mercoledì 22 marzo 2017

Casa lontana


Casa lontana (1939) Regia di Johannes Meyer. Soggetto di M.W. Kimmich. Fotografia di Werner Brandes. Musiche di Gounod, Cilea, Giordano; canzoni napoletane; musiche per il film di Franco Casavola. Interpreti: Beniamino Gigli, Livia Caloni (soprano per Donizetti e Gounod), Kirsten Heiberg, Hilde Körber, Elsa Wagner, Werner Fütterer, E.F. Fürbringer, Friedrich Kayssler, Oretta Fiume. Durata: 84 minuti

"Casa lontana" è un film girato a Cinecittà con attori tedeschi, a guerra già in corso (non ancora da noi). Si inizia in tribunale, dove il povero Gigli (che qui si chiama Franchetti) è un tenore famoso accusato di omicidio; in realtà il losco impresario Kennedi (con la i finale) ricattava sua moglie Maria tramite una cambiale falsa. Ci sarà un lieto fine quando si scoprirà che l'omicidio è stata legittima difesa, anzi un colpo partito per caso durante una colluttazione. La storia che ha portato a tutto questo viene raccontata in flashback: il famoso tenore è in teatro, dove tra le ballerine discinte incontra Maria, che poi sposerà nonostante il parere negativo del suo agente. Tra i personaggi troviamo l'impresario Kennedi (con la i) losco figuro e ricattatore, il bel coreografo (per una volta non omosessuale) che corteggia Maria ma si spaventa e la respinge quando viene a sapere che ha mollato Gigli per lui; finale con riconciliazione totale, lieto fine con la "Canzone a Maria" (che non è poi una gran canzone, ma la si ascolta per tutto il film). Sono poco interessanti gli attori tedeschi, vista da oggi appare piuttosto legnosa soprattutto la protagonista Kirsten Heiberg; si fa notare invece invece Oretta Fiume nella scena finale del processo.
 
Molta la musica, con lunghe riprese in teatro, in scena e con il coro e altri cantanti, dove Beniamino Gigli canta "verranno a te sull'aure" dalla Lucia di Lammermoor di Donizetti, e una scena intera dal "Romeo e Giulietta" di Gounod con lunghi estratti: l'aria di Giulietta e la scena del balcone (il soprano è Livia Caloni per entrambe le opere). L'Arlesiana di Cilea, in teatro, viene usata con riferimento alla moglie che se ne è andata ("lei, sempre lei mi parla al cuor, fatale vision": il Lamento di Federico dall'Arlesiana). "Amor ti vieta" dalla "Fedora" di Giordano è cantata da Gigli durante una festa; è di Zandonai la canzone del clown che dà il titolo al film, "Casa lontana". Il direttore d'orchestra è Luigi Ricci. Inoltre, Gigli canta "Funiculì funiculà" alla festa in cui chiede in sposa Maria, un'altra canzone napoletana che non ho riconosciuto (una di quelle tristi) quando è in incognito in America, nel bar.

 
Le musiche swing sono di Franco Casavola; "Canzone a Maria" di Ernesto de Curtis è il leitmotiv del film ("tu sei per me la vita, e questa vita io la dono a te"); Franz Grothe scrive la canzone tedesca interpretata da Kirsten Heiberg.  In conclusione, non è un gran film ma ha il merito di mostrarci molte scene con Beniamino Gigli in teatro, nella sua vera professione.


sabato 18 marzo 2017

La Traviata (1982, Zeffirelli)


La traviata (1983) Regia di Franco Zeffirelli. Musica di Giuseppe Verdi. Direzione musicale: James Levine. Metropolitan Chorus and Orchestra. Fotografia di Ennio Guarnieri. Scene di Franco Zeffirelli. Costumi di Piero Tosi. Coreografie di Alberto Testa. Interpreti: Teresa Stratas, Plàcido Domingo, Cornell Mac Neill, Maurizio Barbacini, Ferruccio Furlanetto, Pina Cei, Allan Monk, Axelle Gall, Renato Cestiè, e molti altri. Ballerini: Ekaterina Maximova, Vladimir Vassiliev. Durata: 109 minuti

Sulla "Traviata" incombe lo stesso equivoco nato intorno all'Aida, e cioè che siano opere che necessitano di scenografie imponenti e costose, di costumi sfarzosi, gioielli, diamanti, ambienti clamorosamente ricchi e grandi. In realtà, ed all'ascolto è evidente, si tratta di due drammi intimi e raccolti, dove prevalgono i sentimenti personali, l'amore, la gioia, il dolore. Poi, certo, ci sono le scene "grandi", con il coro e con tanti interpreti: il trionfo nell'Aida e le feste nella Traviata. Qui ci si può e ci si deve sbizzarrire, ma sempre con un minimo di attenzione e di senso del limite. E' questo senso del limite che è mancato spesso a Zeffirelli, anche in teatro: regista tra i più grandi, ogni tanto sembra essere colto da una specie di "horror vacui" e riempie la scena di una gran quantità di cose e di personaggi, anche non previsti. Ricordo in teatro una sua "Cavalleria Rusticana" (Mascagni) dove c'era chi commentava che case così perfette potevano essere smontate e spedite là dove ce ne era bisogno e una "Turandot" (Puccini) così strapiena di gente e di oggetti da far sembrare piccolo il palcoscenico della Scala (che non è affatto piccolo), con il boia che roteava la sua scure (enorme, la scure) e migliaia di comparse a riempire ogni minimo spazio, un "horror vacui", per l'appunto, degno delle pagine domenicali del grande Jacovitti.
Detto questo, Zeffirelli è senza ombra di dubbio un grande regista e di grande tecnica, padrone completo di ogni aspetto della messa in scena; ma esagerare non va mai bene e troppo spesso Zeffirelli esagera. Se ci fosse stato ancora Luchino Visconti, suo maestro riconosciuto ("Senso", del 1954, vide Zeffirelli fra i suoi collaboratori) un po' di sobrietà gliela avrebbe suggerita, magari con i toni bruschi che gli erano soliti.
Il film di Zeffirelli tratto da "La traviata" è più o meno così, con tutto il bene che se ne può dire e con tutti i difetti caratteristici di Zeffirelli. Il mio parere, per quel che vale, è che si tratta di un'illustrazione corretta di quello che succede nell'opera, e può sicuramente piacere soprattutto in tempi come questi in cui i registi si impegnano a fondo per non far capire niente di cosa succede in un'opera lirica.
Plàcido Domingo qui è ancora giovane e in piena forma, uno dei migliori per questo ruolo. Teresa Stratas nel fisico ricorda molto Maria Callas (un po', non tanto), ed era all'inizio degli anni Ottanta famosa più per il repertorio contemporaneo (ebbe grande successo nella "Lulu" di Alban Berg) che non in Verdi e Puccini, ma svolge bene il compito che le è richiesto. Il baritono è Cornell Mac Neill, vecchia gloria verdiana. Direttore d'orchestra è James Levine, alla guida della sua orchestra, quella del Metropolitan di New York. Nel corpo di ballo, i solisti sono i ballerini del Bolscioi di Mosca Ekaterina Maximova e Vladimir Vassiliev, il coreografo è Alberto Testa. Tra gli attori si può far notare il nome di Renato Cestiè, che qui interpreta un facchino ma che è stato da bambino uno dei divi più richiesti del cinema italiano. Il tenore Maurizio Barbacini e il basso Ferruccio Furlanetto erano molto presenti nei teatri d'opera di quel periodo, anche in parti da protagonisti.
Nella scena del brindisi ho avuto l'impressione di vedere un bicchierino da grappa, cosa che sarebbe stata davvero curiosa: rivedendo le foto dal film, probabilmente la mia impressione deriva da come vengono tenuti i calici, il gambo del bicchiere quasi non si vede e l'idea di un brindisi fatto con un grappino mi aveva fatto allegria, ma purtroppo così non è. Del resto, il film è visibile su youtube e quindi ognuno potrà controllare e verificare facilmente quanto le mie impressioni corrispondano al vero; e se mi sono permesso qualche libertà di troppo è stato soltanto per affetto, quindi spero che Zeffirelli possa darmi "l'assolvenza", per dirla con Puccini (Gianni Schicchi). Quantomeno, io ci spero... (gennaio 2013)



giovedì 16 marzo 2017

Musica per signora



Musica per signora (1937) Regia di John G. Blystone. Scritto da Robert Harari e Gertrude Purcell. Fotografia di Joseph H. August. Musiche di Leoncavallo, Donizetti, Wagner, Mendelssohn; canzoni americane; musiche per il film di Nathaniel Shilkret. Interpreti: Nino Martini, Joan Fontaine, Alan Mowbray, Billy Gilbert, Alan Hale, e altri. Durata: 80 minuti

"Musica per signora" è un film su misura per il tenore veronese Nino Martini, che cantò per diverse stagioni al Metropolitan e con molto successo; confesso che ne ignoravo l'esistenza prima di vedere questo film. Ad ascoltarlo qui (ma un film è poco attendibile per dare un giudizio) si direbbe una buona voce, forse non eccezionale, ma si capisce il perché della sua degna carriera. Qui canta "Vesti la giubba" dai Pagliacci di Leoncavallo, un'aria da "L'elisir d'amore" di Donizetti, e molte canzoni americane scritte per il film. Si ascoltano anche Wagner (ouverture dal Tannhäuser, coro dal terzo atto del Lohengrin), Mendelssohn (scherzo da "Sogno di una notte di mezza estate"). Con Nino Martini recita Joan Fontaine, qui ventenne, destinata a una luminosa carriera: tre anni dopo arriveranno i grandi ruoli con Hitchcock, "Rebecca" e "Il sospetto". La regia è di John G. Blystone, un bravo professionista di Hollywood.
Il soggetto vede il protagonista coinvolto in una storia a lieto fine di ladri e di furti, nella quale viene contrapposto a un altro tenore, uno spagnolo (parte da caratterista); lo scioglimento della vicenda è legato al riconoscimento della voce, e non c'è dubbio su chi sia il vero tenore. Questo equivoco di per sè triste avrà un risvolto utile, perché lo porterà al successo: un Grande Direttore (l'attore Alan Mowbray, che fa la caricatura di Stokowski) lancerà alla radio il giovane tenore, oltretutto con una canzone scritta dalla bella del film (Joan Fontaine, non una qualunque). In definitiva, una cosa da poco, girato un po' frettolosamente, che però ha fatto aggiungere qualche tassello alla mia personale storia del teatro d'opera al cinema.
Il regista Blystone ha al suo attivo un film con Stanlio e Ollio, "Serenata a Vallechiara" (nel 1938, un anno dopo) e questo basta e avanza per renderlo molto simpatico.
 

martedì 14 marzo 2017

Lily Pons

Alice Josephine Pons, 1898-1976, francese di nascita, fu per molti anni una delle star del Metropolitan, e divenne famosissima in America. Aveva voce piccola ma molto bella, nitida, con agilità e acuti formidabili; oltre a questo, era molto bella anche di persona, e non poteva passare inosservata nel cinema di Hollywood.
A suo merito bisogna anche aggiungere che Lily Pons fu un’antifascista molto attiva, e in USA ebbe un ruolo importante per perorare la causa di De Gaulle, che era capo della Resistenza (De Gaulle era un uomo di destra, ma fu capo della Resistenza: anche da noi molti uomini di destra parteciparono alla Resistenza, sarà il caso di ricordarlo ai distratti).
Il sito www.imdb.com riporta per Lily Pons questi titoli come attrice:
- I dream too much (Notte di carnevale, 1935 regia John Cromwell con Henry Fonda, Lucille Ball, Mischa Auer)
- That girl from Paris (La ragazza di Parigi 1936 regia Leigh Jason con Jack Oakie, Gene Raymond)
- Hitting a new high ( Una donna in gabbia, 1937 Raoul Walsh, EE Horton, Jack Oakie, John Howard)
- Carnegie Hall (Sinfonie eterne 1947) EG Ulmer dove Lily Pons interpreta se stessa. Nel film, che purtroppo non ho mai visto, compaiono anche Bruno Walter, Gregor Piatigorsky, Rise Stevens, Artur Rodzinsky, Artur Rubinstein, Jan Peerce, Ezio Pinza, Jascha Heifetz, Leopold Stokowski, Leonard Rose. Gli attori intorno a cui ruota il film sono Marsha Hunt e William Prince.
- Four star review, tv serie 1950, episodi da un’ora per la tv, con attori famosi
 
Sono riuscito a vederne addirittura tre su quattro, grazie a Raitre (non quella del 2016-17, quella di prima); mi ero scritto qualche appunto, che trascrivo in attesa di rivedere tutto con calma:
- Hitting a new high ( Una donna in gabbia, 1937 regia di Raoul Walsh, EE Horton, Jack Oakie, John Howard) Divertente il film di Lily Pons del 1937, quello con EE Horton e Jack Oakie-Benzino Napaloni dove lei fa la bird-girl. Film “con il cervello di un uccellino” scrive www.imdb.com , ed è proprio vero; però la Pons anche vicina ai quarant’anni sembra ancora una diciottenne, può permettersi  non solo il bikini (che non c'era ancora) ma anche gli hot pants e scollature notevoli. Meno belli i due precedenti, quello del 1935 con Henry Fonda e quello del 1936 dove Horton non c’era. Meritevoli di lode gli addestratori degli animali: in "Hitting a new high" il leone fa davvero l’attore (vedere per credere) e gli uccellini non volano via dal dito di Lily, ma recitano magnificamente anche loro. Film visti per pura curiosità, che si sono rivelati una piacevolissima sorpresa; la Pons era davvero straordinaria, l’unico appunto che le si può muovere è che canta tutto allo stesso modo, l’aria del passerottino e la scena della follia dalla Lucia di Lammermoor diventano praticamente uguali, ma questo era lo stile di canto di quasi tutti i soprani d'agilità prima che arrivasse la "rivoluzione" chiamata Maria Callas (febbraio 2006)
 
Aggiungo qualche nota esplicativa a questi miei vecchi appunti, in attesa di ritornare sull'argomento: “Hitting a new high” è la storia di un tizio che durante una vacanza (o un naufragio?) trova su un’isola lontana una fanciulla che canta come un usignolo: si chiama “Oogahunga”, the bird-girl, e verrà ribattezzata Suzette per farne una star in America. Dato il soggetto, è anche un’occasione per mostrare Lily Pons in abiti molto ridotti, e direi che ne valeva la pena. Jack Oakie è un comico americano all’epoca molto famoso, che si ricorda oggi più che altro per il ruolo di “similduce” nel Grande Dittatore di Charlie Chaplin; Edward Everett Horton è un attore brillante di cui sono da sempre un grande ammiratore, immancabile in molti film di quegli anni, con Frank Capra, o magari al fianco di Fred Astaire in “Cappello a cilindro”. Nella foto qui sotto, Lily Pons è con Edward Everett Horton (in abiti settecenteschi) e con l'ottimo regista Raoul Walsh (con la benda sull'occhio, purtroppo non per esigenze di spettacolo).
 
 

domenica 12 marzo 2017

Ruggero Raimondi

Il basso bolognese Ruggero Raimondi, già affermato sui palcoscenici internazionali, divenne famoso in tutto il mondo nel 1979 interpretando per il cinema il "Don Giovanni" di Losey; anch'io lo conobbi grazie a quel film, e subito me lo ritrovai davanti sul palcoscenico della Scala nel Boris Godunov diretto da Claudio Abbado, dove interpretava due ruoli (Varlaam alla prima, il protagonista in alcune repliche). Ruggero Raimondi in palcoscenico è da vedere, oltre che da ascoltare; è un ottimo attore e non stupisce che sia stato richiesto anche da grandi registi. Dopo quel "Don Giovanni" Raimondi ebbe aperte le porte del cinema, ma non ne approfittò più di quel tanto perché la sua agenda teatrale era già pienissima, e continua ad esserlo ancora oggi.

Nel dettaglio, questi sono i film di Ruggero Raimondi girati per il cinema, da www.imdb.com :
1978 "Six personnages en quete d'un chanteur" di Maurice Béjart, per la tv francese
1979 "Don Giovanni", regia di Joseph Losey (ne ho già scritto su questo blog)
1982 "La truite", regia di Joseph Losey. Protagoniste di questo film sono Jeanne Moreau e Isabelle Huppert, il personaggio di Raimondi è un ospite a una festa.
1982 "La vita è un romanzo", regia di Alain Resnais, un film a più protagonisti, con Vittorio Gassman, Fanny Ardant, Geraldine Chaplin, Sabine Azema, e molti altri tra cui Cathy Berberian; il personaggio di Raimondi è "il conte Michel Forbek".
1984 "Carmen", regia di Francesco Rosi; un altro film tratto da un'opera lirica, dove ovviamente Raimondi è Escamillo (ruolo baritonale)
1985 "Faust", l'opera di Gounod con regia di Ken Russell; da Vienna, dirige Erich Binder. Francisco Araiza è Faust, Gabriela Benackova è Marguerite, Ruggero Raimondi è Mefistofele.
1989 "Boris Godunov", l'opera di Mussorgskij con regia di Andrzej Zulawski. Dirige Rostropovic; Ruggero Raimondi è Boris Godunov (è il suo quarto film tratto da un'opera lirica).
1997. "I colori del diavolo", regia di Alain Jessua; con W.Stanczak e Isabelle Pasco. Il personaggio di Raimondi si chiama Bellisle, il soggetto è tratto da un romanzo di Gilles Blunt.
2008 "Le sanglot des anges", film di 90 minuti per la tv francese 2008. Ruggero Raimondi è il protagonista, che si chiama Carlo Di Vanelli.
Molte le registrazioni di opere per la tv: si comincia con "La Favorita" di Donizetti (1971), poi "Nabucco" (1979), un'altra Carmen, un altro Boris, Le Nozze Figaro, un altro Don Giovanni, "IlViaggio a Reims" di Rossini (la bellissima edizione diretta da Claudio Abbado con regia di Ronconi), poi Tosca (altro ruolo baritonale), Il Turco in Italia, I racconti di Hoffmann, Don Basilio nel Barbiere di Siviglia, "Don Pasquale" di Donizetti, Falstaff di Verdi, "Assassinio nella cattedrale" di Ildebrando Pizzetti (da T.S. Eliot), e infine un "Rigoletto a Mantova" nel 2010, regia di Marco Bellocchio. Intanto, la carriera in teatro continua con ottimi esiti. Se non fosse stato per il grande successo in teatro, penso che le porte del cinema si sarebbero davvero spalancate per Ruggero Raimondi, che sarebbe stato (per esempio) un magnifico cattivo nei film fantasy (Harry Potter?) o in quelli di James Bond o di Schwarzenegger, o magari in un Batman; ma Raimondi ha preferito continuare la carriera di cantante d’opera e francamente non so dargli torto.

 

sabato 11 marzo 2017

Voglio bene soltanto a te

 
Voglio bene soltanto a te! (1946) Regia di Giuseppe Fatigati. Prodotto da Guido Brignone. Scritto da (non indicato nei titoli di testa). Fotografia di Giovanni Pucci. Musiche di Donizetti, Wagner, Flotow, Meyerbeer. Canzoni di Bixio e De Curtis. Interpreti: Beniamino Gigli, Tino Scotti, Emma Gramatica, Greta Gonda, Enzo Merusi, Enrico Luzi , Adriana Sivieri, Luigi Almirante, Durata: 77minuti

Cinema sul cinema, come in "Effetto notte" di Truffaut, per questo film di Beniamino Gigli del 1946: la troupe al lavoro, le monumentali cineprese dell'epoca, il set, i cestini per il pranzo, le "giraffe" col microfono per la presa diretta, e molte trovate divertenti. Il film da girare dentro il film ha per protagonista un Grande Tenore (cioè Gigli, ma con un altro nome) che dall'alto della sua fama osserva un giro di equivoci che nasce dalla giovane attrice (Greta Gonda), una traffichina che prende in giro tutti facendo credere che possa cedere a questo o quello secondo la convenienza del momento. A un certo punto Gigli si stanca dell'andazzo e abbandona il film, ma si farà convincere dagli operai a tornare sul set. Gli operai rischiano di perdere il lavoro se il film non si farà più; e quindi il tenore cede e torna sul set, perchè è giusto fare avere lo stipendio a chi se lo è meritato.
Il personaggio di Greta Gonda è insomma quasi come quelli che farà Edwige Fenech negli anni 70 e 80: la Gonda non è bella come la Fenech e il film è molto più solido e professionale di quelli con Lino Banfi e soci, ma alla fine dei conti la storia raccontata non è molto differente. Greta Gonda, viennese, fu soubrette di varietà con Macario e Nino Taranto; nel finale assume pose scosciate da varietà triviale che per l'epoca erano decisamente ardite. Un'attrice presto dimenticata, e guardando il film si capisce bene perché ("solo il doppiaggio l'aiuta", come dice una bella battuta del film). La affianca come protagonista un altro attore dimenticato, Enzo Merusi, che è ben doppiato da Gianfranco Bellini ma è del tutto anonimo e assai improbabile sia come divo che come bello del cinema. Ci sarebbe nel cast un ottimo attore come Tino Scotti, ma è sacrificato nella parte mal scritta e la voce non è la sua, peccato. In questo film, come capitava spesso all'epoca, sono tutti doppiati. La voce di Gigli, quando non canta, è Augusto Marcacci; la voce di Greta Gonda è di Tina Lattanzi. L'attore comico toscano Enrico Luzi (doppiato da Stefano Sibaldi, la voce di Richard Basehart in "La strada" di Fellini) intepreta la caricatura del regista e sceneggiatore volenteroso ma stupido.
Si inizia con il maestro di canto che rievoca davanti alle sue allieve i successi del tenore; da qui nasce un medley di dieci minuti ben costruito che parte da una scena di un'opera in francese che non sono riuscito a identificare, seguita dal preludio del Tannhäuser di Wagner. "O Paradiso" dall'Africana di Meyerbeer vede Gigli in teatro con divinità più o meno induiste, indiani e improbabili statue di Buddha; si sfuma con "I racconti di Hoffmann" (la famosa barcarola passa velocemente in orchestra). Vediamo la sintonia della radio che si sposta, le locandine, "Una furtiva lacrima" viene interrotta e sfumata, arriva un accenno in orchestra a "La fleur" dalla Carmen di Bizet. Quindi "La favorita" (spirto gentil) in teatro, una scena con coro dalla "Martha" di Flotow in italiano (non c'è M'apparì), poi le luci al neon, e il "Lohengrin" di Wagner in scena con Gigli che canta "mercè cigno gentil". Qui termina il medley e finisce il flashback del racconto del maestro di canto. Di Wagner, Gigli canterà ancora "Winterstürme" da "Die Walküre" a 1h07, in italiano.
Ci sono poi le canzoni: quella del titolo, "Voglio bene soltanto a te", poi "Mamma" che viene dedicata qui a Emma Gramatica, che interpreta la madre di Gigli; segue "Non ti scordar di me" di Bixio presentata in teatro come se fosse un'aria d'opera (cosa che non è) e c'è spazio anche per "Lassatece passà semo romani", non cantata da Gigli però, ma da un coretto fuori campo su lo sfondo der Colosseo. Un refuso d'epoca è Donizetti scritto con due zeta nei titoli di testa; di strano c'è il fatto che nella colonna sonora non c'è niente di Verdi, Bellini, Puccini che pure erano i cavalli di battaglia di Beniamino Gigli (vederlo in "Un ballo in maschera" mi sarebbe piaciuto molto...)

mercoledì 8 marzo 2017

Copia conforme


 
Copia conforme (Certified copy, 2010) Regia di Abbas Kiarostami. Scritto da Abbas Kiarostami, Caroline Eliacheff, Massoumeh Lahidji Fotografia di Luca Bigazzi. Interpreti: Juliette Binoche, William Shimell, Jean Claude Carrière, Agathe Nathanson, Gianna Giachetti, Adrian Moore, Angelo Barbagallo, Andrea Laurenzi, Filippo Trojano. Durata: 106'
 
Il baritono William Shimell recita come attore protagonista nel film “Copia conforme” di Abbas Kiarostami del 2010, girato in Toscana tra Arezzo e Lucignano. Vi si immagina uno scrittore (Shimell) che presenta al pubblico un suo libro dove si parla del rapporto fra l'originale e le sue copie, per esempio le molte copie di statue antiche presenti nelle piazze italiane (gli originali sono conservati nei musei, per preservarli dall'inquinamento e dai vandalismi); alla conferenza è presente un'antiquaria (Juliette Binoche) che lo accompagnerà poi in giro per la Toscana. A Lucignano c'è appunto un piccolo quadro che si credeva un originale pompeiano, ma poi (negli anni '50 o '60) si è scoperto che era una copia.
Al ristorante dove si fermano c'è una donna (Gianna Giachetti) che li scambia per marito e moglie; i due stanno al gioco e realizzano la "copia conforme" ("copia certificata" nel titolo originale) di un vero matrimonio, comportandosi come se fossero sposati da molto tempo. Però poi, nel finale, si rendono conto che la finzione non può reggere.
Abbas Kiarostami, iraniano, ha al suo attivo molte belle pellicole come "E la vita continua" (1992), "Sotto gli ulivi" (1994), "Dov'è la casa del mio amico?" (1991), e altre ancora, realizzate in patria con uno stile che si ispira al neorealismo italiano, manifestando apertamente la sua ammirazione per Vittorio De Sica nei suoi film con Zavattini ("Ladri di biciclette", "Miracolo a Milano", "Il tetto"...) e di Roberto Rossellini ("Roma città aperta", "Germania anno zero"...). Questa sua poetica, che mostra la realtà quotidiana, gli aveva creato grossi problemi con il regime iraniano. Nel 2010 però Kiarostami è in Italia, e gira un film diverso da quelli che aveva realizzato in Iran, con una star internazionale come Juliette Binoche e su un argomento più "astratto" rispetto ai problemi seri come erano, per fare un solo esempio, le macerie del terremoto mostrato in "Dov'è la casa del mio amico".
William Shimell è proprio il baritono inglese, che ho avuto la fortuna di ascoltare nel "Don Giovanni" e in "Le nozze di Figaro"; qui alla sua prima prova da attore; purtroppo non canta ma è molto bravo, sembra abbia sempre fatto cinema. Il suo personaggio si chiama James Miller, ma io avevo subito memorizzato "James Morris" che è il nome di un altro famoso basso-baritono inglese.
Fra gli interpreti del film troviamo anche lo scrittore Jean Claude Carrière, uno degli sceneggiatori più importanti nella storia del cinema, qui nella parte di un turista presente nella piazza di Lucignano con la moglie (Agathe Nathanson). Carrière consiglia a Shimell di mettere una mano sulla spalla della compagna mentre camminano, e di starle a fianco; anch'egli equivoca e li crede una coppia di lunga data, l'illusione (la "copia conforme") è perfetta.
All'inizio del film si vede il produttore di cinema Angelo Barbagallo (produttore anche di questo film) nella parte dell'uomo che introduce la conferenza; in queste scene c'è un bambino con il videogioco sempre in mano, che interpreta il figlio della Binoche. Il bambino si chiama Adrian Moore. L'originale è recitato in tre lingue, francese inglese e italiano; nella versione italiana era molto difficile mantenere in maniera credibile l'alternarsi delle lingue, e si è deciso di doppiare tutti in italiano.
Il film dura quasi due ore e ha molte belle immagini, Lucignano è un bel posto. Nell'insieme, pur con molti pregi, l'ho considerato come un film abbastanza punitivo, soprattutto per i dialoghi, e lontano dalla delicatezza dei film iraniani di Kiarostami; direi che sembra un tentativo di rifare alcuni film di Rossellini, come "Viaggio in Italia", o magari certi momenti di "Nostalghia" di Tarkovskij (non i più riusciti). Rimane comunque un film da conoscere, realizzato da un grande artista.
Per me, su un piano strettamente personale, l'impressione forte di ritrovarmi a Canossa (nel senso di Quattro Castella, Reggio Emilia), nelle scene del ristorante e quando Juliette Binoche si mette un chilo di rossetto per sembrare bella, e anche degli orecchini molto vistosi (io non sopporto il rossetto). William Shimell appare freddo e distante come un vero marito, come dovevo forse sembrare anch'io, chissà. Ma tutto questo, sia ben chiaro, con il film non c'entra nulla. (marzo 2013)