mercoledì 2 ottobre 2019

Piano di evasione

 
(...) il mio male si aggravò fino a diventare insopportabile; mi decisi a fare io stesso il passo che, per motivi morali, avevo fatto compiere ai detenuti Marsillac, Favre e Deloge; il passo che, per motivi morali fondati sulle menzogne che lei mi disse, avevo tentato di far compiere anche a lei. Da questo momento cesso di essere un uomo di scienza per diventare oggetto della scienza; da questo momento non proverò più dolore, sentirò (sempre) l'inizio del primo movimento della Sinfonia in mi minore di Brahms. (la n.4) A questa lettera allego la spiegazione delle mie scoperte e i mezzi per applicarle, e il mio testamento.
Adolfo Bioy Casares, "Piano di evasione", pag.126 (cap.48) ed. Bompiani 1974, traduzione Gianni Guadalupi (Plan de evasiòn, 1945)

Il soggetto del libro parte probabilmente dalla sinestesia, cioè dalla capacità di abbinare colori e note musicali; si immagina che sia possibile combinare in tal modo tutti i cinque sensi, cioè toccare da lontano, vedere attraverso il tatto, eccetera. A realizzare tutto questo non è uno scienziato più meno pazzo, come nell'Isola del dottor Moreau di H.G.Wells, ma il governatore del carcere dell'Isola del Diavolo, la Caienna (il romanzo è del 1945, quindi molto prima di Papillon che uscirà solo nel 1970). Il "piano di evasione" che dà il titolo al libro riguarda proprio la possibilità di "evadere" ma con la mente, non con il corpo; l'operazione che combina fra di loro i cinque sensi, come nella migliore tradizione del genere fantastico, non è spiegata ma solo accennata con minimi dettagli (si ricorderà che la trasformazione del dottor Jekyll di Stevenson viene resa possibile da un'impurità nel farmaco, e che l'operazione chiave del dottor Frankenstein viene descritta da Mary Shelley con le parole "qualcosa di così facile che non potreste immaginare"). Alla fine del libro Castel, il governatore, finisce per fare la stessa fine dei suoi pazienti: non in seguito a un'operazione ma per essere rimasto troppo tempo in contatto con le modifiche apportate anche all'ambiente dell'esperimento (le cosiddette "mimetizzazioni"). Nelle pagine finali, il giovane ufficiale Nevers, che si era rifiutato di assecondarlo, conclude la sua storia con questa affermazione:

(...) quanto alla sua enigmatica asserzione che non avrebbe più sentito dolore, ma avrebbe udito per sempre l'inizio del primo movimento della Sinfonia in mi minore di Brahms, vedo un'unica spiegazione possibile: che il governatore sia riuscito, o abbia tentato di farlo, a tramutare le sue sensazioni dolorose in sensazioni acustiche. Ma poiché nessun dolore si presenta sempre nella stessa forma, non sapremo mai che musica sentisse Castel. (...)
Adolfo Bioy Casares, "Piano di evasione", pag.143 (cap.52) ed. Bompiani 1974, traduzione Gianni Guadalupi (Plan de evasiòn, 1945)

qui per ascoltare Brahms, sinfonia n.4

 

venerdì 27 settembre 2019

Delio Tessa


 
(Frederick Childe Hassam, 1893)
 
(...) Dopo pranzo Vassilli si mette al piano. La sua Rita gli è vicina colla scusa di voltar le pagine. Il verticale cigola come un carretto. Bisogna ungergli il pedale. C'è chi crede che il sapone vada meglio dell’olio. Arriva una penna di cappone intinta nell’olio della macchina da cucire. Chopin riprende il suo pianto. Piange solo; s’è rifugiato quassù al quinto piano, in questa cameretta vicino a due innamorati, si è stretto a loro che possono comprenderlo ancora. Di fuori c’è il mondo nuovo agonistico e sportivo, estraneo, insensibile al pianto dell’uomo solo. Oggi tutto è in regime di masse; camionate di gitanti e torpedoni di dolenti! Anche le malattie si adeguano ai tempi. La romantica tisi dei musicisti, dei patrioti e dei poeti ha ceduto il posto al cancro degli industriali.
In silenzio, raccolti intorno al pianoforte, i cinque invitati sembrano un gruppetto di cospiratori. Il loro atteggiamento raccolto, dimesso e quasi arcigno, è antagonistico e di muta riprovazione degli sgargianti esibizionismi artistici moderni. Nessuno mi leva dalla testa che il gran pubblico accorre ai concerti degli assi della tastiera colla stessa mentalità colla quale si stipa negli stadi alle partite di calcio. A loro interessa il funambolo, la musica vien dopo, quando viene. Il concertista medio, l'esecutore attento, l’interprete diligente che presenta gli autori senza sopravalutarli ha finito il suo ciclo. Cambi mestiere. (...)
Delio Tessa, «Sì, cara» pag.72 da "Ore di città" a cura di Dante Isella, Scheiwiller 1984


 

lunedì 23 settembre 2019

Canta Schipa


CANTA SCHIPA  
(Delio Tessa)
...secondi posti: tre. Primi: cinque. Galleria.... «Rose nere». Come sarà? No, decido di no.
Più in là...
...sul mare luccica
l'astro d’argento...
...un altoparlante trasmette il programma Radio-pomeriggio. Sul marciapiede c'è gente ferma in ascolto. Dentro, nell'atrio del negozio ove la trasmissione si effettua, c'è folla.
Il canto non sembra venire da nessun punto in particolare. E' nell’aria. Chi è qui, ci vive in mezzo. Qualcuno intanto se ne va.
A questa nuova canzone...
...in te rapito al suon della tua voce...
...altra gente fa sosta, s’assiepa...
...lungamente sognai...
Facce estatiche!
Lungamente sognai... l’eco di queste parole è diffuso intorno, la melodia nostalgica che le anima ci tien qui, non ci lascia partire. Penso al canto delle sirene. La città non è forse un mare? Uno può, passando, fermarsi un istante e poi, quasi a forza, strapparsi all'incantamento e andar via ma se indugia è preso nel cerchio magico della musica, non parte più.
Il 13, il 21, il 35... otto tram e un autobus passano, s’intersecano su questa piazza. Gente, gente, auto, moto e gente, gente... Il mare in tumulto della città s’infrange al lido di questo marciapiede ove un gruppetto d’altra gente s’è dimenticata di sé e di tutto e, immobile, tace. Chi vuol passare deve farsi largo tra la piccola folla che cede lentamente e sembra stupirsi che qualcuno passi
ancora...
...torna caro ideal...
Chi passa, s’arresta. La malia del canto, quei visi assorti, quegli occhi assenti, l’hanno preso, irretito. «No, non torna più » Un cenno, un piccolo cenno di diniego « non torna più», par che dica costui.
...e ti senti nell’aria
nella luce dei fiori...
La servetta con quel bambino in collo troppo pesante per lei e che si torce nello sforzo continuo di portarlo, sorride... sorride a un che di sereno che per questo cielo bigio le appare... il pupo mi guarda attonito e mi presenta l'anello di un coso che ha in bocca, e che sta succhiando...
...torna caro ideal...
La canzone si spegne, dilegua, non é più. Il fattorino che ha fermato la bicicletta ai margini del marciapiede fa un gesto vago come per allontanare da sè i veli di un sogno. Si guarda in giro come per ritrovarsi e, finalmente, va. Rivedo i pensieri che ritornano, risento i crucci che ripesano.
Il grumo d’umanità che s’era formato si va sciogliendo e tutto è di nuovo some prima. Una voce in altoparlante annuncia:
« Tito Schipa ha cantato... ».

Delio Tessa, "Canta Schipa", da "Ore di città" a cura di Dante Isella, Scheiwiller 1984




qui per ascoltare Tito Schipa in "Ideale" di Francesco P. Tosti


giovedì 12 settembre 2019

L'ospite (Liliana Cavani)


 
L'ospite (1971) Regia di Liliana Cavani. Scritto da Liliana Cavani Fotografia di Giulio Albonico (bianco e nero). Musiche di Rossini e di altri autori non indicati. Interpreti: Lucia Bosè, Glauco Mauri, Peter Gonzales, Alvaro Piccardi, Lorenzo Piani, Giancarlo Caio, Giampiero Frondini, Alfio Galardi, Maddalena Gillia, Maria Luisa Salmaso. Durata: 1h30'

"L'ospite" è un film Rai diretto da Liliana Cavani nel 1971; nella filmografia della regista emiliana arriva dopo "Francesco d'Assisi" (1966), Galileo (1968), I Cannibali (1970), e precede "Milarepa" (1974) e "Il portiere di notte" (1974). Il tema è quello della malattia mentale e dei manicomi, tema molto d'attualità in quegli anni per via della riforma che prese il nome dallo psichiatra Franco Basaglia, l'apertura dei manicomi (fino a pochi anni prima impensabile) e la vita degli internati dopo la liberazione. Su questo contesto, però, Liliana Cavani costruisce un soggetto drammatico originale; il film non è quindi un documentario come si potrebbe pensare dalle sequenze iniziali, ma un vero film con attori e con una storia narrata, molto probabilmente presa dal vero.

 
La storia è quella di Anna (interpretata da Lucia Bosè), entrata giovanissima in manicomio e rimasta rinchiusa per vent'anni; non è pazza, aiuta gli altri pazienti, fa lavori nell'ospedale psichiatrico e riceve regolare retribuzione, e tra breve potrebbe essere dimessa e tornare a fare una vita normale. E' ancora molto bella, ha modi gentili ed educati, si prende cura amorevole di un giovane paziente che ha gravi difficoltà fisiche; tutti questi particolari attirano l'attenzione di uno scrittore (Glauco Mauri) che sta frequentando il manicomio per scrivere un saggio sulla condizione dei malati di mente. Quando viene dimessa dall'ospedale, Anna è contenta ma nel contempo è triste perché deve abbandonare il ragazzo malato (Peter Gonzales); viene accolta nella casa del fratello minore, sposato e con un figlio, ma sorgono subito contrasti. Anna vorrebbe fare una vita libera, da persona normale, ma il fratello e la cognata si preoccupano del suo possibile comportamento; infine, un vicino di casa (sposato e amico dei suoi parenti) le mette le mani addosso e lei si ribella. La verità viene a galla, ma Anna non viene creduta e dalla situazione nascono altri problemi. A questo punto Anna esce di casa e non torna più.
Qui rientra nella narrazione lo scrittore, che ha seguito Anna nella casa del fratello e riesce finalmente a rimettere insieme la vita della giovane donna. Anna e il fratello, da bambini, erano rimasti orfani ed erano andati a vivere nella casa degli zii, in campagna. Aveva avuto una storia d'amore con un cugino, finita male; da qui i tentativi di suicidio e la depressione che l'avevano portata al manicomio. Oggi non sarebbe così, ma negli anni '50 e '60 bastava molto meno per finire in manicomio (si veda anche "Europa 51" di Roberto Rossellini, con Ingrid Bergman protagonista) e non uscirne più. Ed è infatti in quella casa di campagna, una casa molto grande e ricca, che verrà ritrovata Anna; lo scrittore, che ha intuito dove potesse essere, dice al fratello di Anna "spero di arrivare prima della polizia", ma così non sarà. Avvisati dal fratello, i poliziotti trovano Anna e la riportano di forza in manicomio.

 
A un'ora dall'inizio, cioè quando Anna entra da sola nella casa di campagna dove ha vissuto da bambina, Liliana Cavani inserisce una lunga sequenza fantastica: Anna ritrova uno spartito del "Pelleas et Melisande" di Debussy per canto e pianoforte, probabilmente qualcosa che le apparteneva. Ne nasce una sua fantasia, con se stessa nei panni di Mélisande (dai lunghi capelli) e il giovane malato del manicomio come Pélléas; vediamo la sequenza iniziale e l'incontro con Golaud, poi altre scene con Lucia Bosè nei panni della madre anziana e velata di Golaud, gli incontri con Pélléas. Queste sequenze sono alternate con le visite dello scrittore alla casa del fratello di Anna, dove un po' alla volta veniamo a sapere che cosa è successo; il fratello e la cognata hanno già deciso di scaricare Anna e di rimandarla in manicomio, se e quando verrà trovata. Nella sequenza finale, Anna è tornata accanto al letto del giovane malato.
Non si ascolta musica di Debussy, nel corso del film; si segue la narrazione di Maeterlinck (autore della versione in prosa di "Pelleas et Melisande") ma si ascolta invece altra musica. Curiosamente, è Rossini: dopo aver ritrovato lo spartito, Anna mette un disco sul grammofono e si ascolta Rossini, l'ouverture da Cenerentola.

 
Nei titoli di testa del film è scritto che le musiche del film sono di Gioacchino Rossini, ma è vero solo in parte. Si ascolta molta musica, ma l'elenco completo non è indicato da nessuna parte e devo andare un po' a memoria, cosa non facile. Provo a stilare un piccolo elenco: nei titoli di testa, musica da camera che potrebbe essere di Rossini oppure di Cherubini; le Danze slave di Dvorak (o forse le danze ungheresi di Brahms?), e qualcosa che sembra una variazione da "Ein Mädchen oder Weibchen" di Mozart (il Flauto Magico) forse di mano di Beethoven. Gli arrangiamenti di questi brani lasciano un po' sconcertati e non è facile capire al volo di cosa si tratta con sequenze così brevi; se qualcuno potesse correggere i miei errori ne sarei contento.

 
Nel film sono inserite anche delle canzoni: nella sequenza della spiaggia si ascolta un grande successo di pochi anni prima, "Venus" degli olandesi Shocking blue; "Banoyi" è cantata dalla sudafricana Miriam Makeba.
Il film è girato a Pistoia, le automobili sono targate Pisa; non viene indicato il luogo reale dove è stato girato il film, forse per rispetto nei riguardi degli ammalati. L'insieme fa pensare spesso a Mario Tobino, scrittore e psichiatra, e ai suoi libri (Le libere donne di Magliano, Per le antiche scale, e altri ancora), che venivano pubblicati in quegli stessi anni; il soggetto è però di Liliana Cavani, e di Tobino non si fa menzione nel film.


Si tratta di un bel film, ancora oggi, anche se con qualche difficoltà iniziale per lo spettatore; ma gli attori sono ottimi, in particolare Lucia Bosè (che ricorda ruoli simili di Alida Valli), e lo stile di regia asciutto e preciso è prezioso. Visto di recente su Raitre (alle tre di notte! per fortuna ho ancora il videoregistratore), va detto che la pellicola necessiterebbe di un restauro. In questo periodo restaurano anche cose che non ne avrebbero bisogno (Showgirls, Fantozzi, i Vanzina...), e io direi proprio che sarebbe il caso di prendersi cura dei film importanti, prima di passare ad altro.
 


 

lunedì 2 settembre 2019

Oliver Hardy


Non molti lo sanno, almeno qui da noi, ma Oliver Hardy (1892-1957) aveva una bella voce e sapeva cantare bene. Non ha mai cantato nell'opera lirica e quindi non dovrei occuparmene in questo blog, ma gli si vuole troppo bene e - soprattutto - in Italia è stato molto bistrattato.
Oliver Hardy aveva una bella voce di tenore leggero, ben intonata, alla quale i doppiatori italiani non hanno mai reso giustizia. A dirla tutta, Alberto Sordi (suo storico doppiatore italiano) se la cavava abbastanza bene ma aveva voce di basso e non di tenore; sugli altri doppiatori di tempi più recenti sarà meglio calare un velo pietoso: se non hanno passato dei guai, anche dall'aldilà, è soltanto perché Ollie era troppo buono e bravo per offendersi.
Oliver Norvell Hardy (questo il nome completo) infatti nei suoi film canta spesso, ma magari noi non ci facciamo caso perché siamo distratti dai disastri combinati nel frattempo da Stan Laurel. Alberto Sordi si compiaceva di dire che la voce giusta per Ollio era la sua, che le voci vere erano sbagliate, eccetera, ed era una fesseria (anche Vladimir Nabokov, nei suoi scritti, si lamenta del doppiaggio e soprattutto di quello francese, che doveva essere simile al nostro) ma quantomeno Sordi era intonato. I doppiatori successivi, invece, hanno rovinato l'immagine di Oliver Hardy come cantante e si sarebbero ben meritati una causa civile per danneggiamento d'immagine, ma così è andata e per gli italiani, ormai, Oliver Hardy passa per stonato anche se non lo era affatto.
 

Le biografie dicono che prima di iniziare con il cinema, intorno al 1913 e quindi molto giovane, Oliver Hardy canta in piccoli locali e nei vaudeville, ma faceva già la comparsa nel cinema. Va fatto notare che il cinema nasce nel 1895, siamo quindi ai suoi inizi. L'incontro con Stan Laurel (inglese, come Charlie Chaplin) avviene piuttosto tardi, nel 1926; i due avevano già recitato insieme in un film del 1921, ma la cosa non ebbe seguito. Il primo grande successo della coppia Laurel & Hardy è del 1927; siamo molto vicini alla nascita del cinema sonoro ma non possiamo ancora ascoltare la voce di Oliver Hardy, cosa che avverrà solo nel 1930 con "Below zero". Le biografie ci dicono ancora che Oliver Hardy si sposò tre volte, che giocava a golf con bravura, e tante altre cose ancora; ma qui per oggi voglio ricordare la sua voce, e porto qualche esempio con l'aiuto fondamentale di youtube.


Il primo è ovviamente "Below zero", anno 1930: in Italia è diventata "come è bello star al mare a riposar", che cantata in città sotto la neve può essere irritante. E' uno dei film miei preferiti da sempre, e l'originale è "In the good old summertime" di George Evans e Ren Shield, datata 1902.  (qui)
"Lazy moon" viene da "Pardon us" (in Italia "Muraglie", sempre 1930) dove Stan e Ollie sono due evasi che cercano di non farsi riprendere. Uno dei loro espedienti è quello di tingersi la faccia di nero, così da passare per afroamericani: oggi questa sequenza farebbe storcere il naso a molti, ma siamo nel 1930 e si tratta, come sempre, di giochi da bambini, del tutto innocenti. "Lazy moon", racconta della luna pigra che gli innamorati aspettano ma che non si decide a spuntare da dietro la collina. E' una canzone del 1903, scritta da Bob Cole e Rosamond Johnson; con Oliver Hardy canta The Hall Johnson Choir. (qui)


Un'altra canzone dedicata alla luna è "Shine on harvest moon", la luna del tempo del raccolto (luna di settembre, dice il mio dizionario), abbinata a Stan e Ollie che vanno ad arruolarsi nella legione straniera. Il film è "The flying deuces" (I diavoli volanti, 1939); la canzone invece è datata 1908, scritta da Nora Bayes (musica) e Jack Norworth (parole). (qui)
Nella versione italiana si parla di asini che volano, con una serie di nonsense ben congegnati. Come curiosità, si può ricordare che è l'arrangiamento di una canzone di quegli anni, intitolata "Vado a zonzo" di Ernesto Bonino.
 

Uno dei film di cui non ho trovato il titolo vede Ollie che suona il pianoforte e canta ispirato "I love you, I love you"; intanto, nell'altra stanza, Stan ritaglia un quadrato dalla tappezzeria di una poltrona (non lo ha fatto apposta, è ovvio)  (qui)
In un altro film famoso, Stan e Ollie sono in vacanza e finiscono in un posto famoso per le sue acque, l'acqua ferruginosa: in realtà, siamo ai tempi del proibizionismo e dei delinquenti hanno versato in quel pozzo tutto il liquore che avevano, per non farsi prendere dalla polizia. Insomma, non è acqua ferruginosa quella che stanno bevendo, e che ha uno strano sapore: è alcool puro, o quasi... (qui)
 
In "Way out west" (1937) ci sono due brani musicali da antologia: The trail of the lonesome pine (Blue Ridge mountains of Virginia, di Harry Carroll e Ballard Mc Donald, datata 1913) e il famoso balletto sulla canzone "At the ball, that's all" (del 1913, di J.Leubry Hill) cantata dagli Avalon Boys. (qui)

Concludo alla grande con "Honolulu baby" da "The sons of the desert" (1933): la canzone viene prima interpretata per intero da un cantante (Ty Parvis, che duetta con Charita), e poi rieseguita da Oliver Hardy con l'ukulele al ritorno a casa dei due. Nel finale, sarà Stan ad accennare la canzone - avrebbe anche delle buone ragioni, ma forse sarebbe stato meglio evitare, a quel punto. "Honolulu Baby" è stata scritta da Marvin Hatley, amico di Stan e Ollie e autore anche della loro sigla, La canzone del cucù  (qui)

Due film tratti da opere liriche sono già qui da tempo nel blog (The Bohemian Girl di Balfe, e Fra Diavolo di Auber), una pianola a rullo è protagonista del loro unico premio Oscar (The musical box), e corni e trombe sono protagonisti di "Saps at sea" ("C'era una volta un piccolo naviglio"); viene considerato perduto un film girato con il baritono Lawrence Tibbett, "The rogue song". Ma qui mi fermo, in compagnia di Stan Laurel e Oliver Hardy si potrebbe andare per ore e invece io devo pur mettere un punto.



 

mercoledì 21 agosto 2019

Max Ophüls: Brailowski ed Elisabeth Schumann


-  Valse brillante di Chopin (1936 ) Regia di Max Ophüls Ideazione di Emile Vuillermoz. Fotografia di Franz Planer. Musica: Fryderyk Chopin Interpreti: Alexander Brailowski (pianista). Produzione Cinéphonie CGAI Fox-Film Teatro Saint Maurice Paramount Durata: 5 minuti
-  Ave Maria di Schubert (1936) Regia di Max Ophüls. Ideazione: Emile Vuillermoz Fotografia: Franz Planer Musica: Franz Schubert Interpreti: Elizabeth Schumann (soprano) Produzione Cinéphonie CGAI Fox-Film Teatro Saint Maurice Paramount Durata: 5 minuti

Max Ophüls è uno dei più grandi registi nella storia del cinema, ed è ben nota agli appassionati la sua influenza su Stanley Kubrick:
- Ha detto altrove che agli inizi della sua carriera di regista la affascinavano i film di Max Ophüls.
- Sì, ha fatto delle ottime cose. Ammiro molto la fluidità delle sue tecniche di ripresa. In quel periodo ho visto molti suoi film al Museum of Modern Arts e al cinema, e ho imparato molto di più vedendo quei film che non leggendo volumoni sull’estetica cinematografica.
(Stanley Kubrick, intervista a Joseph Gelmis, 1970); tratto da “Non ho risposte semplici”, raccolta di interviste a Stanley Kubrick, editore Minimumfax).
 

Max Ophüls nasce nel 1902 a Saarbrücken col nome di Maximilian Oppenheimer, che cambierà quando a 17 anni decide di fare l’attore di teatro: suo padre, un commerciante, gli vietò di portare sulle scene il suo vero nome. In seguito, userà altre varianti dello stesso pseudonimo: Ophuls (senza la umlaut), Opuls. Ho visto molti suoi film, negli anni passati quando ancora la Rai svolgeva funzione di servizio pubblico, prima della sbornia berlusconiana e dei più recenti pressappochismi digitali e HD (così è, la programmazione dei film è quasi sempre in mano a sonori ignoranti - maschi e femmine, non importa se con la laurea). Attivo dal 1930 al 1955, tra i titoli più celebri di Max Ophüls si possono citare "La signora di tutti" (girato in Italia, 1934), Lettera da una sconosciuta (1949), Nella morsa (Caught, 1949), Sgomento (The reckless moment, 1949), La ronde (1950), Le plaisir (1952), I gioielli di Madame de... (1953), Lola Montes (1955)


Nel 1936 Max Ophüls gira due brevi filmati musicali, sui quali non è facile trovare informazioni. Prendo qualche informazione dal volume a lui dedicato del "Castoro Cinema" (La Nuova Italia, 1978), che riporto all'inizio del post. Il progetto di questi film, intitolati "Cinephonie" è di Emile Vuillermoz, critico musicale francese (1878-1960) sul quale esiste una voce on line dell'Enciclopedia Treccani. Vuillermoz fu uno dei tanti allievi di Gabriel Fauré, ha dedicato un libro a Debussy (nel 1957) e allo stesso Fauré (1960), ed è autore di molti testi di storia della musica.
I due brevi film sono disponibili su youtube: nel primo, il pianista Alexandre Brailowski (1896-1976) esegue un Valzer brillante di Chopin, nel secondo la grande cantante Elisabeth Schumann (soprano, 1888-1952) canta l'Ave Maria di Schubert. La Garzantina della Musica ricorda che Brailovski, nato a Kiev e naturalizzato francese, fu allievo di Busoni e Leschetizky e che fu un grande interprete di Chopin, del quale eseguì l'opera completa. Elisabeth Schumann, nata in Germania, fu grande interprete di Lieder; nel repertorio lirico leggero divenne una delle star del Metropolitan di New York e acquisì la cittadinanza americana.
Dato che i due film sono molto brevi e sono disponibili on line, almeno per ora, in attesa di maggiori informazioni, mi limito a lasciare i link avvertendo che il filmato dedicato a Elisabeth Schumann è piuttosto precario ed è incompleto perché manca delle informazioni sul regista e sugli autori.


qui per Alexandre Brailowski



qui per Elisabeth Schumann



(l'immagine di apertura è un fermo immagine da "La ronde" di Max Ophuls)

domenica 11 agosto 2019

Piccole curiosità ( II )



2.
- Un’aria da camera di Donizetti viene eseguita per intero, in un salotto e davanti a un Edmond Dantès molto annoiato, nel “Conte di Montecristo” tv girato nel 1966 per la Rai, con la regia di Edmo Fenoglio (forse la penultima puntata, sesta o settima). Purtroppo, la esegue un attore e non un cantante; l’interpretazione è dilettantesca e molto scarsa, ma nel copione a Dantès tocca dire “che bella voce”. L’aria è comunque molto bella, chissà se esiste cantata da Schipa. Lo sceneggiato è stato replicato tempo fa su Rai Storia; pensavo di poter recuperare facilmente quest’aria e invece su www.lieder.org ho scoperto che Donizetti ne ha scritte moltissime, anche con titoli molto simili, ed è quindi impossibile rintracciarla senza riascoltare lo sceneggiato, peccato.


- Un “serpentone”, strumento musicale ormai desueto detto anche oficleide, si può vedere in opera all’inizio del film "Primula rossa" del 1934, regia di Zoltan Korda, della London film, che si svolge subito dopo la Rivoluzione francese, protagonisti Leslie Howard, Merle Oberon, Raymond Massey. Il serpentone / oficleide apre il corteo della banda militare, è tenuto in orizzontale ed è probabilmente più piccolo di quello che si vede nell'illustrazione (di poco).
- "Totò contro Maciste" è zeppo di citazioni dall’Aida, e prenderne nota è motivo di divertimento ancora maggiore; ma chi vuoi che se accorga, oggi?


- In "A woman under the influence" di Cassavetes, sono accennate e molto spesso storpiate diverse arie d’opera; c'è spazio anche per il Lago dei Cigni di Ciaikovskij.
- In "Hereafter" di Clint Eastwood (2010), film drammatico che inizia con il maremoto in Thailandia, c'è una sequenza dove un cuoco italiano dà lezioni di cucina. Sullo sfondo, in pessime esecuzioni, si ascoltano arie d'opera: "Una furtiva lacrima" (Donizetti, L'elisir d'amore) e "Nessun dorma" (Puccini, Turandot). Una rappresentazione molto rozza e da incompetenti di che cosa è l'opera, il film poi non dispiace ma da Eastwood non mi aspettavo questa manifestazione di superficialità e conformismo. Probabilmente il difetto sta nell'origine, questo film non doveva essere diretto da lui ma ha accettato il progetto già pronto da Steven Spielberg, il che spiega tante cose ma un po' più di attenzione non avrebbe guastato.
 
- Il pianista Van Cliburn è tra le celebrità messe in parodia in "Let's make love" di George Cukor, insieme ad Elvis Presley e a Maria Callas; la Callas è presentata come una silhouette che fa gorgheggi in stile anni '30 (quindi lontanissimi dal suo stile), Van Cliburn è presentato come un giovanotto con tastiera al collo (ma le tastiere di oggi nel 1960 non c'erano ancora). Mi è difficile capire il significato di questa scelta, ma può ben darsi che Van Cliburn fosse apparso di frequente alla tv americana in quegli anni.

(fine - per ora)