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lunedì 2 dicembre 2019

Rapsodia op.53, Brahms


 
(...) Ad uno ad uno, nel buio, si avvicinano i fantasmi che sono i nostri compagni. La nostra squadra è una buona squadra: abbiamo un certo spirito di corpo, non ci sono novellini maldestri e piagnucolosi, e fra noi corre una ruvida amicizia. Al mattino, fra noi, è usanza salutarsi con etichetta: buongiorno Herr Doktor, salute a Lei signor Avvocato, come ha passato la notte signor Presidente? Le è piaciuta la prima colazione? Arrivò Lomnitz, antiquario di Francoforte; arrivò Joulty, matematico di Parigi; arrivò Hirsch, misterioso affarista di Copenaghen; arrivò Janek l’Ariano, gigantesco ferroviere di Cracovia; arrivò Elias, nano di Varsavia, rozzo, matto e probabilmente spia. Da ultimo come sempre, arrivò Wolf, farmacista di Berlino, curvo adunco ed occhialuto, mugolando un motivo musicale. Il suo naso giudaico fendeva l’aria torbida come la prua di una nave: lui lo chiamava, in ebraico, "Hutménu", "il nostro sigillo".
- Ecco che viene l’incantatore, l’ungitore delle scabbie, - annunciò cerimoniosamente Elias: - Benvenuto fra noi, Eccellenza Illustrissima, Hochwohlgeborener. Ha dormito bene? Quali sono le notizie della notte? Hitler è morto? Sono sbarcati gli inglesi?
Wolf prese il suo posto nella fila; il suo mugolio andò crescendo di volume, si arricchì e colorò nei toni, ed alcuni fra i suoi compagni riconobbero le battute finali della Rapsodia op. 53 di Brahms. Wolf, quarantenne, uomo chiuso e dignitoso, viveva di musica: ne era compenetrato, motivi sempre nuovi si inseguivano dentro di lui, altri sembrava aspirarli estraendoli dall’aria del campo, attraverso il suo celebre naso. Secerneva musica come i nostri stomaci secernevano fame: riproduceva con accuratezza (ma senza virtuosismi) i singoli strumenti; ora era violino, ora flauto, ora era direttore d’orchestra e tutto accigliato dirigeva se stesso.
Qualcuno ridacchiava e Wolf (Wolef, se pronunciato alla maniera yiddisch) accennò stizzito di fare silenzio: non aveva ancora finito. Cantava intento, curvo in avanti, con gli occhi al suolo; in breve, accanto a lui, spalla contro spalla, si formò un crocchio di quattro o cinque compagni, nella sua stessa posizione, come se attingessero calore da un braciere ai loro piedi. Wolf da violino si fece viola, ripetè tre volte il tema in tre varianti gloriose, e poi lo estinse in un ricco accordo finale. Si applaudì discretamente da solo: altri si unirono all’applauso, e Wolf si inchinò con gravità. L’applauso si spense, ma Elias continuò a battere le mani con violenza, gridando: - Wolf, Wolef! Viva Wolef, Rognawolef. Wolef è il più in gamba di tutti, e sapete perché?
Wolf, ritornato alle dimensioni di un comune mortale, guardava Elias con diffidenza.
- Perché ha la scabbia e non si gratta! - disse Elias. - E questo è un miracolo: benedetto sii Tu, Signore Iddio nostro, Re dell’Universo. (...)
Wolf saltò indietro, cercando simultaneamente di respingere Elias: ma questi, che era più basso di Wolf di tutta la testa, spiccò un balzo e gli si avvinghiò al collo: tutti e due crollarono a terra, nel fango nero; Elias era di sopra, e Wolf boccheggiava mezzo soffocato. Alcuni cercarono di interporsi, ma Elias era forte, e stava abbarbicato all’altro con braccia e gambe, come un polipo. Wolf si difendeva sempre più debolmente, tentando di colpire Elias con calci e ginocchiate sferrati alla cieca.
Per fortuna di Wolf, arrivò il Kapo, somministrò salomonicamente pedate e pugni ai due aggrovigliati al suolo, li separò e mise tutti in fila: era l’ora di partire in marcia per il lavoro. L’incidente non era di quelli memorabili, ed infatti fu presto dimenticato, ma il nomignolo Rognawolf ( "Krätzewolf ") aderì tenacemente al personaggio, incrinandone la rispettabilità, ancora molti mesi dopo che della scabbia era guarito, ed esonerato dalla carica di ungitore. Lui lo portava male, soffrendone visibilmente, e contribuendo così a non lasciarlo svanire.
 
Venne infine una timida primavera, ed in uno dei primi periodi di sole ci fu un pomeriggio di domenica senza lavoro, fragile e prezioso come un fiore di pesco. Tutti lo passarono dormendo, i più vitali scambiandosi visite da baracca a baracca, o studiandosi di rammendarsi gli stracci e di attaccarsi i bottoni con filo di ferro, o limandosi le unghie contro un ciottolo. Ma da lontano, coi capricci del vento tiepido e odoroso di terra umida, si sentiva venire un suono nuovo, un suono così improbabile, così inatteso, che tutti levarono il capo per ascoltare. Era un suono esile come quel cielo e quel sole, e veniva di lontano sì, ma dall’interno del recinto del campo. Alcuni vinsero la loro inerzia, si misero in caccia come segugi, incrociando con passo impedito e con le orecchie tese: e trovarono Rognawolf, seduto su una pila di tavole, estatico, che suonava il violino. Il "suo sigillo" vibrava teso al sole, i suoi occhi miopi erano perduti al di là del filo spinato, al di là del pallido cielo polacco. Dove avesse trovato un violino era un mistero, ma i veterani sapevano che in un Lager può capitare tutto: forse l’aveva rubato, forse noleggiato per pane.
Wolf suonava per sé, ma tutti quelli che passavano si fermavano ad ascoltare con un’espressione golosa, come di orsi che fiutino il miele, avidi timidi e perplessi. A pochi passi da Wolf stava Elias, sdraiato con la pancia al suolo, e lo fissava quasi incantato. Sul suo volto da gladiatore ristagnava quel velo di stupore contento che si nota qualche volta sul viso dei morti, e fa pensare che veramente abbiano avuto, per un istante, sulla soglia, la visione di un mondo migliore.
(Primo Levi, Il nostro sigillo, da "Lilit e altri racconti", edizione Einaudi 1981, pagine 30-34)

qui per la Rapsodia op.53 di Brahms

... Ist auf deinem Psalter,
Vater der Liebe, ein Ton
seinem Ohre vernehmlich
so erquicke sein Herz!
(...)
(è sul Tuo libro dei salmi, Padre dell'Amore, un tono percettibile alle sue orecchie; dunque rianima il suo cuore! Apri lo sguardo offuscato sulle migliaia di fonti vicino all'assetato, nel deserto.)
(testo di Wolfgang Goethe, da Harzreise im Winter)



mercoledì 2 ottobre 2019

Piano di evasione

 
(...) il mio male si aggravò fino a diventare insopportabile; mi decisi a fare io stesso il passo che, per motivi morali, avevo fatto compiere ai detenuti Marsillac, Favre e Deloge; il passo che, per motivi morali fondati sulle menzogne che lei mi disse, avevo tentato di far compiere anche a lei. Da questo momento cesso di essere un uomo di scienza per diventare oggetto della scienza; da questo momento non proverò più dolore, sentirò (sempre) l'inizio del primo movimento della Sinfonia in mi minore di Brahms. (la n.4) A questa lettera allego la spiegazione delle mie scoperte e i mezzi per applicarle, e il mio testamento.
Adolfo Bioy Casares, "Piano di evasione", pag.126 (cap.48) ed. Bompiani 1974, traduzione Gianni Guadalupi (Plan de evasiòn, 1945)

Il soggetto del libro parte probabilmente dalla sinestesia, cioè dalla capacità di abbinare colori e note musicali; si immagina che sia possibile combinare in tal modo tutti i cinque sensi, cioè toccare da lontano, vedere attraverso il tatto, eccetera. A realizzare tutto questo non è uno scienziato più meno pazzo, come nell'Isola del dottor Moreau di H.G.Wells, ma il governatore del carcere dell'Isola del Diavolo, la Caienna (il romanzo è del 1945, quindi molto prima di Papillon che uscirà solo nel 1970). Il "piano di evasione" che dà il titolo al libro riguarda proprio la possibilità di "evadere" ma con la mente, non con il corpo; l'operazione che combina fra di loro i cinque sensi, come nella migliore tradizione del genere fantastico, non è spiegata ma solo accennata con minimi dettagli (si ricorderà che la trasformazione del dottor Jekyll di Stevenson viene resa possibile da un'impurità nel farmaco, e che l'operazione chiave del dottor Frankenstein viene descritta da Mary Shelley con le parole "qualcosa di così facile che non potreste immaginare"). Alla fine del libro Castel, il governatore, finisce per fare la stessa fine dei suoi pazienti: non in seguito a un'operazione ma per essere rimasto troppo tempo in contatto con le modifiche apportate anche all'ambiente dell'esperimento (le cosiddette "mimetizzazioni"). Nelle pagine finali, il giovane ufficiale Nevers, che si era rifiutato di assecondarlo, conclude la sua storia con questa affermazione:

(...) quanto alla sua enigmatica asserzione che non avrebbe più sentito dolore, ma avrebbe udito per sempre l'inizio del primo movimento della Sinfonia in mi minore di Brahms, vedo un'unica spiegazione possibile: che il governatore sia riuscito, o abbia tentato di farlo, a tramutare le sue sensazioni dolorose in sensazioni acustiche. Ma poiché nessun dolore si presenta sempre nella stessa forma, non sapremo mai che musica sentisse Castel. (...)
Adolfo Bioy Casares, "Piano di evasione", pag.143 (cap.52) ed. Bompiani 1974, traduzione Gianni Guadalupi (Plan de evasiòn, 1945)

qui per ascoltare Brahms, sinfonia n.4