sabato 15 dicembre 2018

Cinque pezzi facili


Cinque pezzi facili (Five easy pieces, 1970). Regia di Bob Rafelson. Scritto da Bob Rafelson e Adrien Joyce. Fotografia: Laszlo Kovacs. Musiche di Chopin, Mozart, J.S. Bach. Canzoni di Tammy Wynette. Interpreti: Jack Nicholson, Karen Black, Lois Smith, Susan Anspach, Billy Green Bush, Ralph Waite, William Challee, Fannie Flagg, Sally Struthers, Helena Kallianotes, e altri. Durata: 96 minuti

"Cinque pezzi facili" vede Jack Nicholson nella parte di un giovane e promettente pianista che ha abbandonato tutto, rompendo anche con la famiglia. All'inizio del film lo vediamo infatti lavorare come operaio in un impianto per l'estrazione del petrolio, un lavoro duro che poco si adatta ad un pianista. Vive con una ragazza semplice e un po' rozza (Karen Black) e ha per amico un altro operaio (manovale e precario come lui) interpretato da Billy Green Bush. La malattia del padre lo riporterà a casa per qualche settimana, giusto il tempo per far rinascere il suo disagio esistenziale, che lo porterà a rompere definitivamente anche con la ragazza che gli vuol bene. E' per una buona parte un film di viaggio, "on the road", e anche il finale va in questa direzione. Nicholson, qui in una delle sue ultime interpretazioni "da sobrio", era reduce dal successo in "Easy rider", dove interpretava una parte minore ma comunque importante, che diede origine al suo grande successo negli anni a seguire.
 

Rivisto in versione originale, "Cinque pezzi facili" rivela molte somiglianze con il cinema di Ingmar Bergman, e soprattutto quando Nicholson e la Black danno il passaggio in auto alle due donne che hanno avuto un incidente è difficile non pensare a "Il posto delle fragole" dove c'è una scena simile; la differenza principale è che Gunnar Björnstrand e Ingrid Thulin non riescono a sopportare la coppia che litiga e i loro sproloqui, e li abbandonano prima della meta. L'altro film di Bergman a cui si pensa è "Come in uno specchio" , per via della riunione in famiglia e della struttura musicale che fa pensare a un brano da camera in quattro tempi (l'inizio, un Andante con moto; il viaggio in auto come un Adagio; la permanenza nella casa una specie di Scherzo; e poi il Finale con una nota sospesa). Il film è però molto originale, ancora oggi molto bello. Bob Rafelson è anche autore del soggetto (con Adrien Joyce) e viene da pensare che avrebbe potuto dare molto di più negli anni successivi. Magnifica la fotografia di Laszlo Kovacs, con splendidi panorami in esterni e in condizioni climatiche differenti.


Gli attori: oltre a Jack Nicholson e a Karen Black, Lois Smith e Ralph Waite sono i fratelli di Nicholson, William Challee è il padre, Susan Anspach l'allieva del fratello violinista. Helena Kallianotes è la verbosa ospite del passaggio in auto, Billy Green Bush e Fannie Flagg sono la coppia di operai amici di Nicholson all'inizio del film. Nella scena della registrazione in studio, Lois Smith canticchia sulle note di Bach come era solito fare Glenn Gould; i tecnici del suono non apprezzano affatto e la fanno ricominciare da capo.


 
I "Cinque pezzi facili" sono di Stravinskij (andante, balalaika, napolitana, galop, española) composti fra il 1917 e il 1918. Sono molto belli e ne esiste anche la versione orchestrale, sempre ad opera dello stesso Stravinskij, però nel film non se ne parla e non vengono eseguiti nella colonna sonora, che è invece questa:
- Chopin: Fantasia in si minore op.49
- Chopin: Preludio in mi minore, op.28 n.4
- Johann Sebastian Bach: Fantasia cromatica e fuga
- Mozart: Concerto in mi bemolle maggiore K 271
- Mozart: Fantasia in re minore K 397
(Pearl Kaufman, pianoforte)
Secondo www.imdb.com  viene eseguita anche:
- Johann Sebastian Bach: Fuga dalla Sonata in do maggiore BWV 1005 per violino solo (probabilmente nella scena in cui il fratello del protagonista suona il violino)
Esiste anche una composizione dello stesso titolo di Nino Rota, "Cinque pezzi facili", datata 1971-72, ma è per flauto e pianoforte; Bela Bartok ha composto "Dieci pezzi facili", per pianoforte. Il titolo "pezzi facili" è comunque molto comune nelle composizioni in musica.


Le canzoni che si ascoltano nel film, tutte scelte molto bene, sono interpretate dalla cantante country Tammy Wynette:
- Stand by Your Man ( B. Sherril, T. Wynette)
- D-I-V-O-R-C-E (B. Braddock, C. Putnam)
- Don't Touch Me (Hank Cochran)
- When There's a Fire in Your Heart (Merle Kilgore, Spencer Williams)
- Banbury Cross (uncredited)
"Don't Touch Me" viene cantata anche da Karen Black, che dimostra di avere una voce molto bella e molto ben impostata.




 


venerdì 7 dicembre 2018

Match ( Mauricio Kagel )


Match, für drei Spieler (1966) Scritto e diretto da Mauricio Kagel. Musica di Mauricio Kagel. Interpreti: Christoph Caskel, Siegfried Palm, Klaus Storck. Durata: 21 minuti

"Match" è in sostanza la ripresa di un concerto, in studio, ma girato così come lo avrebbero fatto René Clair e Man Ray. La musica è di Mauricio Kagel, tedesco d'Argentina, 1931-2008, un compositore importante della scuola di Darmstadt che si è anche divertito con la regia di brevi film per la tv tedesca, oggi visibili anche su youtube. Il divertimento è proprio all'origine di questo film, così come di "Antithese", girato l'anno prima.
 

"Match", la composizione di Kagel, è scritta per un trio di musicisti: due violoncellisti e un percussionista. I musicisti, qui anche attori, sono il percussionista Christoph Caskel e i due violoncellisti Siegfried Palm e Klaus Storck. Sono tutti bravi e divertenti, il percussionista finisce per "rubare" la scena ma è quasi inevitabile perché i suoi strumenti cambiano continuamente e rubano l'attenzione: xilofono, piatti, campanelli e molto altro, compreso un bicchiere con dadi da gioco.
Nelle inquadrature vediamo un po' di tutto, collages, dettagli degli strumenti, spartiti, una colomba bianca; il divertimento è la chiave del film, che incuriosisce. Verrebbe da dire: viene voglia di sapere come andrà a finire, non c'è una trama e non è un thriller ma in fin dei conti è davvero un "match". Il film è girato in bianco e nero, per la tv bavarese, ed è visibile qui. Buon divertimento.




venerdì 30 novembre 2018

Peter Hofmann


Ho ascoltato diverse volte Peter Hofmann alla Scala, nel Lohengrin del 1981 diretto da Claudio Abbado con la regia di Giorgio Strehler; il tenore tedesco, all'epoca molto giovane e ancora poco noto in Italia, fece sensazione sui giornali per il suo aspetto poco conforme all'idea di come dovesse essere un cantante d'opera. Ricordo un articolo del Corriere della Sera dopo il suo arrivo in teatro in tenuta da motociclista: fisico atletico, capelli da rockstar, niente sciarpe al collo, un po' brusco nei modi; nessuno dei presenti aveva riconosciuto in lui il cantante che stavano aspettando. Alla Scala cantò bene anche se in modo discontinuo nel corso delle serate; la prima del "Lohengrin", la serata del 7 dicembre per l'apertura della stagione, era però stata riservata al più famoso René Kollo, che poi non cantò nelle recite successive per disaccordi con la direzione del teatro. Hofmann ebbe una buona carriera, soprattutto nel repertorio wagneriano; nei suoi dischi si trovano però molte altre interpretazioni, dai Beatles e i Led Zeppelin fino all'Orfeo di Gluck. Ci ha lasciati prematuramente, otto anni fa.

Peter Hofmann, tenore tedesco, 1944-2010, ha interpretato un solo film come attore, impersonando il tenore Schnorr von Carolsfeld nel film inglese su Wagner con protagonista Richard Burton, per la regia di Tony Palmer. Accanto a Hofmann recitava e cantava Gwyneth Jones nei panni della moglie di Schnorr, Malvina von Carolsfeld. Hofmann recita anche in un telefilm tedesco del 1993, un episodio di una lunga serie che credo non sia mai arrivata da noi. Numerose sono le registrazioni in video della sua carriera come cantante d'opera; il sito www.imdb.com ne riporta solo alcune. Non so se sia mai stato pubblicato in video il suo Lohengrin con Claudio Abbado, di sicuro la Rai ha diverse registrazioni delle prove.
1980- Wagner, Siegmund in La Walkiria, dal Ring diretto da Pierre Boulez
1982- Wagner, Lohengrin a Bayreuth, dir. Woldemar Nelsson, con Karen Armstrong, Elizabeth Connell, Bernd Weikl
1984- nel film su Wagner diretto da Tony Palmer, protagonista Richard Burton, Hofmann impersona il tenore Schnorr von Carolsfeldt
1986- Wagner, Lohengrin al Metropolitan, dirige James Levine, con Eva Marton e Leonie Rysanek
1993- Glückliche Reise, telefilm tv tedesca, un episodio.



sabato 24 novembre 2018

Francesco Albanese


Francesco Albanese 1912-2005, napoletano di Torre del Greco, è stato un tenore importante, famoso soprattutto per l'incisione della Traviata con Maria Callas nel 1953 (dirigeva Gabriele Santini). Nel 1952, sempre al fianco di Maria Callas, cantò in teatro Armida di Rossini, Medea di Cherubini, Traviata. L'esordio è nel 1940, a Roma nell'Alceste di Gluck nella parte di Evandro.

Albanese, diventato famoso anche nella musica leggera con incisioni di canzoni napoletane, ebbe anche una breve stagione di attore nel cinema. I due film da lui interpretati sono "Canto ma sottovoce", del 1945 per la regia di Guido Brignone, dove recita da protagonista (il film è già da tempo su questo blog) e "La signora delle camelie" del 1947, regia di Carmine Gallone. Nel film del 1947, che non sono riuscito a recuperare, Albanese recita probabilmente solo in voce; i protagonisti del film sono Tito Gobbi, Gino Mattera, Onelia Fineschi, Arturo La Porta, Massimo Serato. Si tratta di una versione per il cinema dell'opera di Verdi (La Traviata) e Dumas, di più non saprei dire se non che Onelia Fineschi, stando a wikipedia.it, fu la seconda moglie di Francesco Albanese.




sabato 17 novembre 2018

L'orchestra (Zbig, 1990)


L'orchestra (1990) Regia di Zbigniew Rybczynsky. Musiche di Mozart, Chopin, Albinoni, Rossini, Schubert, Ravel. Coreografie: Pat Birch, Loni Williams. Interpreti: Lev Shekhtman, Michelle Cashwell, Jean Christophe Britignière; Helene Catalanotti, Hilda Morse, Martha Schoeman, Herb Klinger, Ben Rodack, Lenny Singer. (per Mozart); Jennifer Cook, Wendy Drapala, Heather Eberhart, Hilary Kinloch, Andrew Breen, Larry Edelson, Daniel Smith, Grant Scruggs (per Rossini); Jacqueline Ramel e Mark Beard (per l'Ave Maria); Rafale Ney-Jaskulski, Meryl Newbern, Anatol Glusko, Drew Dix (per Ravel). Durata totale: 65 minuti circa

"L'orchestre" è un film del 1990, decisamente curioso, opera del polacco Zbigniew Rybczynsky che negli anni '80 aveva dato il via agli effetti speciali elettronici, computerizzati. Nel 1981 il cineasta polacco, che per brevità si fa chiamare Zbig, vince il premio Oscar per l'animazione con il cortometraggio "Tango", di 8 minuti, in cui recitano attori veri ma inseriti di volta in volta nel filmato, in modo indipendente l'uno dall'altro, tramite elaborazioni al computer. Seguiranno altri film sorprendenti come "The 4th dimension", "Steps" (turisti che fanno una visita guidata dentro una pellicola cinematografica, come facciamo con i monumenti: la pellicola è "L'incrociatore Potiomkin" di Sergej Eisenstein), e videoclip musicali molto belli dei quali il più famoso è per "Imagine" di John Lennon.  Mettendo insieme questi titoli, visti uno dopo l'altro, l'aggettivo che viene in mente è forse "surrealista", o magari "onirico", ma in un modo del tutto personale.

La carriera cinematografica di Zbig, nato nel 1949, era iniziata nel 1972 e di fatto termina nel 1992, con un film dedicato a Kafka. Anche cercando su internet è difficile trovare spiegazioni a questa interruzione, ma guardando i film di Zbig, e pensando al suo "silenzio" successivo al 1990, viene spontaneo fare un paragone con Georges Méliès, al quale in effetti Zbig somiglia molto.
Gli effetti speciali e i trucchi nascono infatti insieme al cinema, nel 1895, subito dopo l'invenzione dei Lumière. Alla prima proiezione dei Lumière era infatti presente anche Georges Méliès, che intuisce subito le possibilità di spettacolo della nuova invenzione. Méliès, prestigiatore e mago affermato, aveva un suo teatro dove si esibiva con grande successo, e ripropone nel cinema i suoi trucchi imparando ben presto la possibilità di farne di nuovi e sbalorditivi sulla pellicola. I filmati di Méliès sono oggi disponibili anche su youtube, molti sono ancora non soltanto belli ma anche sbalorditivi. Méliès non reggerà però all'arrivo dei "pezzi grossi" nel cinema, i produttori pieni di denaro, a partire da Edison passando per Gaumont, Pathé e via via tutte le grandi compagnie cinematografiche che all'epoca erano appena nate. La produzione di Méliès era di alto livello, ma artigianale; l'arrivo dei grandi mezzi di produzione lo taglierà fuori dall'avvento del cinema come poi lo abbiamo conosciuto. Forse la stessa cosa è successa a Zbig, forse gli è capitata qualche altra difficoltà, sta di fatto che dal 1992 ad oggi di Zbig si sono perse le tracce, e c'è ben poco anche in rete, al di là della sua presenza come insegnante a Berlino. Su imdb.com è annunciato un suo film per quest'anno, speriamo di poterlo vedere dopo tanto tempo.


"L'orchestre" è composto da sei episodi, uniti da una cornice narrativa. Gli sfondi per il film sono luoghi importanti: il Louvre, la Cattedrale di Chartres, l'Opera Parigi, il castello di Chambord. Si comincia con Mozart, dopo un momento di silenzio costellato di ululati di lupi in lontananza.
1) Mozart, Concerto n.21 per pianoforte e orchestra; Mozarteum orchestra, Geza Anda solista e direzione.
All'inizio, decisamente lugubre, vediamo un uomo su una spiaggia, e un carro funebre con cavallo bianco; dopo i titoli di testa si entra in teatro con Adamo ed Eva; il cameriere che porta un vassoio con due candele dà inizio al film in modo decisamente lugubre, spegnendo le due candele. Si passa però dalla morte alla vita, coppie di anziani coniugi riprendono a vivere, tornano sempre più giovani. Nel finale, un Dio o un Profeta, con la barba e tanti conigli (simbolo di fecondità) ci riportano in teatro, dove c'è un serpente tentatore che nasce da un africano con viso dipinto.

2) Chopin, marcia funebre dalla Sonata n.2; pianista Martha Argerich
Il famoso brano, ripreso più volte anche dai cartoni animati, viene suonato da molti pianisti, bambini e adulti, che si susseguono su una tastiera eterna ed infinita; forse il più riuscito dei brani di Zbig in questo film. Alla fine, l'ultimo "pianista" beve un calice portato dal cameriere, e se ne va; da sotto la tastiera sorge Eva, vestita di giallo, e dopo di lei il serpente.


3) Albinoni, Adagio in sol minore; eseguito dall'orchestra d'archi del Festival di Lucerna diretta da Rudolf Baumgartner
Il cameriere che fa da trait d'union fra le varie scene viene invitato a salire fra le nuvole, dove passeggia su un'asse fra ipotetiche figure più o meno allegoriche; alla fine si attacca a un palloncino e non lo vediamo più, ma una Eva in guepiere sgattaiola via dietro il sipario del teatro. Si può far notare en passant che questo famosissimo Adagio è con ogni probabilità un falso d'autore: nei manoscritti di Albinoni non esiste ed è quasi sicuramente di mano del musicologo Remo Giazotto, curatore del catalogo delle opere del compositore veneziano.



4) Rossini, ouverture da "La gazza ladra", orchestra Opera di Roma direttore Tullio Serafin
Siamo al Louvre, ritroviamo il cameriere con Adamo ed Eva. La celebre ouverture è presentata da Zbig in stile militare, con uniformi primo '800 donne discinte; alla fine riappare il conduttore del carro funebre che avevamo visto sui titoli di testa, davanti al sipario rosso del teatro.



5) Schubert, Ave Maria nell'esecuzione di Christian Ferras al violino e Jean Claude Ambrosini al pianoforte.
Siamo all'interno della cattedrale di Chartres, dove due sposi si spogliano e iniziano evoluzioni aeree sullo sfondo della cattedrale gotica; alla fine troviamo dei bambini che passeggiano, e torna il cavallo bianco con il carro funebre dal quale scendono il cameriere e il conduttore del carro, che si inchinano salutando il pubblico. Ma il film non è finito, c'è ancora il gran finale con Ravel.


6) Ravel, Bolero, orchestra RIAS Berlino dir Ferenc Fricsay
Lo snodarsi della musica di Ravel è per il polacco Zbig il pretesto per un percorso storico lungo la storia dell'Unione Sovietica, con sosia di Marx, Lenin eccetera. Con l'ultima nota del Bolero di Ravel termina anche il film.



Non sono sicuro di aver colto tutti i significati nascosti dietro il film, e confesso che il più delle volte sono in totale disaccordo con le immagini associate alla musica, ma il film è comunque interessante e intrigante. Siamo dalle parti di "Fantasia" di Walt Disney o di "Allegro non troppo" di Bruno Bozzetto, insomma, ma con effetti e trucchi computerizzati e in una chiave che probabilmente si puiò definire surrealista.

 


 
 

sabato 10 novembre 2018

Illuminazione intima


- Illuminazione intima (Intimnì osvětlenì,1965) Regia di Ivan Passer. Scritto da Ivan Passer, Jaroslav Papoušek, Vaclav Šašek, Věra Kalabova, Radovan Kalina. Fotografia di Josef Střecha, Miroslav Ondřiček. Musiche di Mozart, Brahms, Smetana, Gyrowetz, e altri. Consulenti musicali: Oldřich Korte, Josef Hart. Orchestra Centro Culturale di Tabor, direttore Josef Hart. Interpreti: Karel Blažek, Zdĕnek Bezušek, Věra Křesadlovà, Jan Vostrčil, Jaroslava Štĕdrà, Vlastimila Volkovà, Karel Uhlìk. Durata: 70 minuti

- Un pomeriggio noioso (Fàdnì odpoledne, 1963) Regia di Ivan Passer. Scritto da Bohumil Hrabal e Ivan Passer. Fotografia di Jaroslav Kučera. Musiche: canzone popolare per coro femminile. Interpreti: Kamila Turkovà, Leopold Smolik, Josef Vaništa, Jan Tožička, Miloš Končicky, Ota Hurych, Miroslav Ondřiček, e altri. Durata: 10 minuti

Ivan Passer, nato a Praga nel 1933, vive negli Usa dal 1968, anno dell'invasione sovietica; uno degli esuli di quell'anno del cinema cecoslovacco, come Milos Forman. In America, dove vive tuttora, Passer ha avuto meno fortuna di Forman; di lui conosco poco, ma questi due film, scritti con Bohumil Hrabal e altri scrittori cecoslovacchi, sono molto belli e meritano di non essere dimenticati. Si tratta dei suoi primi due film: raccontati non dicono molto, sono invece molto belli per la descrizione dei personaggi e per l'affetto con cui Passer li ritrae; non sembra di vedere un film con attori, sono tutti molto bravi e spontanei, ogni tanto viene da pensare a Olmi o al miglior De Sica, e anche a Ken Loach. Provo comunque a raccontarne qualcosa.

 
"Un pomeriggio noioso" dura poco più di dieci minuti. Si svolge tutto in un bar, chi può è andato a vedere la partita, gli altri aspettano oppure non sono interessati al calcio. Due uomini anziani parlano dei campioni del passato, uno di loro ci ha giocato insieme. Solo uno degli avventori è giovane: sta da solo, legge un libro, non parla e crea diffidenza ma si dimostrerà più che corretto. Quattro donne cantano una canzone e giocano a carte; un pomeriggio tranquillo insomma. La quiete è interrotta dall'arrivo di quelli che erano andati a vedere la partita, forse il risultato non è stato dei migliori. Un gioiellino, da far vedere nelle scuole di cinema.



 
 
"Illuminazione intima", del 1965, dura un'ora e dieci minuti. Il film inizia con le prove di un'orchestra sinfonica; il violinista invita poi il violoncellista suo amico dai suoi genitori, in campagna. A loro si aggiunge la ragazza del violoncellista, una donna molto giovane (l'attrice che la interpreta, Věra Křesadlovà, era all'epoca moglie di Milos Forman). Anche il papà del violinista suona, si sta costruendo la casa con le sue mani, un mattone alla volta; padre e figlio arrotondano i guadagni suonando ai matrimoni e ai funerali - non il violino, ma strumenti a fiato e musica tradizionale. Dopo il pranzo, ai tre si aggiungerà un signore del paese (il farmacista, "ma in pensione" come spiegherà lui stesso) e suoneranno insieme "Eine kleine Nachtmusik", o almeno ci proveranno. Alla radio, la sera, i due orchestrali ascolteranno il Trioconcerto di Brahms. La risata della ragazza, a metà film, è contagiosa e vale da sola la visione del film, ma tutti i personaggi sono piacevoli, molto ben descritti e molto ben interpretati.

Nel finale viene citato Vojtech Jirovech (1763-1850) scritto anche Adalbert Gyrowetz (alla tedesca), compositore importante ai suoi tempi ma oggi quasi dimenticato: le enciclopedie dicono che studiò in Italia con Paisiello, a Vienna conobbe Haydn e Mozart, e fu amico di Beethoven.


PS: spero di non aver fatto troppi errori, non ho trovato un elenco esatto delle musiche e sto andando a memoria. Se qualcuno mi vuole correggere, lo ringrazio fin d'ora.


 

sabato 3 novembre 2018

Gertrud (Dreyer, 1964)


Gertrud (1964) Regia Carl Theodor Dreyer. Soggetto: Hjalmar Soderberg. Musica per il film di Jorgen Jersild; "Ich grolle nicht" è di Robert Schumann. Interpreti: Nina Pens Rode, Bendt Rothe, Ebbe Rode, Baard Owe, Axel Strobye, Anna Malberg, Vera Gebuhr, Edouard Mielche. Durata: due ore.

In “Gertrud” di Dreyer (1964) viene eseguita dalla protagonista un’aria da camera. La metto qui perché è bellissima e mi permette di rendere omaggio a due grandi autori: testo di Heinrich Heine, musica di Robert Schumann; nel film è cantata però in lingua danese (qui)
“Dichterliebe”, n.7
Ich grolle nicht, und wenn das Herz auch bricht,
Ewigverlor'nes Lieb ! Ich grolle nicht.
Wie du auch strahlst in Diamantenpracht,
Es fällt kein Strahl in deines Herzens Nacht.
Das weiß ich längst.
Ich grolle nicht, und wenn das Herz auch bricht,
Ich sah dich ja im Traume,
Und sah die Nacht in deines Herzens Raume,
Und sah die Schlang', die dir am Herzen frißt,
Ich sah, mein Lieb, wie sehr du elend bist.
 

Io non serbo rancore, anche se il cuore mi si spezza - amore perduto per sempre! Io non serbo rancore. Anche se tu splendessi nella luce del diamante, nella notte del tuo cuore non cadrebbe un raggio - questo lo so da tempo. Io non serbo rancore, anche se il cuore mi si spezza. Ti ho visto in sogno,e ho visto la notte nel tuo cuore; ho visto il serpente che ti divora il cuore, ho visto, amore mio, quanto soffri.
Musica di Robert Schumann (1810-1856), op. 48
Testo di Heinrich Heine (1797-1856)
 

I film di Dreyer non si possono raccontare, vanno proprio visti: il più famoso è certamente "Wampyr", anche per il soggetto: è del 1932 ma fa ancora impressione, ed è stato copiato infinite volte (quasi sempre senza citare la fonte, antico vizio del cinema che si è aggravato negli ultimi decenni). Forse ancora più famoso, almeno tra gli appassionati di cinema, la "Giovanna d'Arco" del 1926: un cinema basato sulle immagini, più che sul soggetto in sè. Seguiranno "Dies irae" (1943), "Ordet" (1955) e altri film fino a questo "Gertrud" del 1964, che segna la fine dell'attività registica del maestro danese.
Porto qui la trama del film come è riassunta da www.wikipedia.it , ma il suggerimento più sensato, soggetto a parte, è di andare a cercarsi i film di Carl Theodor Dreyer. Richiedono pazienza (anche Wampyr) , ma si è sempre ripagati e in abbondanza.
Gertrud è una donna dell'alta società svedese con una carriera di cantante lirica alle spalle ed è sposata con un facoltoso avvocato, Gustav Kanning, che sta per ottenere una nomina a ministro. Nello stesso giorno in cui il marito attende la chiamata da parte del capo del governo, Gertrud viene a sapere che il suo amante di un tempo, il poeta Gabriel Lidman, è rientrato in città per prendere parte al banchetto organizzato dall'università in occasione del suo cinquantesimo compleanno. Gertrud, presagendo che la nomina del marito a ministro la legherà ancor di più a lui, gli confessa che è innamorata di un altro uomo e che dunque non resta loro che la separazione; alle richieste di chiarimenti del marito, la donna risponde di non essersi mai sentita veramente amata e di aver sempre avuto la certezza che il suo lavoro venisse prima di ogni altra cosa, compreso l'amore, che per lei invece è tutto.
Più tardi, con il pretesto di volersi recare al teatro dell'opera da sola, Gertrud incontra in un parco il suo amante, il giovane musicista Erland Jansson. Insieme ricordano i tempi del loro primo incontro e poi trascorrono la notte assieme a casa di lui. La sera del banchetto, mentre Gustav sta facendo un discorso, Gertrud ha un malore e si ritira in un'altra stanza, dove rivede un vecchio amico dottore, Axel Nygen, che sta compiendo studi di psicologia e di psichiatria a Parigi. Poco dopo la donna ha un colloquio intimo con Gabriel, il quale le confessa di essere ancora innamorato di lei e di aver sofferto molto nel sentire Erland che ad una festa privata si vantava con gli invitati parlando di Gertrud come della sua ultima conquista. Il poeta, vedendo che Gertrud non lo ama più, si abbandona alla disperazione e si allontana. Gustav raggiunge la moglie e le propone di cantare qualcosa facendosi accompagnare al pianoforte da Erland, ignorando il fatto che proprio il musicista è l'amante di Gertrud. Lei inizia a cantare ma, vinta dall'emozione, si sente male e perde conoscenza. Il giorno seguente la donna chiede a Erland di partire con lei; egli rifiuta, rivelandole che ha un'altra amante dalla quale aspetta un figlio.
Gertrud ritorna a casa e trova Gabriel che vorrebbe convincerla a riprendere la loro relazione. Lei allora gli racconta di quando, molto tempo prima, trovò per caso nello studio del poeta un foglio di appunti con scritte alcune righe sull'inimicizia tra l'amore della donna e il lavoro dell'uomo. Quella breve nota fu considerata da Gertrud come una prova che Gabriel non l'amava e da lì ebbe fine il loro rapporto. Gustav si unisce a Gertrud e Gabriel e li invita a festeggiare con un brindisi la sua avvenuta nomina a ministro. Rimasto solo con la moglie, egli le propone di restare ugualmente accanto a lui anche se non lo ama più; la donna non intende scendere a un simile compromesso e Gustav, in preda all'ira, la scaccia. Gertrud si reca a Parigi per studiare alla Sorbona con l'amico medico.
Passano circa quarant'anni. La donna vive adesso in una piccola casa di campagna, con la sola compagnia di un vecchio domestico. Assieme al dottor Nygen, che le fa una breve visita, ricorda i tempi di Parigi e gli restituisce alcune lettere che lui le aveva scritto. Consapevole di aver sempre amato, Gertrud trascorre serenamente i suoi ultimi giorni pensando alla vecchiaia e alla morte.

 
Dopo la prima proiezione a Parigi, nel dicembre del 1964, il film sollevò diverse critiche negative. Non passò tuttavia molto tempo prima che quei giudizi venissero rettificati, fino a quando, nel 1968, Jean-Luc Godard affermò che “Gertrud uguaglia in follia e bellezza le ultime opere di Beethoven”. Orson Welles, in un'intervista rilasciata a Peter Bogdanovich, affermò di amare i cosiddetti film noiosi di Dreyer e quindi anche Gertrud, che, secondo lui, andava difeso dai primi giudizi sommari e inappellabili.
(fonte: www.wikipedia.it)