sabato 14 luglio 2018

Testimony ( II )


Testimony (1988) Regia di Tony Palmer . Scritto da Tony Palmer e David Rudkin sulla base del libro di Solomon Volkov. Fotografia di Nicholas D. Knowland. Musiche di Shostakovich, Musorgskij, Mozart, Chopin. Direttore Rudolf Barshai. Musiche per il film di Zeljko Marasovich. Interpreti: Ben Kingsley (Shostakovich), Sherry Baines (Nina Shostakovich), Magdalen Asquith (Galya Shostakovich), Rowena Parr (Galya a 39 anni), Mark Asquith (Maxim Shostakovich), Nicholas Fry (Maxim a 37 anni), Terence Rigby (Stalin), Ronald Pickup (maresciallo Tukhachevsky), John Shrapnel (Zhdanov), Robert Reynolds (Brutus),Vernon Dobtcheff (Gargolovsky), Colin Hurst (segretario di Stalin), Joyce Grundy (madre di Stalin), Mark Thrippleton (Stalin da giovane), Liza Goddard (l'umanista inglese), Van Martin (umanista tedesco), Peter Woodthorpe (Alexander Glazunov), Robert Stephens (Vsevolod Meyerhold), William Squire (Khatchaturyan), Murray Melvin (montatore del film), Robert Urquhart (giornalista), Christopher Bramwell (Vanya), Brook Williams (H.G. Wells), Marita Phillips (Madame Lupinskaya), Frank Carson (l'uomo grasso del carnevale), Chris Barrie (l'uomo magro del carnevale), Mitzi Mueller (suora), Tracey Spence (Marina Cvetaeva), Dorota Kwiatkowska (Akhmatova), Ed Bishop (commentatore americano), Andrew Brittain (Malko), Curly Carter (lo strabico), Rosemary Chamney (portinaia), Jane Cox (la vedova), Chris D'Bray (Dorian Gray), Val Elliott (scuola francese), Peter Faulkner (Mayakovsky), Margaret Fingerhut (donna cristiana), Igor Gridneff (cieco), Rodney Litchfield (Sherlock Holmes), Bronco McLoughlin (cosacco), David Sharpe (Mandelstam), Julian Stanley (André Gide). Durata: 2ore e 30'

2.
Visto da oggi, trent'anni dopo la sua realizzazione, "Testimony" dal punto di vista cinematografico è ancora un bel film, con sequenze spettacolari (molto belle quelle in cui si vede l'orchestra), però bisogna anche dire che non riesce a rendere l'idea di chi sia stato veramente Dimitri Shostakovic. Il difetto di base di "Testimony" è che si basa sul libro di Solomon Volkov, scarsamente attendibile (e quindi bisogna sempre ascoltare con cautela le parole che vengono dette nel film), ma più che altro rimane il dubbio che si sia voluto fare più un film su Stalin che su Shostakovic, e che il modello vero fosse un remake di "1984" di George Orwell. Due intenti lodevoli, va detto, ma la biografia del grande musicista presenta molti aspetti di grande interesse che nel film vengono appena toccati.
Per esempio manca quasi totalmente la figura della prima moglie di Shostakovic, Nina Vardar: fu un matrimonio lungo e felice, lei era laureata in fisica e furono divisi dal lavoro (e dalla malignità dei funzionari sovietici, facile pensarlo); Nina morì improvvisamente in Armenia nel 1956, dove si era recata per poter lavorare. Il loro matrimonio era durato trent'anni, con due figli. Manca anche il lavoro in teatro con Mejerchold, gli inizi felici, la famiglia era socialista e furono contenti della Rivoluzione. Il periodo in cui Shostakovic fu pianista al cinema muto è appena accennato, e si poteva mettere l'episodio di "Tea for two", la scommessa fra amici risolta brillantemente: un brano ascoltato una sola volta alla radio, trascritto e riarrangiato in meno di un'ora (reintitolato "Tahiti trot"). Sarebbe molto interessante anche un film, o un testo per il teatro, sul rapporto fra Stalin e gli artisti (non solo Shostakovic ma anche Bulgakov), ma servirebbe un livello di scrittura molto alto che in questa sceneggiatura non si trova o si trova solo a tratti.
A metà anni '80 l'Urss era ancora potente, fino all'ultimo nessuno avrebbe scommesso sulla sua caduta di lì a poco; e le "memorie" di Volkov erano appena state pubblicate, erano "di moda" insomma, per questo se ne parlò molto e per questo venne realizzato "Testimony". Poi, passati gli anni '80, del libro di Solomon Volkov non si è più parlato (difficile anche trovarlo: molte copie sono finite al macero, credo), dopo la caduta del Muro non serviva più. Oggi servirebbe un film serio su Shostakovic, magari il periodo a vent'anni pianista del muto poi in teatro con Meyerchold e "Il Naso", un giovane entusiasta poi travolto dagli eventi e dall'instaurarsi della dittatura militare. Tony Palmer è come sempre spettacolare, gli si può imputare solo la scelta del testo e l'aver fatto un film più su Stalin che sul musicista. Serviva anche un attore più giovane di Ben Kingsley. Non si capisce nel film da dove venga Zdanov e perché prenda quei provvedimenti, si dà per scontato che sia la dittatura ma non è proprio così. Insomma, il discorso completo sul film sarebbe lungo, per i dettagli rimando alla bella biografia del musicologo Franco Pulcini ("Šostakovič", EDT Torino, 1988), e qui metto un mio tentativo di compilare un indice delle sequenze del film, che è disponibile su youtube per intero.

"Testimony" inizia con Chopin, la marcia funebre dalla Sonata n.2 trascritta per orchestra, sui funerali di Shostakovic (immagini vere mischiate con quelle realizzate per il film), come già Tony Palmer aveva fatto quattro anni prima per il suo film su Richard Wagner. Segue poi l'Ottava Sinfonia, nel momento più drammatico. Vediamo poi Shostakovic al Conservatorio con il professore Glazunòv (grande musicista, 1865-1936) ma qui il vero Shostakovic era molto giovane, dai tredici ai vent'anni, per cui vedendo in queste scene il quarantenne Ben Kingsley si rischia di rimanere un po' disorientati. E' da notare, per un appassionato di cinema, la citazione di Dreyer (Der Wampyr) per la sepoltura vista "dal basso" (è al minuto 8)
Al minuto 13 vediamo per la prima volta Stalin (che odia Pietroburgo, "finestra sul mondo" che va chiusa); al minuto 18 va in scena "Lady Macbeth del distretto di Mzhensk" con citazione di Stanley Kubrick (Shining) a 19'50'', per il sangue che cola sul bianco e nero del fotogramma. Siamo già molto avanti, la prima è del 1934 e manca del tutto "Il naso" (da Gogol) che è di quattro anni prima.
Dal minuto 21 un lungo colloquio con Tukacevskij (Ronald Pickup), molte sequenze sono in bianco e nero virato verde come in molte pellicole di quegli anni: è una caratteristica di questo film.

 
Al minuto 32 Shostakovic con un bambino piccolo (è sua figlia), poi un film d'epoca su Stalin in bn; Tony Palmer è molto bravo, queste sequenze tecnicamente sono da manuale.
Al minuto 39 vediamo brevemente Anna Achmatova; al minuto 41 una rappresentazione del Boris Godunov di Mùsorgskij in teatro, con Stalin nel palco: è il lamento dello jurodivij (cantato in inglese, il testo dice "piangi Russia...") nel finale dell'opera. Poi il vero Stalin in documentari d'epoca, saggi ginnici, sfilate etc, e sequenza a colori stile Metropolis (Fritz Lang) con macchine, fabbriche, colate d'acciaio.
Al minuto 46 l'orchestra di Shostakovic, con sequenze molto belle; Tony Palmer è sempre molto bravo nelle sequenze di musica. Al minuto 48 ascoltiamo il Concerto per pianforte n.2; si può osservare il ritratto di Musorgskij che campeggia sulla parete in casa Shostakovic. Qui il compositore è con moglie e figlia, la figlia al piano ascolta il tema della Settima Sinfonia, Shostakovic commenta "questo è il papà che ride" ma lei corregge "no, è il papà che è arrabbiato".
Al minuto 51 Stalin nella finzione, con attore: il telefono, i dossier, lista di proscrizione con i nomi di Mandelstam, Achmatova, ecceetera
A 1h00 e 1h05 citazione esplicita da Tarkovskij, Lo specchio; sinfonia n.7 con la figlia bambina.
A 1h03 un pianista, poi nello stadio vuoto; la guerra ("Hitler ha rotto il trattato"), l'assedio di Leningrado. Shostakovic sta scavando tra le macerie, come pompiere, quando viene chiamato per il servizio fotografico su Time (a 1h09) che finirà nei cinegiornali americani. Sequenze del cinegiornale originale americano dove Shostakovic è citato insieme a Toscanini e Kussevitzki; vediamo il microfilm con la Settima Sinfonia che verrà utilizzato per poterla eseguire in Occidente. Novecento giorni di assedio, si ricorda: questo fu l'assedio di Leningrado.
 
 
A 1h14 nel gennaio 1948 la conferenza dei musicisti sovietici, a Mosca; c'è anche Prokofiev. Zdanov imperversa, accusa i più famosi compositori sovietici di formalismo e di individualismo. Attacco durissimo a Prokofiev, Shostakovic, Khachaturian, "non sono un musicista ma conosco sei canzoni popolari". Lo spartito della sinfonia n.9 viene strappato; metà pubblico è uscito di sala, l'altra metà applaude. Shostakovic va sul palco dice apertamente di essere stato troppo individualista, "se questa è una colpa aspetto di ricevere informazioni da voi" (la Decima Sinfonia e il Concerto per violino verranno proibiti per anni...). "A harmony too problematic for the people" dice Zdanov, e io penso che oggi in Russia (e da noi) ci sono i rappers, le canzoni di musica leggera, la coca cola e i big mac, magari i muezzin. C'è un'omologazione mai vista prima e anche se non si finisce più nei gulag bisogna però dire che, in Russia come qui da noi, la verità è che ti lasciano fare quello che vuoi, ma poi nessuno ti segue, aveva ragione Zdanov quando diceva che alla gente non interessa. Trionfa l'ovvio e tanti piccoli Zdanov comandano ovunque, piace solo la musica facile ed elementare ("pornografia musicale", per usare un'espressione di Shostakovic, reperibile in una sua intervista degli anni '70). Magari fosse folkmusic...la musica popolare, il folk, aveva un'enorme varietà di modi espressivi (dai gitani di Bartok e Kodalyi alla musica europea e americana, dai cinesi ai peruviani...). Oggi il bestseller è l'unico valore ammesso, comandano i pubblicitari e chi non fa audience è ignorato ed emarginato. Questo Zdanov parla come Matteo Salvini, mi viene da pensare a un certo punto. O magari come Beppe Grillo, fate voi.
 

Alla fine della sequenza del congresso, una violinista in abito rosso suona il "Concerto per violino", e sono sempre molto belle queste sequenze in concerto.
Il compositore Khrennikov sostituisce Shostakovic nei programmi dei concerti, campeggia sui manifesti la sua "Ode ai trattori" (il mio pensiero, sconsolato, è che quantomeno all'epoca i concerti erano oggetto d'interesse - è brutto dirlo, ma il paragone con l'oggi fa paura). Shostakovic torna a casa dalla figlia, dal figlio, dalla moglie; un sasso rompe la finestra, il figlio con la fionda risponde rimandando indietro il sasso attraverso la finestra rotta.
A 1h33 la telefonata di Stalin, ricevuta dalla figlia bambina di Shostakovic; Stalin gli spiega che lo vogliono mandare in Usa, dove rappresenterà l'Urss ("no work is banned in Ussr, you will be the star of the Soviet"). Nello stile di regia, Tony Palmer passa con disinvoltura da Tarkovskij (Lo specchio) a Brazil di Terry Gilliam (cioè 1984 di Orwell). Di seguito, vediamo Shostakovic in Usa, mentre risponde a domande incalzanti in una conferenza stampa. Ha un interesse vero seguire questa conferenza? Palmer ci si sofferma a lungo, ma è evidente che Shostakovic non poteva dire quello che voleva, con la sua famiglia tenuta in ostaggio; il giornalista che insiste finisce con l'essere molto antipatico, e Shostakovic non può far altro che rispondergli ciò che vogliono che dica, cioè che la sua personalità di compositore è irrilevante, che Stravinskij sbaglia, che bisogna seguire le istruzioni del partito. Francamente, di questa sequenza così insistita avrei fatto a meno.
 
A 1h44 baritono e orchestra (Suite su versi di Michelangelo, se non sbaglio il numero 8; il baritono è John Shirley-Quirk) per il ritorno in Urss e l'incontro con Stalin, che si complimenta per il suo comportamento in America.
A 1h52 Stalin morente, e i suoi funerali; siamo nel 1953. Mozart al pianoforte. A 1h58, per i funerali di Stalin, la marcia funebre di Chopin; nello stesso giorno muore anche Prokofiev. A 2h01 altra bella sequenza per orchestra
A 2h04 un malore per Shostakovic, si riprenderà ma rimane offeso a una mano.
A 2h08 sequenze per la Sinfonia sull'eccidio di Babi Yar, rovine, prese di posizione contro l'antisemitismo ("pogrom è una parola russa"), immagini dai lager nazisti, hitler, cadaveri, alternate ad altre sequenze molto belle di canto e orchestra (il testo è sempre cantato in inglese). Una sequenza molto lunga, nella quale Shostakovic rivive il suo passato
A 2h18 l'andante dal secondo Concerto per pianoforte, i bambini di Shostakovic, e sul piatto del giradischi, come in una giostra, soldatini che rappresentano Stalin e i suoi ministri e generali.
A 2h20 Shostakovic malato racconta spiritosaggini sulla sua musica, c'è il fantasma di Stalin parla con lui dicendo cose come "qualcosa è morto nella tua musica quando sono morto io" (una stupidaggine: Shostakovic era già grande e famoso a vent'anni, prima che Stalin prendesse il potere). Una lunga sequenza che arriva fino alla fine del film a2h25, sulle note del Concerto per pianoforte n.2, uno dei brani più conosciuti di Shostakovic.

 
La musica che si ascolta nel film:
Dimitri Shostakovic, (London Philharmonic dir. Rudolf Barshai)
- Concerto per violino n.1, violinista Yuzuko Horigome
- Suite su versi di Michelangelo e Sinfonia n.13, John Shirley-Quirk solista, The Golden Age Singers, dir. Simon Preston
- Sinfonia 14, solista Felicity Palmer
- Concerto pianoforte n.2, solista Howard Shelley
- Quartetto per archi n.10, Chillingirian Quartet
- Sinfonia n.5, Orchestra Sinfonica Urss dir Evgeny Svetlanov
- Sinfonia n.10, Filarmonica Ceca dir Karel Ancerl
- Sinfonia n.11, Filarmonica Mosca dir Kirill Kondrashin
di altri autori:
- Musorgskij, lamento dello jurodivij dall'opera Boris Godunov (solisti non indicati)
- Mozart, Concerto per pianoforte n.23 K488, solista Margaret Fingerhut
- Chopin, marcia funebre, arrangiamento ed esecuzione The Central Band of the RAF dir. R.E.C. Davies
 

(2-continua)


sabato 7 luglio 2018

Testimony ( I )


Testimony (1988) Regia di Tony Palmer . Scritto da Tony Palmer e David Rudkin sulla base del libro di Solomon Volkov. Fotografia di Nicholas D. Knowland. Musiche di Shostakovich, Musorgskij, Mozart, Chopin, direttore Rudolf Barshai. Musiche per il film di Zeljko Marasovich. Interpreti: Ben Kingsley (Shostakovich), Sherry Baines (Nina Shostakovich), Magdalen Asquith (Galya Shostakovich), Rowena Parr (Galya a 39 anni), Mark Asquith (Maxim Shostakovich), Nicholas Fry (Maxim a 37 anni), Terence Rigby (Stalin), Ronald Pickup (maresciallo Tukhachevsky), John Shrapnel (Zhdanov), Robert Reynolds (Brutus),Vernon Dobtcheff (Gargolovsky), Colin Hurst (segretario di Stalin), Joyce Grundy (madre di Stalin), Mark Thrippleton (Stalin da giovane), Liza Goddard (l'umanista inglese), Van Martin (umanista tedesco), Peter Woodthorpe (Alexander Glazunov), Robert Stephens (Vsevolod Meyerhold), William Squire (Khatchaturyan), Murray Melvin (montatore del film), Robert Urquhart (giornalista), Christopher Bramwell (Vanya), Brook Williams (H.G. Wells), Marita Phillips (Madame Lupinskaya), Frank Carson (l'uomo grasso del carnevale), Chris Barrie (l'uomo magro del carnevale), Mitzi Mueller (suora), Tracey Spence (Marina Cvetaeva), Dorota Kwiatkowska (Akhmatova), Ed Bishop (commentatore americano), Andrew Brittain (Malko), Curly Carter (lo strabico), Rosemary Chamney (portinaia), Jane Cox (la vedova), Chris D'Bray (Dorian Gray), Val Elliott (scuola francese), Peter Faulkner (Mayakovsky), Margaret Fingerhut (donna cristiana), Igor Gridneff (cieco), Rodney Litchfield (Sherlock Holmes), Bronco McLoughlin (cosacco), David Sharpe (Mandelstam), Julian Stanley (André Gide). Durata: 2ore e 30'

1.
Un film su Dimitri Shostakovic, per di più uscito nei cinema, è qualche cosa a cui si fa fatica a credere; il fatto che sia successo per davvero è di per sè una buona notizia, oltretutto con un buon cast e con un ottimo regista. Detto questo, però, bisogna subito cominciare a dire che non tutto è andato come si poteva sperare, e che in definitiva (visto da oggi, trent'anni dopo) direi che si può parlare di un'occasione perduta, perché la biografia di Dimitri Shostakovic è molto più bella e interessante di quella che si vede in "Testimony" di Tony Palmer.
L'evento, cioè la possibilità di fare un film per il cinema sul grande compositore russo (uno dei più grandi del Novecento, ancora oggi molto eseguito in concerto e nei teatri d'opera) nasce dall'uscita di un libro di Solomon Volkov, in pieno regime sovietico (il Muro di Berlino sarebbe crollato un anno dopo l'uscita del film, il libro di Volkov esce all'inizio degli anni '80). Volkov trascrive le sue conversazioni avute con Dimitri Shostakovic, e su questo libro si basa il film; però fin da subito, fin dall'uscita del libro, il lavoro di Volkov viene messo in discussione e con parole molto pesanti che arrivano direttamente da chi era al fianco di Shostakovic in quegli anni. Chi fosse interessato alla vita e alle opere di Dimitri Shostakovic farebbe sicuramente meglio a leggere la biografia scritta dal musicologo Franco Pulcini ("Šostakovič", EDT Torino, 1988), molto accurata e ben inserita nel contesto storico. (qui sotto, il vero Shostakovic in una foto famosa, durante l'assedio di Leningrado come pompiere volontario).

Comincio quindi riportando ciò che disse Franco Pulcini all'uscita del film:
Intervista a Franco Pulcini per l’uscita di Testimony, il film di Tony Palmer su Dimitri Shostakovich
di Luigi Di Fronzo, Corriere della Sera (supplemento) anno 1989
Sguardo timido e impacciato, occhialini tondi da intellettuale-musicista, espressione irrequieta e mani che continuano a strofinarsi nervosamente: è il ritratto fedele di Dimitrij Shostakovich, uno dei musicisti più decorati dell'Unione Sovietica, diviso negli anni bui dello stalinismo fra gli ossequi di un regime e gli aneliti di libertà. Per anni Shostakovich fu costretto a subire denunce e umiliazioni, a scrivere musiche celebrative inneggianti alla Rivoluzione d'ottobre e a rinunciare all'avanguardia, in nome del realismo socialista. Oggi, interpretato splendidamente da un attore come Ben Kingsley, Shostakovich è l'eroe-protagonista del film Testimony, un lungo (157 minuti) carosello di immagini intense e appassionanti che la giuria di Europa Cinema ha già premiato l'anno passato. Il film è del regista inglese Tony Palmer, specialista in cine-biografie di musicisti come William Walton, Britten, Haendel, Wagner e Stravinskij. Girato in gran parte in bianco e nero, con il colore che appare qua e là a simboleggiare un dettaglio o a sottolineare una situazione scenica, rievoca in maniera suggestiva la vicenda di Shostakovich. Ricorrendo di sovente alle citazioni filmiche, da Ottobre di Eisenstein e ai frammenti documentari dell'assedio di Leningrado, mostrando i funerali veri del compositore (morto a Mosca nel 1975) alternati a quelli ricostruiti per il film, con la voce di Kingsley che li commenta amaramente E soprattutto illustrando sullo schermo la favola consueta del rapporto fra l'artista e il Potere, sullo sfondo dell'Unione Sovietica segnata dalle purghe di Stalin. Ma chi era davvero Dimitrij Shostakovich? Un artista ufficiale asservito alla chiassosa propaganda di partito o un musicista geniale che soltanto adesso - con una raffica di manifestazioni concertistiche senza precedenti, in Francia e in Inghilterra – la cultura occidentale sta lentamente riscoprendo?

Ancora: il film si basa su una discutibile sceneggiatura tratta dalle Memorie di Salomon Volkov, attinta dai vasti repertori sovietici di chiacchiere e, pettegolezzi passati di bocca in bocca, che la vedova di Shostakovich ha ripetutamente sconfessato. Qual è allora la giusta verità fra il musicista mite e accomodante e l'artista aggressivo e dissidente descritto dalle memorie?
Franco Pulcini, giovane studioso che ha appena pubblicato la prima monografia italiana su Shostakovich (per la Edt Musica) risponde: "Le Memorie di Volkov sono frutto di un incontro avuto con il compositore e durato soltanto poche ore. Oltretutto Volkov non sapeva stenografare e non possedeva un magnetofono, quindi le 400 pagine del volume da cui è tratta la sceneggiatura del film sono basate su ciò che la gente raccontava di Shostakovich. Forse c'è un fondo di verità, ma certamente l'immagine complessiva non è quella che il compositore avrebbe voluto lasciare di sé. Ciò non toglie che il film possa vivere di vita propria, essere affascinante ed efficace".
- Ma come era davvero Shostakovich?
"Un uomo spezzato, apparentemente indifeso ma dotato di un istinto animalesco di sopravvivenza. Voleva poter seguitare a comporre. Era un tremante fascio di nervi, la cui mente non poteva fare a meno di inventare forme musicali dai profili agghiaccianti, dove la morte era il tema dominante. Se letta nel verso giusto, la sua musica denuncia molto più profondamente il disagio esistenziale del suo tempo, e racconta in modo caustico e amaro la storia del suo Paese come un'indecente catastrofe sul piano umanitario".

 
- Fu costretto a scendere a patto con il potere?
"Certamente, se non l'avesse fatto sarebbe finito anche lui - come Mejerchold, Mandelstam, Ziljaev e molti altri - nella fossa comune scavata per gli artisti dissidenti. Faceva spesso il finto tonto perché aveva figli, perché pensava alla sua musica e voleva vivere in pace per poter lavorare. Ma era anche in grado di chiedere a Stalin in persona, e di ottenere la liberazione dei colleghi, come avvenne nel 1950 con il musicista ebreo Aleksandr Veprik.
- Perché non emigrò all'estero?
"Amava troppo la Russia, e i tempi erano molto diversi da quelli di oggi. E poi se avesse lasciato il suo Paese come tutti gli altri musicisti del suo entourage - da Rostropovich a Kondrashin a Rudolf Barshaj - non avrebbe potuto essere il cantore delle due vicende più tragiche della storia dell'umanità: lo stalinismo e la guerra d'invasione nazista. Lacerato dai rimorsi per l'apparente lealtà che ha dovuto manifestare verso il potere con alcuni suoi scritti - ma praticamente mai con la musica - ha vissuto, secondo la più tipica tradizione russa, immerso nel tormento morale".
- E oggi?
"In Urss e ora anche in Occidente Shostakovich è stato idealizzato, come un angelo ingenuo soffocato fra le spire dei burocrati, anche se Chrennikov in piena perestrojka è primo segretario della Lega dei compositori, come all'epoca di Stalin".


(1-continua)


sabato 30 giugno 2018

Anton Dermota


 
Anton Dermota (1910-1989) è uno dei più grandi tenori del Novecento. Nato nell'impero austro-ungarico, poi jugoslavo, in una città (Kropa) che oggi sarebbe Slovenia, viennese per vocazione,
Anton Dermota è stato anche il mio primo ascolto come voce d'opera, la Nona di Beethoven con Karl Böhm come direttore. Un disco a 33 giri molto economico, finito in casa mia quando ancora non avevo mai ascoltato una Sinfonia per intero, probabilmente sull'onda lunga di "Arancia Meccanica" di Kubrick. Mi aveva colpito molto la "marcia turca", quasi uno scioglilingua in tedesco, che già conoscevo attraverso un 45 giri dove Walter Carlos la storpiava (ma non abbastanza da mascherarne la grandezza), appunto per la colonna sonora del film di Stanley Kubrick: Froh, wie seine Sonnen fliegen / Durch des Himmels prächt'gen Plan /Laufet, Brüder, eure Bahn, / Freudig, wie ein Held zum siegen. (un inno all'amicizia e alla fratellanza, il testo è di Schiller). Devo dire che anche in seguito non ho mai più trovato questo brano cantato così bene. E' in effetti un brano molto impegnativo per un cantante, così come l'ingresso del baritono (Freude! Freude, schöner Götterfunken...), musica meravigliosa ma anche una trappola non da poco per i cantanti, una trappola messa da Beethoven in persona.
Anton Dermota canta questa parte difficile con una sicurezza impressionante, come se fosse una passeggiata, come se non gli costasse la minima fatica e come se fosse la cosa più naturale del mondo. In tutti i miei ascolti successivi della "marcia turca" (Allegro assai vivace alla marcia, scrive Beethoven nello spartito) ero sempre rimasto deluso o parzialmente deluso dal tenore, e in seguito avrei scoperto perché: per puro caso ero incappato, al mio primo ascolto, in uno dei più grandi tenori di tutti i tempi. Grande soprattutto nel repertorio tedesco, ma in possesso di una pronuncia italiana perfetta (indispensabile per Mozart), grande stilista e grandissima tecnica; avrebbe potuto cantare qualsiasi cosa, ma il mondo di Schubert, di Mozart, di Beethoven e di Schumann sarebbe rimasto il suo repertorio ideale, con l'aggiunta di Lehar e della grande operetta viennese. Un altro dei miei primi ascolti fortunati: il Flauto Magico nell'edizione di Karajan, datato 1950, sempre con Anton Dermota: forse il più grande Tamino nelle edizioni discografiche. Un acquisto che feci non per mio merito ma perché nel campo dei dischi funzionava così: le edizioni "vecchie" venivano vendute a minor prezzo, e io non potendo spendere molto le comperavo per conoscere un mondo che dovevo ancora scoprire. Ringrazio ancora l'ottusità dei discografici, a tanti anni di distanza e con l'industria musicale ridotta in questo stato ormai posso dirlo; senza la loro superficialità forse non sarei mai venuto a conoscenza dei più grandi cantanti, solisti, direttori d'orchestra, cioè quelli che ancora provenivano direttamente dal periodo in cui erano state scritte quelle composizioni.
 
Di Anton Dermota la Garzantina dice:
« Debuttò alla Staatsoper di Vienna nel 1937 con La Traviata e vi rimase fino al 1970, comparendo spessissimo anche al festival di Salisburgo. Per la duttilità della voce, la proprietà stilistica e l'eleganza scenica è considerato il maggior tenore mozartiano del suo tempo. Rilevante anche l'attività liederistica.»
Al cinema non ha lasciato molto, appare in un film su Mozart del 1955 dove protagonista (cioè Mozart) è Oskar Werner, attore rimasto famoso per le sue collaborazioni con Truffaut (Jules et Jim, Fahrenheit 451). Dermota è inoltre presente nella famosa edizione del "Don Giovanni" diretto da Wilhelm Furtwaengler, anno 1955: ovviamente come don Ottavio.
Nel dettaglio:
1955 Mozart - Wenn die Götter lieben (Angeli senza felicità) regia di Karl Hartl, con Oskar Werner come Mozart. Il film ricostruisce la prima rappresentazione del "Flauto Magico"; Anton Dermota interpreta Tamino, il baritono Erich Kunz è Schikaneder /Papageno, Gottlöb Frick è Sarastro.
1955 Mozart, il Don Giovanni nella leggendaria ripresa in teatro (a colori) direttore Wilhelm Furtwaengler, protagonista Cesare Siepi, con Otto Edelmann, Elisabeth Grümmer, Lisa Della Casa, Erna Berger, Walter Berry, Raffaele Ariè, e Anton Dermota come don Ottavio.
 
 
(nelle foto: Anton Dermota con Ljuba Welitsch, e con la moglie pianista sulla copertina di un disco)

sabato 23 giugno 2018

Martha Mödl


 
«Siegmund... Sie auf mich: Ich bin's, der bald du folgst.»
«Wer bist du, sag', die so schön und ernst mir erscheint?»
(Siegmund... Siegmund... guardami: io sono quella che tu presto seguirai.)
(Chi sei tu, dimmi, che così austera e così bella mi appari?)
(Richard Wagner, La Walkiria, atto secondo scena quarta)
E' il momento dell'apparizione di Brunilde a Siegmund, nel secondo atto della Walkiria. Di fatto, la Morte: nel mito nordico, le Walkirie apparivano agli eroi nel momento fatale, per portarli con loro in paradiso. Vedendo l'apparizione, Siegmund sa già cosa lo aspetta e si ribella; commossa dal suo amore per Sieglinde, anche la Walkiria si ribellerà e cercherà di salvarlo. Il seguito, gli appassionati d'opera lo conoscono bene: ma questo è forse il momento più grande e profondo del Ring (L'Anello del Nibelungo), il breve preludio e poi l'apparizione della Walkiria, della Norna, del Fato. La Walkiria entra in scena parlando come si parla come nei sogni; Siegmund sta dormendo, si risveglia e si trova davanti ciò che probabilmente stava sognando: molto bella, austera e severa, ma anche dolce e materna. E così è la voce di Martha Mödl, nella leggendaria incisione discografica diretta da Wilhelm Furtwangler: voce calda di mezzosoprano, perfino di contralto, non la voce della Walkiria guerriera ma di quella materna e innamorata della vita. Non capita così con molte altre cantanti, e io non ho più ritrovato la stessa emozione nelle altre registrazioni: cantanti bravissime, direttori eccellenti, ma questo incanto in questo momento c'è solo con Martha Mödl. In questi momenti, Brunilde assomiglia molto a Erda, la Terra, di cui del resto è figlia.

Martha Mödl è stata per me fondamentale nell'arrivare a capire Wagner, nelle sue leggendarie registrazioni con Furtwaengler. Mi piace molto anche come Leonora nel Fidelio, e mi era dispiaciuto trovarle contro buona parte della critica, che le preferiva altre interpreti. E, certo,  Kirsten Flagstad e Birgit Nilsson arrivavano con facilità a squilli e acuti che lei raggiungeva solo con sforzo, ma il timbro di mezzosoprano (e anche di contralto) le consentiva profondità che, unite alla sua capacità d'interprete, rendono indimenticabile e appassionante l'ascolto della sua Brunilde.
Di lei la Garzantina dice: Martha Mödl (nata a Norimberga, 1912-2001) « Affermatasi come mezzosoprano (Trovatore, Carmen, Il cavaliere della rosa) passò poi a ruoli di soprano drammatico, specializzandosi nel repertorio wagneriano e raccogliendo successi nei maggiori teatri del mondo per l'intensità e la passionalità delle sue interpretazioni.»

 
In tv e al cinema ci sono ben 16 titoli dove recita o canta Martha Mödl. Secondo www.imdb.com l'elenco è questo:
1950 - "Die lüstigen Weiber von Windsor", le allegre comari di Windsor, con regia di Georg Wildhagen. Probabilmente un film tratto da Shakespeare, dato che Martha Mödl appare solo in voce, nelle parti cantate, doppiando l'attrice Camilla Spira che interpreta Gretchen (cioè Meg, si direbbe). Non sono riuscito a trovare altre notizie su questo film.
1958 - "Omnibus, tv series"; un programma dove Martha Mödl interpreta Isolde dall'opera di Wagner
1966 - "Un ballo in maschera" di Verdi, per la tv tedesca. Martha Mödl interpreta Ulrica, tornando così al suo originario registro di contralto. Protagonista è il tenore Sandor Konya, Roberta Peters interpreta il paggio Oscar, non sono riuscito a risalire al direttore d'orchestra.
1968 - "Die Pickwickier" per la tv tedesca, riduzione del romanzo di Dickens per la regia di Rudolph Cartier. Martha Mödl interpreta Mrs. Bardell. E' curioso notare che nello stesso anno, in Italia, il mezzosoprano Gianna Pederzini interpreta Mrs.Winterfield sempre in uno sceneggiato tratto dal Circolo Pickwick (con regia di Ugo Gregoretti).
1968 - "Die Piraten", l'operetta di Gilbert and Sullivan (The pirates of Penzance) nel ruolo di Ruth. Una produzione della tv della Germania Est, direttore d'orchestra Franz Marszalek.
1970 - "Der Bettelstudent", un'operetta del viennese Carl Millöcker (1842-1899), da noi praticamente sconosciuta. Martha Mödl interpreta il personaggio di Palmatica, l'orchestra è diretta da Heinz Wallberg.
1972 - "Gasparone", un'altra operetta di Carl Millöcker, dove Martha Mödl interpreta Zenobia.
1972- "Die scheigsame Frau" (La donna silenziosa) di Richard Strauss, direttore Günther Rennert. Il personaggio di Martha Mödl è "Haushälterin" traducibile come "donna di casa", la governante.
1975- "Der Zigeunerbaron" (Lo zingaro barone), operetta di Johann Strauss. Dirige Kurt Eichhorn, con Wolfgang Brendel e Siegfried Jerusalem; Martha Mödl è Mirabella.
1977 - "Arabella" di Richard Strauss, film opera per la tv tedesca. Dirige Georg Solti, con Gundula Janowitz, Bernd Weikl, Edita Gruberova, René Kollo. Martha Mödl è "Die Kartenaufschlaegerin".
1978 - "Der Opernball", operetta di Arno Assmann. Martha Mödl è "madame Beaubuisson"
1978 - "Das Rheingold" di Wagner, nell'edizione diretta da Herbert von Karajan. Martha Mödl è Erda, però solo come attrice; la voce è di Birgit Finnilää, stando a quanto scrive Internet Movie Data Base. Gli altri cantanti sono Thomas Stewart, Brigitte Fassbaender, Gerhard Stolze, e molti altri.
1981 - "La dama di picche" di Ciaikovskij, direttore Gerd Albrecht. Martha Mödl è la Contessa.
1982. - "Ehe oder Liebe", film tv con regia di Sigi Rothemund. Il personaggio di Martha Mödl si chiama Frau Simmerl.
1983 - "Der Schnüffler", film tv (si direbbe un film comico) con regia di Ottokar Runze. Martha Mödl interpreta Frau Huber.
1984 - "Das schöne irre Judenmädchen", film tv con regia di Götz Fischer. Il personaggio di Martha Mödl si chiama Abtissin.

 
 

sabato 16 giugno 2018

La vedova allegra


"La vedova allegra" (Die lustige Witwe) di Franz Lehar ebbe la sua prima rappresentazione nel 1905, a Vienna. Il soggetto originale è francese, la commedia "L'attaché" di Henri Meilhac; il libretto tedesco è stato scritto da Victor Leon e L.Stein. E' un'operetta tra le più conosciute, ed è difficile trovare qualcuno che non conosca le arie più famose, magari solo per la melodia e senza conoscerne l'autore e l'origine. La musica di Lehar è particolarmente felice, il soggetto racconta la storia di una giovane signora molto ricca, erede di una immensa fortuna, che da sola sostiene economicamente un minuscolo principato immaginario nel centro dell'Europa. La missione del protagonista, un giovane ufficiale molto amato dalle donne, sarà di evitare che la donna sposi in seconde nozze qualche straniero, togliendo così al piccolo Stato la sua principale fonte di finanziamento. L'operazione, ovviamente, andrà felicemente in porto nonostante le difficoltà iniziali: siamo dentro un'operetta, si va a teatro solo per divertirsi e qui non ci sono drammi. Deriva probabilmente da "La vedova allegra" anche la definizione di "Stato da operetta" che tutto sommato non è poi così immaginaria, nemmeno nel XXI secolo. Si può ricordare che pochi decenni prima dell'andata in scena della "Vedova allegra" erano ancora molto numerosi i piccoli Stati europei, spesso retti da un principe, e che quindi non era difficile immaginarsene un altro.


Al cinema "La vedova allegra" ha avuto una discreta fortuna, fin dagli inizi: il primo film su questo soggetto è del 1907, prima dell'avvento del sonoro esistono almeno altri cinque film con questo titolo. L'ultima "Vedova allegra" prima del sonoro è un film importante, girato da Erich von Stroheim nella nascente Hollywood, con Mae Murray e John Gilbert.
Non si può tacere, anche se manca la musica di Franz Lehar, uno dei capolavori dei fratelli Marx: "La guerra lampo dei fratelli Marx" (Duck soup, 1933) è infatti una parodia molto ben riuscita della "Vedova allegra" con Margaret Dumont vittima dei tre Marx. Consiglio a tutti di vederlo o di rivederlo, i Marx sono al loro meglio.
 

Non conosco l'edizione del 1925 diretta da Stroheim, dovrò recuperarla in rete. Conosco bene invece l'edizione sonora del 1934, regia di Ernst Lubitsch con protagonisti Maurice Chevalier e Jeanette Mac Donald. E' un film molto divertente, anche se inevitabilmente datato: la vera star è Maurice Chevalier, allora all'apice della sua fama non solo in Francia ma anche a Hollywood. Chevalier gigioneggia come suo solito ma piace, ottima anche Jeanette Mac Donald; il film è stato girato in due versioni, una in francese e una in inglese. E' un sistema che oggi può apparire strano, ma agli inizi del sonoro si faceva spesso: il doppiaggio era ancora complicato e non piaceva sempre, dunque si preferiva girare due volte il film, magari cambiando attori; con questo sistema furono girati (cioè girati due volte) anche film famosi come il secondo Mabuse di Fritz Lang, L'opera da tre soldi di Brecht con regia di Pabst, e anche il Don Chisciotte con Fjodor Shaliapin, sempre con regia di Pabst. In questo caso, per "La vedova allegra" diretta da Lubitsch, rimangono al loro posto in entrambe le versioni i due protagonisti (buffo l'accento francese di Chevalier nella versione inglese, diventato subito famoso e poi molto imitato) e cambia tutto il resto del cast.
 

L'edizione 1952 della "Vedova allegra", diretta da Curtis Bernhardt , è molto colorata, molto hollywoodiana e tutt'altro che brutta, però viene dopo la versione di Lubitsch ed è impossibile evitare il paragone. Lana Turner è una sorpresa in positivo, invece Fernando Lamas è solo un bel ragazzo, fa una buona figura ma non è certo paragonabile a Chevalier. L'edizione italiana ha buone voci come cantanti (la voce di Lamas quando recita è di Emilio Cigoli), purtroppo le voci dei cantanti non sono indicate; cercando su internet ho trovato che nell'originale la Turner è doppiata nel canto da Trudy Erwin, nella versione italiana dovrebbe essere Amalia Ciampaglio oppure Tina Centi. Danilo è un buon baritono leggero, la voce originale dovrebbe essere proprio quella di Fernando Lamas. Siamo comunque molto lontani dalle versioni migliori di Lehar, e anche dal grande mestiere di Chevalier. Nel cast Marcel Dalio (il marchese nella Regola del gioco di Renoir, e anche La grande illusione) che interpreta un poliziotto di Parigi, e Una Merkel, che era anche nel cast del film di Lubitsch: qui è l'amica e segretaria della protagonista, in Lubitsch era la regina. La bella zingara dell'inizio si chiama Sujata Rubener. Lana Turner girò questo film nel 1952, era del 1921 e qui aveva trent'anni; in molte scene la fanno recitare in deshabillee e fa una gran bella figura; bella anche la figura di Una Merkel, che si può permettere davvero di scambiare con lei gli abiti pur essendo più avanti con gli anni. Pensando a Lana Turner, si può ricordare che "l'affare Stompanato" è del 1958, sei anni dopo questo film.

Nel dettaglio, da www.imdb.com, prendo questo elenco che è sicuramente incompleto; le informazioni sono frammentarie e spesso mi è difficile anche risalire a direttori d'orchestra. Alle volte non è facile perfino capire se è un film o se è l'operetta di Lehar (si vede ogni tanto che questo sito, benemerito, è gestito da ottime persone che però non sono appassionate di musica):
1907 "The merry widow" con Louise Obermaier, Albert Kutzner
1908 "The merry widow" con Marie Ottmann, Gustav Matzner
1909 "A viuva alegre" di Antonio Leal, con Juanita Manny
1913 "The merry widow" di Emile Chautard, con Alice de Tender
1925 "The merry widow" di Erich von Stroheim, con Mae Murray e John Gilbert
1929 "The merry widow" di Robert Land, con La Jana, Harry Liedtke
1933 "Duck soup" (La guerra lampo dei fratelli Marx, regia di Leo McCarey), felicissima parodia della "Vedova allegra" che però non ha la musica di Franz Lehar.
1934 "The merry widow" di Ernst Lubitsch, in due versioni: inglese e francese. Protagonisti in entrambe le versioni Maurice Chevalier e Jeanette Mac Donald; la versione inglese è impreziosita dalla presenza dell'impagabile Edward Everett Horton (sostituito da Marcel Vallée nella versione francese), nel cast anche Una Merkel (Danièle Parola), Minna Gombell (Fifi d'Orsay), e molti altri.

 
1952 "The merry widow" di Curtis Bernhardt, con Lana Turner e Fernando Lamas
1958 "The merry widow" per la BBC, regia Charles Hickmann, con June Bronhill e Thomas Round
1960 "O viuvo alegre", regia Victor Lima, produzione brasiliana
1968 "The merry widow" per la BBC, regia di John Gorrie con Mary Costa, Jeremy Brett
1983 "The merry widow" regia di Roger Gillioz, da Ginevra, con Mikail Melbye, Maria Mc Laughlin, dir Armin Jordan
1988 "The merry widow", produzione australiana, dirige Richard Bonynge; con Joan Sutherland, Ron Stevens
1997 "The merry widow", produzione Opera Parigi con Karita Mattila, Waldemar Kmentt, Bo Skovhus; dirige Armin Jordan
2005 "The merry widow", produzione Opera Zurigo, con Dagmar Schellenberger, Rodney Gilfry; dirige Franz Welser Most
2007 "The merry widow", regia Jerome Savary, con Bo Skovhus, Petra Schnitzer, all'Opera di Dresda direttore Manfred Honeck
2007 "The merry widow", Opera Lione, dir Gerard Korsten
2015 "The merry widow" al Metropolitan di New York, direttore Andrew Davis, con Joyce Di Donato, Renee Fleming, Thomas Allen.

 
 
 


sabato 9 giugno 2018

Il Conte di Sant'Elmo


Il conte di Sant'Elmo (1950) Regia di Guido Brignone. Soggetto di E.M.Margadonna. Sceneggiatura di Aldo De Benedetti, Nino Novarese, Guido Brignone. Fotografia di Augusto Tiezzi. Musiche di Auber, Meyerbeer, Johann Strauss. Canzoni di Bixio-Fragna-Franzé, musiche per il film di Armando Fragna Interpreti: Anna Maria Ferrero, Nelly Corradi, Tino Buazzelli, Massimo Serato, Tina Lattanzi, Carlo Croccolo, Alfredo Varelli, Pierluigi Costantini, Renato Malavasi. Durata: 1h30'

"Il conte di Sant'Elmo" è una fantasia in chiave risorgimentale che inizia con accenni a "Fra' Diavolo" (ben presente e riconoscibile il famoso tema dell'opera di Auber) quando si passa con la carrozza postale da Itri per andare verso Napoli, e che poi si rivela una variazione sul tema di Zorro quando appare il fascinoso brigante gentiluomo che in realtà è un nobile napoletano nascostamente carbonaro: il Conte di Sant'Elmo, per l'appunto. A bordo della carrozza, oltre a un funzionario statale con documenti importanti, c'è una bella e famosa cantante d'opera (personaggio d'invenzione, come tutti gli altri del resto) interpretata da Nelly Corradi.
Liberata dal bandito mascherato, che si fa passare per un normale brigante ma in realtà voleva intercettare un messaggio che avrebbe messo nei guai i carbonari napoletani, la cantante si esibirà al San Carlo nella Dinorah di Meyerbeer. Ne vediamo e ascoltiamo un'aria, interpretata dalla stessa Nelly Corradi. Nelle parti recitate, la voce della Corradi è però quella di Tina Lattanzi, che recita nel film oltre a doppiare Nelly Corradi, ed è una piccola curiosità di questo film.
Tra gli attori, l'attenzione cade subito su Tino Buazzelli che è stato uno dei più grandi del nostro teatro, e che al cinema purtroppo è stato male impiegato; accanto a lui recita un'altra attrice importante di quel periodo, Anna Maria Ferrero. Si può far notare che Tino Buazzelli, nato nel 1922, qui interpreta il padre della Ferrero che, nata nel 1934, aveva solo dodici anni meno di lui.
Buazzelli interpreta il capo della polizia di re Ferdinando, mentre il ruolo del titolo tocca a Massimo Serato. Tina Lattanzi, oltre a doppiare Nelly Corradi nelle parti recitate, interpreta il ruolo della zia della Ferrero (cioè la zia e confidente della figlia del capo della polizia). Carlo Croccolo interpreta la parte del giovane nobile un po' stupido, che all'inizio del film dovrebbe sposare la ragazza protagonista; ci sono momenti drammatici ma questo non è un film complicato e tutto andrà a buon fine. La cantante interpretata da Nelly Corradi si chiama Bianca Barbieri: il nome è probabilmente preso in prestito da Fedora Barbieri, mezzosoprano che in quegli anni era agli inizi di una gloriosa carriera durata più di trent'anni. Si tratta di un ruolo da vera protagonista, la cantante è in quasi tutte le scene del film.
Oltre all'aria dalla Dinorah di Meyerbeer, Nelly Corradi canta la "canzone del bacio", leitmotiv del film, che è tutt'altro che un capolavoro (gli autori sono Bixio-Fragna-Franzé); si balla a corte con il Danubio blu di Giovanni Strauss (così è indicato Johann Strauss nei titoli di testa), che data l'epoca in cui è ambientato il film è da considerarsi come musica contemporanea (fu stampato nel 1865-67), così come la Dinorah di Meyerbeer che ebbe la sua prima nel 1859. Le altre musiche del film sono di Armando Fragna, l'orchestra è diretta da Luigi Ricci.
Il film si svolge quasi tutto a Napoli, molte scene si svolgono a Castel dell'Ovo (che fu una prigione per lungo tempo); è girato in bianco e nero, e la pellicola Ferrania Pancro fa spesso pensare a un film degli anni '30. E' un buon film, niente di memorabile ma si vede ancora volentieri.

 
Tino Buazzelli
 

sabato 2 giugno 2018

C'era una volta un merlo canterino


C'era una volta un merlo canterino (Iko shashvi mgalobeli, 1970). Regia di Otar Iosseliani. Soggetto e sceneggiatura: Otar Iosseliani, Dimitri Eristavi, Sh. Kakichashvili, Semyon Lungin, Otar Mekhrishvili, Ilya Nusinov. Fotografia: Abessalom Maisuradze. Musica di Wagner (La Walkiria), J.S.Bach (Erbarme dich), e altri. Musiche per il film di Temur Bakuradze. Interpreti e personaggi: Gela Kandelaki, Jansug Kakhidze, Irina Giandieri, Marina Kartsivadze, Goci Tchkheidze. Durata: 1h17'

All'inizio del film c'è un giovane uomo che sembra non avere nulla da fare: si gode il sole nel prato, passeggia per la città, saluta tutti ed è salutato da tutti, corteggia le ragazze. A un certo punto però lo vediamo correre: è infatti il timpanista di un'orchestra sinfonica e sta per arrivare l'attimo del suo intervento. Trafelato, all'ultimo istante, entra in teatro di corsa, si infila la giacca, entra di soppiatto nella buca dell'orchestra, ce la fa: il suo intervento ai timpani è impeccabile e a tempo. Sipario, applausi, tutto sembra essere andato bene ma invece il direttore d'orchestra si è arrabbiato, quel timpanista lì non lo vuole più vedere, dimmi un po' tu se è il modo di fare e non è mica la prima volta. Infatti, non è la prima volta e non sarà l'ultima, come vedremo nel corso del film: ma in fin dei conti, questo ragazzo è un ottimo orchestrale e il direttore si farà convincere a riprenderlo. L'orchestra è quella del Conservatorio di Tbilisi, in Georgia, e il film è "C'era una volta un merlo canterino" del georgiano Otar Iosseliani (alle volte trascritto Oseliani). Uno dei film più simpatici che mi sia capitato di vedere, detto en passant: anche al di fuori dell'ambito musicale il film si fa vedere con piacere ancora oggi, ed è ben strano che sia stato dimenticato e che non passi più nemmeno in tv (luogo dove invece passano e vengono replicate all'infinito vere e proprie ciofeche, sempre detto en passant).
 

E' molto comune, per i frequentatori delle sale da concerto e dei teatri, l'esperienza del timpanista, o del percussionista in genere (i piatti, o il triangolo) che sta fermo in orchestra e aspetta pazientemente il suo turno. Ci sono opere, e sinfonie, dove i percussionisti sono molto impegnati; in altre, invece, il loro lavoro è limitato a poche battute, ma devono comunque essere lì pronti. Uno dei miei primi ricordi in concerto, da spettatore, è un'esecuzione dell'Ottava Sinfonia di Bruckner dove succede proprio questa cosa; altre esperienze di lavoro in orchestra (dal loggione si vede tutto benissimo) riguardano i cornisti e in genere i suonatori di strumenti a fiato, che spesso approfittano di queste pause per smontare lo strumento e ripulirlo dalla condensa del fiato (e magari anche per fare quattro chiacchiere, ma in silenzio). Questa possibilità è però negata ai percussionisti, che nelle lunghe pause loro concesse devono proprio stare fermi e poco più. Intanto, in orchestra, gli archi lavorano indefessamente: per gli archi, viole violini violoncelli contrabbassi, c'è sempre da suonare e non si fermano mai. Capita anche con il coro, che nella Nona di Beethoven di solito viene fatto entrare solo nella pausa fra il penultimo e l'ultimo movimento, altrimenti non avrebbe nulla da fare; ma alle volte il direttore vuole tutti presenti fin dall'inizio e allora bisogna stare fermi e zitti per tre quarti d'ora. Il metodo trovato dal protagonista del film di Ioseliani è notevole, quasi una gag da cartone animato o da film di Buster Keaton, non so sia davvero possibile farlo ma devo dire che la sua perfetta riuscita riempie ogni volta di ammirazione.


In definitiva, confesso di amare molto questi piccoli dettagli; e ho sempre guardato e ascoltato l'orchestra, mi piace il lavoro quotidiano, l'accordatura degli strumenti all'inizio. Da buon loggionista, infatti, non mi piaceva andare in platea (da lì si vede solo il palcoscenico). Il momento più bello (ma questo lo sanno tutti) è quando il direttore d'orchestra dopo gli applausi al suo ingresso si gira e dà l'attacco per l'inizio; e il silenzio che c'è un attimo prima, quella pausa spesso infinitesimale ma piena di magia (Claudio Abbado spesso si voltava e dava l'attacco all'improvviso, ed era magia anche questa).


Quasi tutti i siti riportano lo stesso striminzito riassunto, proprio con le stesse parole, e viene il dubbio che nessuno dei "recensori" abbia veramente guardato il film, il che è veramente un peccato (per loro: che hanno perso un'occasione per divertirsi e per pensare - bastava un po' di pazienza...).
Il riassunto tipo è questo, che prendo da wikipedia.it:  Il giovane Guia Agladze è il suonatore di timpano dell'orchestra sinfonica di Tblisi. Spensierato e compagnone, è circondato da ragazze ma tanto svagato da giungere sempre in ritardo all'ultimo atto di "Daissi", uno spartito che lo chiama a suonare il suo strumento solo per poche battute nel finale. Nessuna delle persone che lo circonda riesce a riportarlo alle sue responsabilità. Un giorno, però, il destino è in agguato.


Ho cercato invano informazioni su internet riguardo alla musica di questo film, perché di musica il film è pieno e si vorrebbe saperne di più, ma nessuno dà informazioni precise in proposito. Provo quindi con il "fai da te", dicendo fin da subito che le informazioni che posso dare sono poche e che mi farebbe piacere avere qualche integrazione da eventuali lettori.
Due momenti sono facilmente riconoscibili: è di Johann Sebastian Bach "Erbarme dich, mein Gott", (abbi pietà di me, Signore) un'aria dalla "Passione secondo Matteo", vero e proprio leitmotiv del film (nel finale se ne capirà il significato) in un arrangiamento per violino poi per flauto e altri strumenti. Ed è di Richard Wagner, "Die Walküre", la musica in teatro all'inizio del film, la prima volta in cui il timpanista arriva trafelato all'ultimo istante e riesce comunque ad essere a tempo. E' il finale dall'atto primo della Walkiria, ma non è facile capirlo subito perché viene tagliata la voce femminile (Sieglinde); vediamo solo l'orchestra e non il palcoscenico, probabilmente un'esecuzione in forma di concerto. Si tratta della scena in cui Siegmund estrae dal frassino la spada Notung; la parola "Notung" è ben percepibile. Ho provato a riascoltare le edizioni discografiche che ho in casa, il colpo di timpano finale si ascolta bene in alcune edizioni ma non in tutte; è la differenza fra ciò che si ascolta in teatro e la ripresa sonora effettuata dai microfoni e dai mixer dei tecnici del suono (chi è abituato ad ascoltare la musica nelle sale da concerto sa bene cosa intendo).
 

Queste le musiche che non sono riuscito a identificare: un clavicembalo all'inizio del film; musica da ballo alla radio, una marcia per banda, un canto forse popolare sul tipo dello jodler usato da Werner Herzog nei suoi primi film; un armonium (so cos'è ma non mi viene: forse Dvorak?), un carillon grande che il protagonista aziona per i bambini, subito dopo una fuga per pianoforte.
Al minuto 18 il timpanista (in realtà musicista completo e multistrumentista) prova a scrivere musica ma si ferma subito; poi, per strada, forse Johann Strauss. Al minuto 23 prove con l'orchestra, sembra musica più leggera, forse è il balletto che verrà dopo; in questa scena il maestro manda via il percussionista sempre in ritardo. Al minuto 25 il timpanista si aggira per il Conservatorio, da una stanza si prova il Rigoletto ("Questa o quella", in italiano); molte ragazze, ci sono anche le ballerine e il nostro protagonista le conosce tutte.


Una delle scene più belle al minuto 29, nella bottega dell'orologiaio; il timpanista ripara il tasto di uno strumento a fiato (clarinetto?), poi mette un chiodo sullo stipite per il basco dell'amico. Al minuto 32 siamo in biblioteca, con un canto femminile da lontano; sta consultando dei libri ma si interrompe per un'esplosione in strada: stanno solo girando un film, e si ferma a curiosare e ad attaccare bottone. In strada, canzoni popolari per voce maschile. Al minuto 36 siamo in un laboratorio chimico, si direbbe biologico, forse analisi del sangue; poi un'aula matematica di fianco al laboratorio, si direbbe l'università. Anche qui, molte belle ragazze e il nostro timpanista non se ne perde una.


Al minuto 40 ancora un clavicembalo al Conservatorio (sempre ascoltato da una stanza, passando nei corridoi) poi prove per clarinetto e pianoforte. Qui un'altra bella scena, le prove al pianoforte per il coro (Bartok, musiche popolari?), il timpanista corregge l'intonazione di uno dei cantanti, poi sostituisce un corista chiamato al telefono. Al minuto 43 musica rock per strada, un organetto, le prove di un coro femminile; poi il protagonista accompagna un amico in ospedale per una visita.
Al minuto 52 siamo in sala concerto e ci sono le prove d'orchestra; in precedenza, il timpanista aveva convinto il direttore a riprenderlo e quindi torna al suo posto ai timpani. Non conosco questa musica, però ancora una volta dopo aver suonato le sue battute il giovane abbandona tutti e va da una famiglia con donna anziana che canta, a tavola con molta gente; ascolta e poi suona il piano per accompagnare la donna, ci sono anche due ragazze. Al minuto 56 c'è in scena balletto, il timpanista arriva ancora di corsa all'ultimo momento, i colleghi lo aiutano e gli vogliono bene; poi per poco non cade in una botola in palcoscenico. In precedenza aveva evitato per strada la caduta di un vaso di fiori, e i calcinacci da un cantiere non segnalato: dettagli purtroppo non secondari, ma fin qui sembrano solo delle piccole gag senza uno scopo particolare.


A 1h00 torna la corale con gli amici, in trattoria; molto bella la musica e l'armonizzazione. Una melodia elegiaca per pianoforte alla fine. A 1h05 in strada, dopo il tramonto; poi una casa con un pittore con un bambino, ancora il clavicembalo, due ragazze. In famiglia, il timpanista sistema il modellino aereo con il bambino, gioca con il cannocchiale sempre con il bambino. Torna "Erbarme dich", c'è una partita di calcio in tv. A 1h09 prova a telefonare, poi in casa, ancora la corale. Infine, è notte ed è con sua madre, torna "Erbarme dich". A 1h12 arriva l'alba, c'è una sveglia che suona, si alza ed esce; osserva in strada il vaso di fiori pericolante, si ascolta un tango dalla radio, due belle ragazze fanno volgere lo sguardo al timpanista mentre attraversa la strada.
E' solo un istante; alla fine la vita riprende come se nulla fosse successo, ed è così per tutti noi.Nella bottega dell'orologiaio l'amico fa per mettere il basco sul tavolo, poi si ricorda del sostegno fissato al muro il giorno prima, e sospira. Si rimette al lavoro, e l'immagine finale è per il meccanismo dell'orologio, il bilanciere che segna il tempo. Time flies, il tempo non si ferma, la nostra vita scivola via...

"C'era una volta un merlo canterino" è un piccolo film in bianco e nero di cui ci si può innamorare. L'attore protagonista si chiama Gela Kandelaki, di aspetto gradevole e simpatico, può ricordare nel fisico e nel modo di fare Jean Louis Trintignant o magari Glenn Gould da giovane, o magari anche Rüdiger Vogler nei primissimi film di Wim Wenders. Il titolo inglese, "Once lived a song thrush" trasforma il merlo (blackbird) in tordo (thrush), e servirebbe dunque un traduttore dal georgiano per sapere com è davvero il titolo originale (probabilmente un modo di dire proverbiale, o il titolo di una canzone popolare). Ricorda a tratti Olmi (Il posto), e anche Buster Keaton ma meno frenetico. I titoli di testa sono in alfabeto georgiano; il film è disponibile su youtube solo in lingua originale, devo dire che si capisce quasi tutto, ma lo scrivo comunque qui per chiedere scusa delle mie imprecisioni.