscite a immaginarvelo? Se non ci credete, vi porto qui qualche immagine, datata 1990 come data di trasmissione (il concerto è del 1986, Debussy con Frederica von Stade)

 
E' per questo che Nanni Moretti su La7 fa tristezza. E' la fine definitiva, chi sperava in una tv di qualità adesso non spera più. Non che io mi facessi delle grandi illusioni, neanche prima, ma questa di Nanni Moretti immerso nello spot fino al collo è proprio la pietra tombale su ogni sorta di speranze. Ormai esiste un solo modello di tv, quello dei pubblicitari padroni degli spot. Un pensiero unico che non ammette evasioni, quasi come la Germania Est o la Corea del Nord. Sul digitale terrestre ci sono centinaia di canali, tutti uguali, tutti costruiti e pensati per la pubblicità. Esiste altro al mondo? In passato si cercava di fare dei bei programmi per attirare la pubblicità, adesso i programmi (inclusi i capolavori del cinema, catalogati anch'essi come "programma") sono solo l'equivalente dell'imballaggio di un pacco. Il pacco che stanno tirando a tutti voi (io mi tiro fuori, sia pure con grande tristezza).
La stessa cosa, magari anche in peggio perché si tratta di servizio pubblico (paghiamo il canone per questo), succede su Rai 5: non c'è più la pubblicità, ma ci si comporta come se ci fosse ancora. Faccio solo un esempio, per me clamoroso: fino a un paio d'anni fa Rai 5 trasmetteva repliche di grandi produzioni Rai del passato, con attori e interpreti di grande livello. Shakespeare con Salvo Randone e Vittorio Gassman, Pirandello con Romolo Valli e Rossella Falk, magari anche un Trovatore con Corelli; ma oggi non più, perché sono in bianco e nero. La Rai si vergogna del suo passato glorioso, quello più alto e più professionale? Direi proprio di sì, così è andata.

 
Come si stila un palinsesto, oggi? Semplice, butti giù un po' di serie tv ed è fatta. Così il programmista, o la programmista (in questo caso non fa differenza, vengono sempre dalla stessa scuola) finisce di lavorare presto, e può andare in discoteca o alla movida (e dove se no?) (esiste qualcos'altro, al mondo?). La stessa fine ha fatto Rai Storia: dopo un inizio interessante, oggi è occupata da gente che legge la sua tesina mettendo prima di tutto se stessi in bella mostra, e in sottofondo qualche immagine di repertorio (ma non troppe, che se no non si vede la faccia del conduttore). Anche qui, vietato far fatica ( i documentaristi seri lavorano troppo, bisogna pur dirlo), e poi così si va a casa prima, e il palinsesto è bell'e che riempito in un amen.


Intanto, se si accende la tv prima del "prime time" (che è un'invenzione dei pubblicitari, detto en passant: nel "prime time", cioè alle nove di sera, molta gente lavora, molta altra gente sta cenando o curando i bambini, molta altra gente ancora esce e non guarda la tv, e sotto i vent'anni tutti sono su youtube, la tv non l'accendono proprio), cioè dalle sei del mattino alle 20:59, ecco che cosa si può vedere.
 
La morte può attendere, certo. Un'idea geniale, chissà chi è quella mente meravigliosa che ha partorito un'idiozia simile, e soprattutto chi è quell'idiota altrettanto fenomenale che l'ha approvata e diffusa su tutte le reti tv.
Ma, intanto, si vorrebbe vivere una vita migliore, e se questo è un progetto troppo difficile, almeno una tv migliore - questa è una cosa che si potrebbe avere, ma con il Nanni Moretti del 2017, o con i programmisti di Rai5 e di Radiotre di questi anni, facciamoci una croce sopra, forget it, adieu, sorbitevela voi la Santanché che io spengo la tv. Però magari Nanni Moretti è contento: cuntént, Nanni? Contento tu, contento Zoro, contento Crozza, contenti anche Marco Paolini e Moni Ovadia che in quel film recitavano con Moretti. Contenti tutti e non se ne parla più. Ad maiora.
 
 
(le vignette vengono dalla Settimana Enigmistica, Michelle Pfeiffer è nel film di Scorsese "L'età dell'innocenza", la vignetta di Altan è dedicata all'esito del referendum del 1995)
 

mercoledì 4 ottobre 2017

Song o' my heart


 
Song o' my heart (1929) Regia di Frank Borzage. Scritto da Tom Barry e Sonya Levien. Fotografia di Al Brick, Chester Lyons, J.O. Taylor. Musica: canzoni irlandesi e da concerto. Interpreti: John McCormack, Maureen O'Sullivan, Alice Joyce, Edwin Schneider, John Garrick, Effie Ellsler, Tommy Clifford, e altri. Durata: 85 minuti.

"Song o' my heart", del 1929, è uno dei primi film sonori; ha per protagonista John Mc Cormack nei panni di un celebre tenore che vive tranquillo in un piccolo paese d'Irlanda, e a un certo punto riceve una scrittura importante dall'America per un lungo tour di concerti. Accetta e parte, però a un certo punto romperà il contratto, pagando anche una penale, per tornare a casa ad aiutare i due figli dell'amica Mary (Alice Joyce) rimasti improvvisamente senza madre. Aiuterà la figlia maggiore di Mary (Maureen O'Sullivan, diciottenne) a sposarsi con l'architetto Fergus, e terrà con sè come un figlio il fratellino. Tra i personaggi l'arcigna zia Elizabeth, la devota governante e l'amico pianista interpretato da Edwin Schneider. C'è molta musica, quasi tutte canzoni irlandesi, niente arie d'opera; l'elenco delle canzoni è in fondo a questo post.

Al minuto 23 il bambino aziona il mantice dell'organo per Vincent (cioè Edwin Schneider) e i bambini chiedono a Sean (cioè John Mc Cormack) di cantare una fiaba. Sean accetta volentieri e chiede ai bambini di scegliere: il Leprechaun o la Principessa? Vince una bambina, e Sean canta la storia della principessa.
Gli attori: Maureen O'Sullivan (1911-1998) farà Tarzan nel 1932, al fianco di Johnny Weissmueller, e poi continuerà con una carriera notevole d'attrice. Alice Joyce (1890-1958) è stata un'attrice importante negli anni '20, qui interpreta la madre. Edwin Schneider, che ha una presenza piacevole come attore, era pianista accompagnatore di John Mc Cormack anche nei concerti e nei dischi. John Mc Cormack (1884-1945) ricorda un po' Carlo Bergonzi nel fisico e recita piuttosto bene. Frank Borzage è un regista importante, con una lunga carriera ricca di successi, attivo fin dagli anni '10 prima come attore e poi come regista.
La partenza di Sean per New York è al minuto 49, cioè a metà film; a New York trova un italiano con cui ha cantato alla Scala, i dialoghi sono in italiano, viene salutato con un bel "ciao Giovanni!". Segue una lunga sequenza in concerto, canto e pianoforte, con canzoni irlandesi delle quali conoscevo bene solo "I hear you calling me", qui usata come presentimento della morte dell'amica Mary. Visto su youtube, in un'edizione ottimamente restaurata; è un film piacevole ancora oggi anche se molto datato, cosa che in fin dei conti non disturba affatto.


Questo è l'elenco delle canzoni e delle arie da concerto cantate da John mc Cormack nel film, preso da www.imdb.com :
- A Fairy Story by the Fire, di Oskar Merikanto; testo di Angela Campbell-MacInnes
- I Feel You Near Me, di Joseph McCarthy e James F. Hanley
- I Hear You Calling Me, di Harold Herford e Charles Marshall
- Ireland, Mother Ireland, di P.J. O'Reilly e Raymond Loughborough
- Just for Today, di Sybil F. Partridge e Blanche Ebert Seaver
- Little Boy Blue, testo di Eugene Field, musica di Ethelbert Nevin
- Luoghi Sereni e Cari, di Stefano Donaudy
- A Pair of Blue Eyes, di William Kernell
- Plaisir d'Armour, testo di Jean-Pierre Claris de Florian, musica di Johann Martini
- The Rose of Tralee, di Charles W. Glover e C. Mordaunt Spencer
Sung by John McCormack
- Then You'll Remember Me, da "The Bohemian Girl" di Michael William Balfe
- All Mein Gedanken, traditional
- Kitty, My Love, Will You Marry Me?, traditional
- The Magpie's Nest, traditional


domenica 1 ottobre 2017

La corazzata Potëmkin


La corazzata Potëmkin (1925). Regia di Sergej Eisenstein. Scritto da Sergej Eisenstein su un abbozzo di Nina Agadzanova-Sutko. Fotografia di Eduard Tissé. Musica di Edmund Meisel, nella rielaborazione e orchestrazione di Mark Andreas. eseguita dall'orchestra RTSI (Radio Tv Svizzera Italiana) dir. Mark Andreas. Interpreti: marinai della Flotta del Mar Nero, cittadini di Odessa, attori del Teatro del Proletkult. Durata: 70 minuti circa, secondo le varie versioni ricostruite

Sia ben chiaro: nessuno è mai stato obbligato o costretto a guardare "La corazzata Potiomkin". Gli unici che devono proprio vedere e conoscere questo film (spettacolare ancora oggi) sono gli studenti delle scuola di cinema, il che è ovvio e normale. Ci si può forse laureare in medicina senza studiare anatomia? Nella nostra vita quotidiana si è invece costretti e obbligati a sorbirsi il festival di Sanremo, la pubblicità, lo swing, le serie tv, il rap, le fesserie dei dee jay, il liscio, la formula uno, il moto gran premio, le battute scontatissime e noiose su parole come erba e uccello o sul nome di Attila, i film di Lino Banfi e di Paolo Villaggio, e tante altre cose obbligatorie ancora (in palestra, in ascensore, al supermercato, perfino al bancomat e nelle farmacie, è di fatto obbligatorio vedere o ascoltare tutte queste cose, delle quali farei volentieri a meno - ma purtroppo non posso).
Si può invece arrivare a quaranta o cinquant'anni ignorando del tutto la musica di Brahms o i film più grandi della storia del cinema, questo è più che dimostrato ed è davvero molto triste. Chi fa certe battute, e non solo sui film di Eisenstein, ama probabilmente mettere in mostra la propria personale ignoranza o insipienza (cose alle quali si può rimediare, sia chiaro), perché mostra con chiarezza in quale ambito va a pescare la propria personale esperienza e anche l'immaginario, che in questo caso non è il proprio personale ma un timbro (un microchip) messo da qualcun altro nelle vostre teste. Accorgersi di questo "timbro" è il primo passo verso l'uscita dall'ignoranza (non che sia facile, ma già mettere in discussione ciò che si dice in tv o nei social network o sui giornali è un ottimo punto di partenza).
"La corazzata Potiomkin" è un film che serve per capire la storia del cinema, passaggio necessario e anche piacevole perché si tratta di un film spettacolare, ancora oggi emozionante in molte sue sequenze. Serve anche per non dare per scontate le cose che ci circondano, non solo il cinema come lo vediamo oggi e anche la tv e i video su internet (i primi piani, il montaggio: è vero che lo fanno tutti, ma Eisenstein fu il primo a usare e teorizzare queste tecniche), ma anche l'assistenza pubblica, la democrazia stessa, la tutela della maternità, il lavoro minorile, le tutele sul lavoro, le pensioni, tutte cose che diamo per scontate, come se ci fossero sempre state, ma che scontate non sono affatto e che anzi corrono il rischio di esserci tolte in questo inizio di millennio, libertà compresa.
Scrivo oggi queste parole perché Eisenstein e i suoi film sono stati spesso vilipesi o trattati in maniera impropria (eufemismo): per esempio Peter Greenaway ha di recente realizzato un film sulla vita sessuale dell'autore, vale a dire il soggetto meno interessante mai realizzato nella storia del cinema. Ma chi se ne frega di cosa faceva Eisenstein nel suo privato, piuttosto che si guardino i suoi film, che si incoraggi a vederli, che li si programmi con regolarità in tv, cosa che non succede più da tempo. Sono i film di Eisenstein che interessano, non quello che faceva nel suo tempo libero. Ed è sempre più difficile realizzare film di qualità; chi ha la possibilità di fare cinema dovrebbe e potrebbe scegliere meglio i soggetti.
Ma oggi parlerò soltanto della musica per "La corazzata Potiomkin", perché questo blog esiste per la musica nei film. Mi appoggio per questo a due musicologi esperti, Carlo Piccardi e Hans Jörg Pauli, che raccontarono tutto molto bene in una trasmissione della TSI, la tv della Svizzera Italiana.
PICCARDI: (...) un altro motivo d'interesse, che è poi quello che ci sta più a cuore in questa sede musicale, è la riproposta del film di Eisenstein con l'accompagnamento orchestrale originale, o se vogliamo d'epoca, nel senso che l'accompagnamento originale nella prima presentazione a Mosca nel 1925 non aveva al servizio del film una colonna sonora di un unico compositore. Si trattava di una compilazione, in quel caso; si ricorda l'Egmont di Beethoven in particolare, e la Francesca da Rimini di Ciaikovskij come brani principali su cui poggiava quella colonna sonora. Una colonna sonora ad hoc fu invece composta per questo film in occasione della presentazione tedesca dell'anno successivo, nel 1926.
Una colonna sonora che porta la firma di Edmund Meisel e che è importante perché fu elaborata a stretto contatto con Eisenstein, il quale si era spostato a Berlino per il lancio di questo film nell'Europa occidentale e che quindi suggerì al compositore le soluzioni musicali a lui gradite, quelle che aveva in mente. Infatti l'attaccamento di Eisenstein a questa versione musicale del film è dimostrato dal fatto che lo volle anche come accompagnamento musicale delle proiezioni successive avvenute a Londra. (...) Va forse chiarito perché come lancio europeo l'Unione Sovietica scelse Berlino e non altre capitali importanti come Parigi o Londra per far conoscere questo suo prodotto che era un film rivoluzionario (dal punto di vista della tecnica cinematografica) ma anche di propaganda, perché si tratta di un film anche di propaganda. Berlino era capitale di una nazione, la Repubblica di Weimar, che non era sicuramente paragonabile per regime all'Unione Sovietica ma che aveva alimentato, nel risveglio culturale del dopoguerra, una cultura fortemente orientata a sinistra, soprattutto l'arte (...) Questo spiega anche come mai fu scelto Meisel come musicista di questa colonna sonora. Edmund Meisel era il musicista ufficiale della compagnia di Erwin Piscàtor, quindi un rappresentante del teatro politico di sinistra, ed era anche un autore di canti politici rivoluzionari. Ha scritto anche una sinfonia dal titolo rivelatore "Rote symphonie". Quindi Meisel fu tra i primi ad essere considerato per la composizione di questa colonna sonora, fino all'assunzione dell'incarico ufficiale. E' una colonna sonora che poi, quando scomparve, divenne un mito. Quindi chiediamo a Hans J. Pauli di chiarirci prima di tutto l'origine di questa composizione, e poi come mai è ricordata nei libri di cinema come un fatto "mitico".
PAULI: E' diventata un "fatto mitico" perché non esisteva più. Anche altre musiche di Meisel erano andate perdute, per esempio la sinfonia per Berlino, "Symphonie eine Gross Stadt" . C'era una riduzione per pianoforte che si trovava in alcune "Kinematheque" (raccolte di brani per accompagnare i film durante la proiezione) ma di Meisel dopo l'avvento del nazismo nel 1933 non si trovava più niente, era come se Meisel non esistesse. E poi Meisel è morto giovane, e delle sue musiche non si sapeva più nulla. Il nome di Meisel si fa ancora nel libro di Kurt London "Film music" del 1936, uscito in Inghilterra dove London aveva dovuto emigrare a causa delle persecuzioni naziste essendo ebreo. Il libro di London è scritto in lingua inglese e si parla di questa musica scritta da Meisel per "La corazzata Potiomkin" in modo piuttosto generico, e se ne parla come di un capolavoro. Benissimo, ma non si capisce bene perché. Poi il nome di Meisel riappare nel libro di Eisner e Adorno, "Komposition für den Film", dove si dice che Meisel era senz'altro un talento mediocre, credo di citare letteralmente, però che usciva talmente da tutto quello che era di uso consueto nella musica da film in modo da riuscire a generare una certa impressione. Dunque, mediocrità sì sul livello puramente compositivo, ma fuori dagli schemi di Becce, della Kynotheque, e di tutto il primo cinema di quel periodo.
Poi, di nuovo, di Meisel non si seppe più nulla fino al 1949 quando la Mosfilm creò una copia sonorizzata, vale a dire non con i rumori, grazie a Dio, non con finti dialoghi sovrapposti ma solo con la musica. Fu incaricato un musicista sovietico di nome Krjùkov, nel 1949, ed è la composizione che noi abbiamo conosciuto nelle proiezioni cinematografiche dagli anni '50 in poi. E' una musica che può essere paragonata a Prokofiev ma un po' più volgare. Poi negli anni '70 i sovietici hanno fatto un'altra versione sonorizzata, poco dopo la morte di Sciostakovic, basata sulla compilazione di brani sinfonici di Sciostakovic, molto bella. Già questa seconda compilazione sovietica era più completa per quanto riguarda il film, le inquadrature, le scene, della versione che si conosceva prima. Quello che però si è dimenticato è che all'inizio degli anni '70 c'è stato un altro tentativo di recuperare la musica di Meisel; i sovietici non hanno preso in considerazione Meisel, forse perché non sapevano nemmeno loro dove fosse finito tutto il materiale. Nel 1970 o 1971 un cineasta americano esperto di cinema sovietico rivoluzionario, di nome J. Leyder (??) ha trovato nell'archivio Eisenstein a Mosca le parti per i vari strumenti scritte per un'orchestra di tipo cafè concerto. Nel 1971-72 Arthur Kleiner, uno dei pionieri della ricerca sulla musica del cinema muto, fece una prima ricostruzione di questa musica di Meisel sulla base delle parti strumentali ritrovate da J. Leyder (??) a Mosca. Questa sua ricostruzione è molto vicina a quella che abbiamo appena ascoltato che è di origine molto più recente.
PICCARDI: Sì, ed è basata sul ritrovamento dello spartito per piano.
PAULI: che in quel momento non era ancora disponibile.
PICCARDI: Ovviamente, non ci sono le parti dell'orchestra e quindi uno strumentatore ha provveduto a ricostruire la partitura.
PAULI: Però, per portare a termine questo discorso, per quasi quarant'anni Meisel era scomparso; e, visto che la sua musica, uscendo così dal normale e dal quotidiano della musica da cinema dell'epoca la sua musica aveva fatto una notevole impressione, in tutti quei decenni la fama di Meisel si è moltiplicata, gonfiata; oggi abbiamo la possibilità di ascoltarla (...)
(TSI, Televisione Svizzera Italiana, anno 1988)
 

Qualche data che può essere utile:
- Hanns Eisner e Theodor W. Adorno, 1969-75, Komposition für den Film
- Nikolaj Krjukov 1908-1961 (ha un fratello più celebre, Vladimir Nikolajevic Krjukov)
- Arthur Kleiner, viennese di nascita, 1903-1961
- Edmund Meisel 1894-1930, scrisse musica anche per Arnold Fanck (La montagna sacra) e per il film citato di Walter Ruttmann (con Karl Freund come collaboratore)
Non sono riuscito a risalire al nome preciso citato da Pauli, la pronuncia è più o meno quella indicata, qualcosa come Leyder o Lader (in inglese).



 

martedì 26 settembre 2017

Tosca (1941)


Tosca (1941) Regia di Jean Renoir (sequenze iniziali) e Carlo Koch. Soggetto di Victorien Sardou. Sceneggiatura di Alessandro De Stefani, Carmine Gallone, Carl Koch, Luchino Visconti, Jean Renoir. Fotografia di Ubaldo Arata (bianco e nero). Musiche di Paisiello e Puccini, adattate da Umberto Mancini. Direttore d'orchestra Fernando Previtali; orchestra Eiar di Roma, solisti Mafalda Favero e Ferruccio Tagliavini. Interpreti: Imperio Argentina, Rossano Brazzi, Michel Simon, Carla Candiani, Adriano Rimoldi, Claudio Ermelli, Olga V. Gentilli, Nicola Maldacea, Enzo Musumeci Greco. Durata: 1h37'.

Il film tratto da "Tosca" fu iniziato nel 1940 da Jean Renoir, reduce da "La regola del gioco", mandato a Roma dal governo francese che cercava di mantenere rapporti cordiali con il fascismo; la situazione ebbe però un rapido cambiamento in peggio. L'Italia entrò in guerra contro la Francia, e Jean Renoir abbandonò il film: di suo rimangono, secondo il volume del "Castoro Cinema", solo cinque inquadrature. Renoir tornò a Parigi, partendo subito dopo per gli Usa. Il film fu terminato da Carlo Koch (Carl Koch) che era uno dei suoi assistenti per questa produzione; aiuto registi di Koch furono Luchino Visconti e Lotte Reininger. Dura 1h37' ed è fedele al dramma di Sardou (quindi anche a Puccini, più o meno); di Renoir sono quasi certamente le prime scene, una bellissima panoramica di Roma e di Castel Sant'Angelo. Pare che l'intenzione di Renoir fosse proprio questa, mettere Roma al centro della narrazione. Il film così come è oggi è invece piuttosto convenzionale; a me è sembrato privo di ritmo e molto di maniera nella narrazione, non brutto ma sempre prevedibile negli sviluppi. Però a questo punto bisognerebbe chiedere il parere di qualcuno che ignori del tutto la storia narrata: "Tosca" è davvero troppo famosa e certamente nel mio giudizio sono condizionato dai tanti ascolti di Puccini.


La protagonista è Imperio Argentina, pseudonimo di Magdalena Nilé Del Rio (nativa di Buenos Aires) che è bella e brava ma che potrebbe essere tranquillamente sostituita da un'altra attrice: non è che lasci il segno in questo film. Cavaradossi è Rossano Brazzi, molto giovane. Michel Simon è uno strano Scarpia, ovviamente doppiato; direi bravo ma fuori parte (ma, qui, gioca il ricordo de "L'Atalante" di Jean Vigo e di "Boudu salvato dalle acque" di Jean Renoir, di poco precedenti), così truccato e rigido, parrucca e abiti ancora settecenteschi. Carla Candiani, dal naso affilato, è l'Attavanti; Adriano Rimoldi è Angelotti (parte cospicua, non come in Puccini), Olga V. Gentilli è la regina di Napoli. Il Papa c'è ma lo si ascolta soltanto, è in una stanza dove gli portano la notizia sbagliata su Marengo. Claudio Ermelli è Paisiello: Tosca canta e prova sotto la direzione di Paisiello. Molti attori in piccole parti, da ricordare Nicola Maldacea (un pittore) ed Enzo Musumeci Greco, che poi sarà maestro di scherma in quasi tutti i film italiani (qui è un ufficiale). Si possono riconoscere volti poi diventati molto frequenti nel cinema italiano: i più famosi sono Massimo Girotti, Memmo Carotenuto, Saro Urzì.

La parte musicale è diretta da Fernando Previtali, con l'orchestra Eiar di Roma; oltre a Puccini si ascoltano Paisiello (un Te Deum) e arie da camera sei-settecentesche. Ci sono le tre arie famose della Tosca di Puccini, tutte eseguite fuori campo; dai titoli di testa si apprende che "Vissi d'arte" è eseguita da Mafalda Favero mentre "Recondita armonia" e "E lucean le stelle" sono affidate a Ferruccio Tagliavini. Queste arie sono inserite nel punto giusto della narrazione, là dove sono previste, ma sempre come colonna sonora: Rossano Brazzi recita sempre e non mima il canto.
 
 
Altri appunti presi durante la visione: 1) durante la fuga dal carcere di Angelotti, all'inizio, una voce maschile canta "Nel cor più non mi sento"; probabilmente si intende che a cantarla siano i fabbri all'opera nel carcere (cioè Castel Sant'Angelo). Angelotti fuggirà proprio con questi fabbri, che sono ovviamente patrioti travestiti da fabbri. 2) Tosca canta "Caro mio bene" di Paisiello, e la si vede anche durante le prove con l'autore, vale a dire le prove per la Cantata di cui si fa cenno anche nell'opera di Puccini. 3) il Te Deum non è quello del finale d'atto di Puccini ma è un Te Deum in piena regola, una sequenza piuttosto lunga con la processione dentro la chiesa di Sant'Andrea; le note di Puccini si ascolteranno solo alla fine di questa scena. Durante il Te Deum Scarpia non canta; non si unisce al coro dei fedeli ma continua le sue indagini all'interno della chiesa. 4) si vede Angelotti scendere nella grotta dentro il pozzo, rimanervi, e poi combattere prima di morire, sempre dentro il pozzo. E' una scena lunga e ben costruita, da film d'avventura. 5) l'interrogatorio avviene dentro la casa di Cavaradossi, dove c'è il pozzo; la morte di Scarpia è invece nello studio di Scarpia, come in Puccini ma senza musica. "Vissi d'arte" è nei titoli di testa, ma non qui. 6) il sagrestano di Puccini nel film ha poco spazio, lo si vede appena; parte più importante ha Gennarino, un ragazzo che aiuta Cavaradossi quando dipinge.
In conclusione, un film non memorabile (peccato per Renoir...) ma che si può ancora vedere con piacere, o piuttosto con curiosità.