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mercoledì 26 ottobre 2016

Lorenzo Da Ponte


"Io, Don Giovanni" (2009). Scritto e diretto da Carlos Saura a partire dalle memorie di Lorenzo Da Ponte. Fotografia di Vittorio Storaro. Musiche di Mozart, Salieri, Giovanni Gazzaniga, Vivaldi. Interpreti: Lorenzo Balducci (Da Ponte), Lino Guanciale (Mozart), Ennio Fantastichini (Salieri), Tobias Moretti (Casanova), Ketevan Kemoklidze (la Ferraresi), Cristina Giannelli (la Cavalieri), Emilia Verginelli (Annetta), Francesca Inaudi (Constanze, moglie di Mozart), Francesco Barilli (un prete), Franco Interlenghi (padre di Annetta), Sergi Roca (Da Ponte bambino), Eulalia Ramon (nobildonna), Anna Saura (bambina battezzata), Sebastiano Lo Monaco (Barbarigo), Carlo Lepore (commendatore) Sergio Foresti (Leporello) Borja Quiza (Don Giovanni) Roberto Accornero (Giuseppe II ) Elena Cucci (Francesca Barbarigo) Sylvia de Fanti (Tipoletta) Alessandra Marianelli (Zerlina), e molti altri. Direzione musicale di Nicola Tescari; Prague Baroque Choir; Da Ponte Ensemble (violinisti Luigi De Filippi e Tonino De Secondi), orchestra Collegium Marianum; consulenza di Angelo Giovagnoli e Luigi Lombardi d'Aquino. Nella sequenza del "Don Giovanni" di Gazzaniga cantano Pablo Garcia, Karoly Szemeredy, Francesco Sanchez Martin. Durata: 2 ore e 7 minuti.

"Io Don Giovanni" di Carlos Saura, che in teoria dovrebbe essere un film biografico su Lorenzo Da Ponte, è un'occasione perduta malamente e un film sostanzialmente sbagliato. La produzione (italiana) è in teoria di alto livello, c'è perfino Vittorio Storaro come direttore della fotografia; gli allestimenti d'opera sono belli, i cantanti giovani e bravi, in teoria tutto dovrebbe funzionare a meraviglia e c'erano tutte le premesse per un ottimo lavoro. In pratica, ci troviamo di fronte a uno sceneggiato tv dozzinale, di quelli in stile "grande pialla", fatti in serie e tutti uguali (non importa se il protagonista è Papa Woytila o Garibaldi o Coppi e Bartali, il risultato finale è sempre quello; cambiano epoche e costumi, la recitazione no). Il primo grande difetto è la sceneggiatura, opera dello stesso Saura: incentrata sull'idea balzana di Casanova mentore e ispiratore di Da Ponte, addirittura "suggeritore" per il Don Giovanni. Una cosa che non ha molta importanza e nemmeno un gran fondamento storico; forse si voleva fare un film su Casanova ma si aveva paura di farlo perchè se ne sono già fatti tanti, è questo il punto? Sta di fatto che Casanova imperversa nel film, e qui ecco la seconda e gravissima falla: ad interpretare Casanova c'è Tobias Moretti (doppiato), cioè la storica spalla televisiva dell'ispettore Rex. E Casanova affonda, è poco più che una figurina ben vestita che imperversa nel film anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Lorenzo Da Ponte è affidato a un altro giovane del tutto inespressivo che si chiama Lorenzo Balducci, star di numerose serie tv e figlio di papà importante (ma qui siamo nel gossip). Siamo quindi già a quota due manichini inespressivi, la cosa comincia a preoccupare. Si va meglio con Mozart (Lino Guanciale) e con Salieri (Ennio Fantastichini), che tengono in piedi la voglia di vedere comunque il film.


Quasi tutte buone o ottime le donne, con menzione per le cantanti Ketevan Kemoklidze (che interpreta la Ferraresi) e Cristina Giannelli (la Cavalieri), alle quali spetta una scena "di dispetti" alle prove con il povero Salieri, ben recitata e ben costruita. Altre scene da primadonna e da amante di Da Ponte sono ben risolte, soprattutto tenendo conto che si tratta di cantanti e non di attrici nel vero senso del termine; certo recitare con Tobias Moretti non è il massimo della vita. Il ruolo di Annetta, innamorata di Da Ponte, è affidato ai grandi occhi celesti di Emilia Verginelli, incantevole ma attrice non memorabile. Siamo sempre nel campo della serie tv, insomma.


Il modello di riferimento potrebbe essere Amadeus di Forman, dal quale ci si distingue facendo Salieri timido e di fisico robusto, sottomesso alla sua amante (la Cavalieri), quindi tutto il contrario di F. Murray Abraham; è comunque molto bravo Ennio Fantastichini. Mozart invece somiglia all'Amadeus di Forman, se ne conservano la risata e la parrucca, però lo si mostra legatissimo alla moglie, che lo coccola e lo consola, salvo una scena di bagordi nel finale. Costanza, moglie di Mozart, è Francesca Inaudi: l'attrice piace ma il ruolo è mal scritto.


Si comincia con il battesimo di Lorenzo Da Ponte, che nacque in famiglia ebraica col nome di Immanuel ben Jrmenyahu (o Emanuele Conegliano, dal nome della città di origine) e prese il nome cristiano dal vescovo che lo battezzò, che si chiamava appunto Lorenzo Da Ponte. Da adulto si farà prete, e avrà una vita molto simile a quella di Casanova; a Vienna conoscerà Mozart e scriverà con lui tre grandi capolavori e qualcos'altro ancora. Ma Da Ponte lavorerà anche con altri musicisti, non solo con Mozart, avendo come rivale l'abate Casti (che nel film non c'è). Il film si lascia vedere, ma non direi che valga la pena di fare confronti storici precisi, si prende quel che c'è nel bene come nel male e direi che può bastare.
Sui titoli di testa si inizia curiosamente con la musica di Vivaldi, su una gondola a Venezia; l'azione vera e propria parte però dal battesimo cristiano di Emanuele Conegliano, anch'esso reso sbrigativo e poco comprensibile (cosa c'entra Casanova in questa scena?). Lorenzo Da Ponte era nativo di Céneda, che oggi fa parte del comune di Vittorio Veneto.



Bella la sequenza dell'incontro a Vienna fra Mozart e Da Ponte, perchè vi si vede un organo a mantice notevole; due servitori azionano il mantice mentre Mozart suona la Toccata e fuga in re minore di J.S. Bach. Ho scelto di mettere qui le immagini relative a questa scena, purtroppo molto breve, perché vale la pena di vedere come funziona lo strumento; purtroppo non ho trovato indicazioni sul luogo dove si trova quest'organo. Ha gran parte nel film la nascita del Don Giovanni, purtroppo con dettagli poco interessanti; è però corretto far assistere al "Convitato di pietra" del veronese Giuseppe Gazzaniga, che precede Mozart (1787, come il Don Giovanni che però ebbe la prima verso la fine dell'anno) e dal quale Da Ponte trarrà molta ispirazione (e anche qualcosa di più, a dirla tutta anche copiando qua e là dal libretto di G. Bertati). Viene riportata la reazione di Mozart davanti alla proposta di fare un Don Giovanni: dice di no, è un soggetto già messo in musica molte volte; però poi gli piace il verso "voglio fare il gentiluomo", e si comincia a lavorare. Si immagina l'aria del catalogo pensata da Casanova per Da Ponte suo allievo, con scenata di gelosia da parte della Ferraresi; si dice che "Là ci darem la mano" sono versi scritti per Annetta, e altre cose che si potrebbero anche omettere in un film che ha esigenze di durata. Le "Memorie" di Da Ponte sono un volume poderoso, si poteva e si doveva scegliere meglio; oltretutto, Carlos Saura è un regista di buone capacità, e da questo nasce molta della mia delusione.
 


In comune con Forman c'è l'allegra dimenticanza per il Così fan tutte e per La clemenza di Tito; qui si perde anche il Requiem ed è tutto dire. Mettere in scena La clemenza di Tito significa far saltare tutta la sceneggiatura e doverla riscrivere da capo, rendendosi oltretutto conto di tutte le scemenze che vi sono state infilate. Mi si obietterà che è un film su Da Ponte, e che la collaborazione con Mozart termina dopo il Così fan tutte; ma, appunto, se si porta in scena Mozart questi non sono dettagli da poco e se ne dovrebbe parlare.
Risibile nel finale la didascalia "Mozart morì tre anni dopo il Don Giovanni": tre anni sono un periodo piuttosto lungo, non si spiega e non si capisce, una didascalia che non serve a nulla.



Cosa avrà capito l'eventuale (e improbabile, ahinoi) spettatore casuale, magari molto giovane, degli eventi narrati? Direi niente, se non si conoscevano già i fatti prima di questo film, che avrà magari creato confusione nell'eventuale spettatore. Ma questi film sono di fatto già fuori dal mercato prima ancora di essere finiti, buoni o cattivi che siano, e quindi la questione non si pone. La tv li programma, ma a notte fonda o al mattino presto quando si è sicuri che nessuno accende la tv; questa è la triste verità, che rende abbastanza inutile anche discutere sulla qualità del film. Buono o cattivo che sia, un film su questi soggetti può solo sperare in una buona circolazione su internet.


Dietro le quinte, in una parte di attore (un prete) c'è Francesco Barilli, amico di Bernardo Bertolucci e protagonista di "Prima della rivoluzione" nel 1962 (da qui la presenza di Storaro?). La regia è di Carlos Saura affiancato da Raffaello Uboldi e Alessandro Vallini; il film dura quasi due ore (1h 57), la produzione è tutta italiana e questo fa pensare al livello di piattezza a cui è scesa la qualità dei nostri produttori. Serviva quantomeno un'altra sceneggiatura, questa è quasi tutta da buttare.


Nel cast anche Franco Interlenghi (padre di Annetta); le parti musicali sono dirette da Nicola Tescari e sono di gran lunga le migliori del film, per scene, costumi, ed effetti speciali di Storaro jr per il finale del Don Giovanni, e in altre scene.
Un film in chiaroscuro, nel complesso però il giudizio è che si tratta di un'occasione mancata, l'ennesima. Un suggerimento per chi volesse riprovarci: lasciare perdere i paralleli con Casanova e concentrarsi sugli anni americani di Lorenzo Da Ponte, c'è molto su cui scrivere.


 

domenica 25 settembre 2016

Amadeus I


Amadeus (1984) regia di Milos Forman. Sceneggiatura di Peter Shaffer, liberamente tratta da “Mozart e Salieri” di Pushkin. Direttore della fotografia: Miroslav Ondricek. Musiche di Wolfgang Amadeus Mozart e di Antonio Salieri. Con Tom Hulce (Mozart), F. Murray Abraham (Salieri), Simon Callow (Schikaneder), Elizabeth Berridge (Constanze, moglie di Mozart), Cynthia Nixon (domestica di Mozart), Roy Dotrice (padre di Mozart), Jeffrey Jones (l’imperatore Giuseppe II), e altri. Durata: 180 minuti.

Povero Salieri! Se fosse stato vivo, il film “Amadeus” non sarebbe mai uscito; e se fosse uscito, avrebbe preteso e sicuramente ottenuto dall’autore del soggetto un risarcimento miliardario.
“Amadeus”, girato da Milos Forman nel 1984 e tratto dall’omonimo dramma teatrale di Schaeffer, grande successo al botteghino ben prima di diventare film, è un curioso mix di invenzione totale e di informazioni utili e ricostruzioni perfette. Detto che si tratta di un gran film, ancora oggi notevole e godibilissimo anche da chi non conosce Mozart, e che la sua riflessione di fondo, sull’invidia per il talento e sulla mediocrità trionfante, è ancora oggi di grande attualità, bisogna però aggiungere che, trattandosi di personaggi storici e non di invenzione, si poteva e doveva pretendere una maggiore attenzione alla verità storica.
La cosa più triste da dire è che a cadere completamente, crollando fin dall’inizio, è proprio la scena più bella e meglio recitata, la più famosa, quella del finale con Mozart morente che detta a Salieri le sue ultime note. E questo perché Salieri non c’era proprio, al capezzale di Mozart: chissà dov’era quel giorno, ma certamente non era lì. Il “Requiem”, rimasto incompiuto, fu dettato da Mozart ad alcuni allievi e collaboratori dei quali ben si conoscono i nomi: Süssmayr, soprattutto, ed Ebler. Ovviamente, Süssmayr nel film non c’è; così come non ci sono Leitgeb e Walsegg.

Nel film, si vede infatti il povero Salieri nascondersi sotto una maschera e un mantello nero e presentarsi a casa di Mozart: ma il signore sotto il mantello nero si chiamava Anton Leitgeb, e agiva per conto del ricco e nobile Conte Walsegg, che voleva farsi passare per musicista ed era solito pagare dei musicisti veri (pagava lautamente) per poi far credere che le composizioni fossero opera sua. A Mozart i soldi facevano comodo, e ci si era prestato volentieri. Anche il fatto che si tratti di un “Requiem” non va troppo sottolineato: quasi tutti i musicisti hanno scritto un requiem, e del resto l’origine della nostra musica è strettamente collegata alle funzioni religiose, delle quali la messa per i morti fa parte. Che poi Mozart, sentendosi già molto malato, ne fosse impressionato, non desta certo stupore.
Mi ha fatto una cattiva impressione, nel guardare i due dvd dell’edizione speciale per il ventennale del film, non trovare nemmeno un accenno alla verità storica. Sul primo dvd c’è il film, magnifico; ma sul secondo dvd – realizzato per l’occasione - c’è di tutto, interviste a non finire, alcune molto belle, ma tutti parlano di sè e del film. Veniamo perfino a sapere che l’attrice che impersona la moglie di Mozart non amava il marzapane e gliene toccò mangiare molto per girare una scena, ma non c’è una parola per il povero Salieri: e sì che sarebbe bastato un minuto, uno solo, per rendergli giustizia.

La storia della morte di Mozart e del Requiem è stata ricostruita più volte, con molti documenti e testimonianze d’epoca; sul fatto esistono libri interi, come quello dettagliatissimo di Piero Buscaroli (persona a dir poco bizzarra, ma molto attendibile come studioso di musica). Per chi ancora non la conoscesse, porto qui la ricostruzione della nascita del Requiem K626 come viene descritta nelle pagine di un libro che consiglio caldamente a tutti, “Mozart – il catalogo è questo”, di Amedeo Poggi e Edgar Vallora, editore Einaudi. E’ un libro molto utile perché vi sono descritte, con molte informazioni ma anche con grande leggibilità, tutte le opere di Mozart, dal Minuetto K1 scritto a quattro anni e mezzo fino al Requiem K626, rimasto incompiuto. Come si vedrà, di Salieri non v’è traccia alcuna. Alcune note forse necessarie: “Die Zauberflöte” è “Il flauto magico” (l’opera che si vede nel finale del film); Baden è una famosa città termale, un po’ come le nostre Fiuggi o Salsomaggiore; sulla grafia di Süssmayr-Süssmayer esistono due diverse versioni, probabilmente due varianti possibili a seconda della zona di provenienza del cognome; non saprei dire quale sia quella corretta, ma di solito sulle enciclopedie si legge Süssmayr.

 
(...) Ai primi di luglio 1791 Mozart -in una pausa della creazione della « Zauberflöte» K 620 - si reca a Baden per riaccompagnare a Vienna la moglie Constanze in attesa dell'ultimo figlio (ricordiamo che l'ultimo addio a Baden fu benedetto dal celestiale « Ave verum » K 618); non appena in città, negli stessi giorni che vedono la nascita di Franz Xaver Wolfgang (1791 - 1844) a Mozart perviene un incarico inatteso e destinato a trasformarsi - per via di misteriose combinazioni e di accattivanti risvolti « romantici » - in una delle più note leggende della sua vita.
Gli elementi: uno sconosciuto vestito di grigio che compare alla porta, una lettera contenente la commissione di una messa funebre, la richiesta perentoria di non indagare sull'identità dell'anonimo committente. « I presentimenti di morte - così commenta Paumgartner - che da mesi si affollavano nella fantasia sovreccitata di M, presero forma concreta nell'idea che gli fosse apparso un messaggero dell'aldilà per commissionargli la "propria" messa da Requiem». Questa l'origine dell'ultima grande pagina di M. e del «delirio» che insidiò la tempra ormai infragilita del compositore perseguitandolo, in un angosciante crescendo, sino alla fine dei suoi giorni. La verità, scoperta dopo la morte di M., risultò ben più semplice e prosaica. L'«inquietante messaggero» non era che un banale intermediario, certo A. Leitgeb, presentatosi a M. per conto di un amico, il nobile viennese conte Franz von Walsegg che intendeva nascondersi nell'anonimato.


Appassionato musicofilo e compositore dilettante, Walsegg voleva infatti procurarsi una messa funebre da dedicare alla memoria della consorte (scomparsa in giovane età): l'intenzione era di farla eseguire nel proprio castello, dalla propria orchestra (composta da familiari, impiegati e servitori), presentandola per giunta come opera sua. Pare che il conte fosse solito accaparrarsi musica e complicità attraverso editori e compositori che in cambio di un lauto guadagno accettavano di avvolgere nel silenzio la loro firma; anche nel caso del «Requiem» il sedicente compositore lo ricopiò di suo pugno con la scritta « Composto dal conte Walsegg» e lo diresse personalmente, il 14 dicembre 1793, nella parrocchia di Wiener Neustadt.
Verosimilmente M. iniziò la stesura del «Requiem» già in agosto ma dovette accantonare il lavoro quando si aggiunse l'ordinazione de « La Clemenza di Tito » K 621; si ricorda che verso la metà di agosto, accompagnato da Constanze e dall'allievo Süssmayer, M. si recò infatti a Praga per l'allestimento dell'Opera.
A metà settembre, mentre Constanze riprese per l'ennesima volta la via di Baden per le cure termali, M. fece ritorno a Vienna; dopo la creazione del Concerto per clarinetto K 622 per l'amico Stadler e dopo la rappresentazione della «Zauberflöte», sebbene minato dal male e perseguitato da sempre più «cupi pensieri », si dedicò senza tregua alla costruzione del «Requiem».
Favorito da un passeggero miglioramento, M. riuscì a trovare la forza di dirigere la «Piccola Cantata massonica» K 623 nella Loggia cui apparteneva; poi peggiorò e dal 20 novembre fu costretto al letto.
 
Ossessionato, non tanto dall'idea assoluta della morte quanto dalla crudeltà di una morte annunciata e «procurata » (cosi M. temeva nei suoi vaneggiamenti), l'autore continuò affannosamente a lavorare al « suo » Requiem, assistito dal fedele allievo F. Süssmayer; secondo le testimonianze di Constanze, degli amici, degli allievi che gli erano accanto, la partitura lo accompagnò sino alle ultimissime ore terrene (al punto che Mary e Vincent Novello, tra i primi biografi di M., descrivono la morte di M. con la suggestiva immagine: « The pen dropped from his hand »).
Dopo la scomparsa di M., Constanze, preoccupata che il committente potesse rifiutare un'opera incompleta, ebbe l'idea di interpellare J. Ebler, musicista molto stimato da M., per affidargli il completamento della partitura. Mentre Ebler (dinanzi alle prime battute del « Lacrimosa») rinunciò all'insidiosa impresa, l'offerta fu accettata da Süssmayer, forse l'unico che, data la vicinanza con il Maestro, poteva avere un'idea dell'architettura dell'opera.


Ecco la situazione della partitura al momento della scomparsa di M.: i primi due brani («Introitus» e «Kyrie» ) erano completati; i sei episodi della Sequenza erano completi nelle parti vocali mentre le parti strumentali erano solamente abbozzate; il «Lacrimosa» si interrompeva all'ottava battuta (precisamente alle parole: «Qua resurgiet ex favilla, judicandus homo reus»); i brani «Domine Jesu Christe » e «Hostias » presentavano una traccia generale; del tutto assenti il «Sanctus», il «Benedictus» e l'«Agnus Dei».
Per prima cosa Süssmayer ricopiò il manoscritto, per nascondere i segni delle contaminazioni; integrò quindi con devota umiltà le parti incomplete e compose infine, fedele agli appunti e alle indicazioni lasciate dal Maestro, gli episodi mancanti.
Il primo, e unico, assillo di Constanze fu che il «Requiem» fosse ritenuto integralmente autentico (ancora nel 1796 essa infatti dichiarò al musicologo Rochlitz che il consorte aveva completamente terminato la partitura prima di morire); ma già nel 1792, quando il barone van Swieten (attenendosi a una copia rimasta in possesso di Constanze) fece eseguire la Messa funebre nella sala Jahn di Vienna, tutti i partecipanti conoscevano con precisione le parti originali di M. e le integrazioni di Süssmayer; per di più l'allievo chiarì definitivamente la situazione nella lettera dell'8 febbraio 1800 agli editori Breitkopf & Härtel.
(dal volume "Mozart - il catalogo è questo" di Poggi e Vallora, ed.Einaudi)



(continua)

Amadeus II


Amadeus (1984) regia di Milos Forman. Sceneggiatura di Peter Shaffer, liberamente tratta da “Mozart e Salieri” di Pushkin. Direttore della fotografia: Miroslav Ondricek. Musiche di Wolfgang Amadeus Mozart e di Antonio Salieri. Con Tom Hulce (Mozart), F. Murray Abraham (Salieri), Simon Callow (Schikaneder), Elizabeth Berridge (Constanze, moglie di Mozart), Cynthia Nixon (domestica di Mozart), Roy Dotrice (padre di Mozart), Jeffrey Jones (l’imperatore Giuseppe II), e altri. Durata: 180 minuti.

La leggenda di Mozart avvelenato da Salieri nasce molto presto, ma non c’è alcun fondamento storico; e anche la leggenda sulla loro rivalità è molto esagerata, perché i musicisti validi erano molti e caso mai si può parlare di invidie interne a un gruppo di musicisti. Un gruppo tutt’altro che piccolo: nel film, per ovvie ragioni di sintesi, gli altri musicisti vengono oscurati o cancellati, ma la lista sarebbe molto lunga. Parlando di Mozart, si ha spesso l’impressione che si parli di un grande genio sorto tra molti mediocri, ma non è così: se mi si passa il paragone geografico, Mozart non va visto come una montagna isolata in una pianura di medicorità, ma piuttosto come una vetta delle Alpi, un Monte Bianco circondato da molte vette altissime e magnifiche. Basterà dire che Salieri, oltre che compositore, fu anche insegnante: alcuni tra i suoi allievi si chiamano Beethoven, Schubert, Liszt. E nel film, sempre per comprensibili ragioni di sintesi, mancano tutti i compositori della scuola italiana, francese, napoletana: sono grandissimi nomi, dei quali si parlerà a tempo debito.
Mozart morì molto giovane, Salieri gli sopravvisse a lungo; negli ultimi anni della sua vita fu colpito da una grave malattia degenerativa, qualcosa come il morbo di Alzheimer o un ictus, che lo rese incapace di intendere e di volere. Fu in questo stato, di quasi assoluta incoscienza, che si lasciò andare a pesanti frasi contro Mozart che furono riprese e diffuse dal personale medico e paramedico che lo aveva in cura. Da queste voci, arrivate fino in Russia, Aleksandr Pushkin trasse un dramma che si intitola, per l’appunto, “Mozart e Salieri”. Sempre in Russia, verso la fine dell’Ottocento, il dramma di Pushkin fu messo in musica da Nikolaj Rimskij-Korsakov, con lo stesso titolo di “Mozart e Salieri”: sono queste le fonti usate dallo scrittore americano Peter Shaffer per il suo “Amadeus”.

Shaffer dice che il suo dramma va inteso come il delirio di Salieri malato, e infatti il film comincia proprio in manicomio, con un Salieri molto anziano; si sa bene che a un personaggio che non è in sè si può far dire qualsiasi cosa. La realtà, continuando il discorso iniziato ieri, è sempre la stessa: ne riporto un altro frammento tratto da “Mozart – il catalogo è questo”, di Amedeo Poggi e Edgar Vallora, editore Einaudi. E’ un libro molto utile e molto bello, che consiglio a tutti per l’enorme mole di informazioni che dà e anche perché è molto ben scritto e si legge con piacere.
(...) Sulla genesi del «Requiem» abbiamo scelto il racconto di Franz Niemtschek, uno dei primi biografi di M., in quanto critici, commentatori e scrittori hanno verosimilmente attinto da questa antica fonte. Ne riportiamo un passo, utile anche come tratteggio dell'ultimo periodo della vita di M.:
«Poco prima dell'incoronazione dell'Imperatore Leopoldo, ancor prima che M. avesse ricevuto l'invito di recarsi a Praga, uno sconosciuto messaggero gli consegnò una lettera senza firma, piena di espressioni lusinghiere, in cui gli si ordinava una Messa funebre, chiedendo condizioni e termini di tempo. M., che aveva l'abitudine di non iniziare il minimo passo senza renderne partecipe la sua sposa, le parlò della singolare proposta, esprimendo al tempo stesso il desiderio di confrontarsi con questo genere, tanto più che il carattere nobile e patetico della musica sacra era sempre stato a lui congeniale. M. rispose dunque allo sconosciuto che avrebbe composto il "Requiem" per una certa somma; che non poteva fissare esattamente la data del suo completamento, ma che chiedeva di poter conoscere l'indirizzo al quale avrebbe potuto consegnare l'opera compiuta. Poco tempo dopo ricomparve il messaggero; portava non solo la retribuzione richiesta, ma anche (...) la promessa di un supplemento apprezzabile alla consegna dell'opera. Quanto al resto, lo si lasciava libero di comporre secondo il suo istinto e la sua ispirazione; unica condizione era quella di non cercare di conoscere l'identità del committente, sforzo che sarebbe comunque risultato vano. Nel frattempo M. ricevette la commissione, a sua volta vantaggiosa, di un'opera seria per l'incoronazione dell'Imperatore Leopoldo. (...) Nel momento in cui saliva in vettura con la sua sposa [per recarsi a Praga], il messaggero sorse come un fantasma; tirò indietro la donna per il mantello e domandò: "Che fine farà il Requiem?" (...) »
 

Già a Praga M. non si sentí bene e dovette consultare i medici; il colorito era pallido e il viso triste, sebbene, in compagnia dei suoi amici, il suo umore allegro ancora si divertisse in scherzi gioiosi. Di ritorno a Vienna, si rimise immediatamente al lavoro (...) ma la sua indisposizione si aggravava visibilmente, e lo sprofondava in una opprimente malinconia. La sua sposa se ne accorse con afflizione. Un giorno, accompagnatolo al Prater per procurargli un po' di distrazione e restituirgli coraggio, mentre si trovavano seduti tutti e due soli, fianco a fianco, M. le parlò della morte, e del Requiem che componeva per se stesso. Aveva le lacrime agli occhi. "Ho una sensazione troppo forte – proseguí - non ne ho per molto: mi hanno avvelenato, è sicuro! Non posso abbandonare questa idea..." Tali espressioni caddero come un peso terribile sul cuore dell'infelice donna (...). Pensando che stesse sopraggiungendo una malattia e che il Requiem potesse mettere a dura prova i suoi nervi delicati, chiamò il medico e gli sottrasse la partitura. In realtà il suo stato migliorò (...); M. ritrovò un poco di gaiezza e domandò a piú riprese che gli lasciasse continuare a completare il suo Requiem. Ma questo periodo speranza fu breve: nel giro di qualche giorno, ricadde nella precedente malinconia, perse rapidamente le forze, e finí per rimanere nel letto da cui non doveva - ahimè - mai piú rialzarsi!  Il giorno della sua morte fece portare la partitura. "Non ho forse previsto che scrivevo questo Requiem per me stesso?" disse, poi rilesse ancora una volta il manoscritto da un capo all'altro, gli occhi inumiditi dalle lacrime. Fu con questo ultimo doloroso sguardo (...) che prese congedo dall'arte che aveva tanto amato ».

 
Esiste anche una lettera di M. del 7 settembre 1791 (il cui destinatario rimane a tutt'oggi sconosciuto) nella quale si fa accenno all'ossessivo incubo del « messaggero » e alla tormentata situazione psicologica durante la composizione del «Requiem»:
«Aff.mo Signore! Vorrei seguire il Vostro consiglio, ma come riuscirvi! Ho il capo frastornato, conto a forza e non posso levarmi dagli occhi l'immagine di questo incognito. Lo vedo di continuo, esso mi prega, mi sollecita e impaziente mi chiede il lavoro. Continuo perché il comporre mi stanca meno del riposo. Altronde non ho piú da temere. Lo sento a quel che provo che l'ora suona; sono in procinto di spiegare; ho finito prima di aver goduto del mio talento. La vita era pur bella, la carriera s'apriva sotto auspici tanto fortunati, ma non si può cangiare il proprio destino. Nessuno misura i propri giorni, bisogna rassegnarsi, ma sarà quel che piacerà alla provvidenza. Termino ecco il mio canto funebre, non devo lasciarlo imperfetto». (A tal riguardo Paumgartner annota: «Pur esprimendosi in termini un po' letterari - e ciò giustificherebbe i dubbi circa l'autenticità della lettera! - essa rende tuttavia la depressione spirituale di quei giorni con commovente verosimiglianza».)
 

Anche lo scrittore russo A. Puskin, nel suo poema drammatico «Mozart e Salieri », dedicò una pagina al « misterioso personaggio » del « Requiem» (sotto forma di racconto affidato allo stesso M.):
(...) Allora ascolta:
Tre settimane addietro, tornai tardi
a casa. Mi fu detto che qualcuno
Era stato a cercarmi. Non so come,
Tutta notte pensai: chi sarà stato?
E da me che voleva? L'indomani
Rivenne, quello, nè mi trovò ancora.
Il terzo giorno, poi, giocavo in terra
Col mio monello. Mi sentii chiamare;
Uscii di fuori. Un uomo tutto in nero
M'inchinò civilmente, mi commise
Un Requiem e scomparve. (...)
(Trad. it. di Tommaso Landolfi)
(tratto da “Mozart – il catalogo è questo”, di Amedeo Poggi e Edgar Vallora, editore Einaudi.)

 
 
 
(continua)

 

Amadeus III



Amadeus (1984) regia di Milos Forman. Sceneggiatura di Peter Shaffer, liberamente tratta da “Mozart e Salieri” di Pushkin. Direttore della fotografia: Miroslav Ondricek. Musiche di Wolfgang Amadeus Mozart e di Antonio Salieri. Con Tom Hulce (Mozart), F. Murray Abraham (Salieri), Simon Callow (Schikaneder), Elizabeth Berridge (Constanze, moglie di Mozart), Cynthia Nixon (domestica di Mozart), Roy Dotrice (padre di Mozart), Jeffrey Jones (l’imperatore Giuseppe II), e altri. Durata: 180 minuti.

Antonio Salieri aveva solo sei anni più di Mozart, essendo nato nel 1750. Nel film i due sembrano molto più distanti come età: non è così, ma questa è una licenza che si può concedere, vista la bravura degli attori. Salieri era di Legnago, vicino a Verona; ma per gli austriaci uno di Verona, se mi si passa la parola, è un “terrone” (“Welsch”) ancora oggi, e figuriamoci come poteva essere visto duecentocinquant’anni fa, a Vienna, questo giovane italiano che arrivava a portar via il lavoro ai musicisti austro-ungheresi. Il fatto è che Salieri era proprio bravo, e piaceva molto. Giunto a Vienna sedicenne, su consiglio del boemo Florian Leopold Gassmann, musicista di un certo prestigio, arriva ben presto alla carica più ambita, quella di compositore di corte. In quell’ambiente è molto apprezzato e rispettato, ma va anche detto che all’estero la nomea degli italiani come avvelenatori e autori di complotti è sempre stata molto forte, fin dai tempi di Machiavelli e di Lucrezia Borgia: è anche per questo, per la sua italianità, che le voci su Salieri e Mozart si diffusero e si radicarono con facilità.
Salieri fu completamente dimenticato, dopo i grandi successi ottenuti in vita: è una sorte che condivide con molti altri artisti, e direi che è una sorte tutt’altro che disprezzabile. Fu proprio il film “Amadeus”, che pure è pieno di falsità sul suo conto, a far tornare nei teatri le sue opere e a far rientrare stabilmente in repertorio le sue composizioni: per brevità, nomino solo “L’Europa riconosciuta” diretta da Riccardo Muti per la riapertura della Scala nel 2004. La Scala di Milano fu aperta il 3 agosto 1778, proprio con “L’Europa riconosciuta”: Salieri aveva ventotto anni ma era già un compositore molto stimato e famoso.

Diversa è la sorte di Mozart, che ebbe sempre molto successo ma che aveva un diverso carattere, non ebbe mai incarichi ufficiali, e fu molto propenso a spendere e a vivere sopra le sue possibilità economiche. E’ per questo che Mozart accettò l’offerta del ricco Conte Walsegg e iniziò a comporre l’opera per il “misterioso” committente, che pagava bene e in contanti.


Sempre dal bel libro di Poggi e Vallora (“Mozart – il catalogo è questo”, ed. Einaudi) prendo il racconto della morte di Mozart, basato su testimonianze d’epoca. Va detto che in questo punto, la sequenza del funerale di Mozart, il film di Milos Forman è da ritenersi molto fedele alla verità storica. Purtroppo, viene da aggiungere: perché le cose sono andate proprio così.
Gli ultimi giorni e la morte di Mozart
Affidiamo a Mary Novello (vivace biografa di M. che nel 1829, alla ricerca di fonti dirette, aveva incontrato a Salisburgo la vedova Mozart e il figlio Franz Xaver) una testimonianza sulla leggendaria ipotesi dell'avvelenamento: « Il figlio contesta la diceria che M, sia stato avvelenato da Salieri, nonostante suo padre lo credesse e Salieri lo avesse confessato sul letto di morte. Circa sei mesi prima di morire M. fu colto dall'orrendo pensiero che qualcuno lo volesse avvelenare con dell' "Acqua Toffana". Un giorno chiamò Constanze e prese a lamentarsi di forti dolori ai lombi e spossatezza generale: uno dei suoi nemici, spiegò, gli aveva somministrato la mistura letale (...) "So che devo morire! ", esclamò. "Qualcuno mi ha dato dell'Acqua Toffana' e ha calcolato esattamente fin d'ora il giorno della mia morte (...), giorno per il quale hanno commissionato un `Requiem': è per me stesso dunque che lo scrivo"».
Affidiamo a Paumgartner il ricordo degli ultimi giorni: « Il 28 novembre le condizioni del malato peggiorarono talmente che il medico curante volle chiamare in consulto il dottor Sallaba, primario dell'Ospedale Generale. Ma non c'era ormai piú nulla da fare. (...) Le mani si rifiutavano ormai di ubbidirgli mentre la fantasia febbrile continuava sempre a lavorare al "Requiem"; oppure, la sera, volava al teatro ove il pubblico stava entusiasticamente applaudendo "Il flauto magico" (...). Il giorno prima di morire sussurrò ancora sconsolatamente: "Eppure, vorrei sentirlo una volta ancora, il mio Flauto magico!-. Il direttore d'orchestra Rosner che sedeva accanto al letto andò al cembalo e cantò il "Vogelfängerlied" con visibile gioia del malato.
 

Alle due del giorno stesso erano presso di lui parecchi musicisti. Mozart si fece portare sul letto la partitura del "Requiem" e gli altri incominciarono a leggere al cembalo le pagine finite. Il tenore Schack prese la parte del soprano, Hofer la parte del tenore, Gerl quella del basso; e M., con la sua voce tenorile, tentò di accennare la parte del contralto. Giunsero fino al "Lacrimosa", ove il lavoro era interrotto. Già fin dalle prime battute il Maestro fu sopraffatto dalla certezza che mai lo avrebbe terminato. Scoppiando in pianto dirotto mise da parte i fogli».
Affidiamo alla voce di Sophie Haibl (sorella di Constanze e cognata di M.) il racconto delle ultime ore del sommo salisburghese: «Tentai di farmi forza e mi avvicinai al suo capezzale. Mi chiamò subito dicendo: "Ah, cara Sophie, come sono contento che sia venuta. Deve rimanere qui anche stanotte, deve starmi vicino quando muoio". Cercai di farmi animo per distoglierlo da quei pensieri, ma egli mi rispondeva soltanto: "Ho già il sapore della morte sulla lingua, e chi conforterà la mia amata Constanze se lei non rimarrà vicino?" -"Sí, caro Mozart, devo solo tornare da nostra madre per dirle che oggi Lei mi vorrebbe accanto a sé, diversamente penserà che sia accaduta una disgrazia". - "Vada, vada, ma torni subito". Oh, Dio, quamo mi sentivo sconvolta! La mia povera sorella mi seguì e mi chiese per amor del cielo di mandarle uno dei sacerdoti di San Pietro, come se lo avessi incontrato per caso. Cosí feci, ma essi si rifiutarono e ci volle molta fatica a convincere uno di quei preti disumani a recarsi da Wolfgang. Al capezzale di Mozart vi era Süssmayer. Il noto "Requiem" giaceva sulle coperte e Mozart gli spiegava come, a suo avviso, dovesse completarlo dopo la sua morte. (...) Si cercò a lungo il dottor Closset che venne infine trovato a teatro, ma si dovette attendere la fine della rappresentazione. Il medico prescrisse impacchi freddi da applicare sul capo febbricitante di M., ma essi ebbero un effetto tale da privarlo della conoscenza fino al trapasso. Negli ultimi istanti tentò di riprodurre con la bocca i timpani del suo "Requiem" ».
Cinque minuti prima dell'una, nella prima ora del 5 dicembre i79r, Mozart non era piú.
Dal registro parrocchiale del Duomo di Santo Stefano:
« 6 dicembre 1791. Johannes Chrysostomus Wolfangus Theophilus Mozart morto di febbre miliare acuta. Età anni 36 ».
 

Affidiamo allo scrittore Dal Fabbro un brano sui funerali di M,: « Anche a questo proposito, dei funerali e della sepoltura, vi è qualcosa d'inesplicabile, come se davvero il messaggero vestito di grigio avesse portato con sè una sorta di maledizione. Subito dopo la morte di M., alla smarrita Costanza e a sua sorella Sofia, il barone van Swieten, il ricco gentiluomo la cui casa era stata per tanti anni frequentata dal musicista, consigliò funerali di terza classe e sepoltura anonima; la corte imperiale, presso cui M. aveva un incarico retribuito, sembrò non accorgersi della sua morte, scuotendosi dal torpore soltanto qualche mese dopo, dietro le istanze della vedova; nemmeno i confratelli della Loggia viennese, a cui M. aveva donato anche ultimamente della splendida musica cerimoniale, si curarono della spoglia di colui che ai riti e agli ideali massonici si era ispirato per il suo ultimo capolavoro teatrale. M. fu benedetto in Santo Stefano, pochi amici accompagnarono il feretro sulla via del cimitero di San Marco, sino a che gli scrosci della pioggia della giornata invernale non misero tutti in fuga. Come un "memento" Beethoven tenne sempre con sé, nei suoi innumerevoli alloggi, una stampa di Vigneron, intitolata "La Convoi du pauvre", che per lui raffigurava i funerali di Mozart. Essendo stato calato nella terra senza testimoni, eccetto i due becchini che compirono l'operazione e di cui si persero in breve i nomi e i passi, la tomba di M. risultò ignota (...). Anche questo sembra obbedire a una predestinazione; e sotto lo stesso segno lo spettrale conte Deym andò a ricavare un calco del volto di M., sul letto di morte, per la sua galleria di figure di cera, senza che ne sia giunta ai posteri nemmeno la immagine grafica. Pare che una copia di gesso di questa maschera funeraria sia andata presto in frantumi nella casa della vedova; ma non serberemo rancore alla povera, semplice Costanza di non essersene dispiaciuta, se proprio in quel momento si distruggeva l'unica traccia corporea e terrestre che avrebbe impedito a M. di esistere al mondo, in mezzo agli uomini, soltanto come musica, al disopra del suo misero, ignorato sepolcro ».
Vuillermoz: «La fossa comune del cimitero di San Marco inghiottì anonimamente, il 6 dicembre, le spoglie di questo musicista».
(tratto da “Mozart – il catalogo è questo”, di Amedeo Poggi e Edgar Vallora, editore Einaudi.)

 
 
Una cosa curiosa, per chi non conosce il mondo musicale dell’epoca, è che Mozart ha preso molto da Salieri. Lui e Lorenzo Da Ponte, il suo librettista, furono per esempio molto influenzati da un’opera di Salieri, “La grotta di Trofonio”, dalla quale trassero ispirazione per il “Così fan tutte”. Le due opere risultano molto diverse, alla fine; ma il punto di partenza del “Così fan tutte” fu proprio l’opera di Salieri. Lorenzo Da Ponte nel film di Milos Forman non c’è, ed è un peccato: forse avrebbe gettato ombra sugli altri protagonisti, ma in una storia su Mozart Lorenzo Da Ponte (che ha una biografia molto simile a quella di Casanova) non dovrebbe mai mancare. La rivalità di Da Ponte con il poeta ufficiale di corte, l’abate Casti (un altro italiano) è ricca di aneddoti e meriterebbe un film a parte, così come l’emigrazione di Da Ponte in America, dove fondò una delle più prestigiose scuole di musica degli USA, ancora oggi esistente. Ma “Amadeus” è già molto lungo per suo conto, forse è stato un bene che gli sceneggiatori abbiano sorvolato su Da Ponte.
Salieri è stato anche un compositore brillante, in alcuni momenti anticipa Rossini; non è quindi del tutto vero quello che si mostra nel film, cioè che abbia fatto solo opere noiose e pompose.

Ho ascoltato anch’io qualcosa di Salieri, e devo dire che spesso è difficile distinguere la sua musica da quella di Mozart. Ma poi Mozart ha una marcia in più, e non solo Mozart ma anche Cimarosa, Paisiello, Cherubini, Boccherini... Ma Salieri piaceva, ebbe grande successo e fu molto stimato.
Se però dovessi dare un consiglio, consiglierei piuttosto di ascoltare Gluck, suo grande punto di riferimento e uno dei musicisti più importanti in assoluto nella storia dell’opera lirica. Ma se già il nome di Christoph Willibald Gluck (musicista grandissimo) oggi può sembrare oscuro, figuriamoci cosa poteva accadere nel corso del tempo ad Antonio Salieri...

Per finire questo percorso intorno ad “Amadeus”, ricordo che quello di Forman e di F. Murray Abraham non è l’unico Salieri esistente. Esiste infatti un documentario sceneggiato sul compositore veronese: girato nel 2004 per la tv dal regista francese Yves Angélo, con Gérard Depardieu a interpretare un Salieri anziano e disilluso; accanto a lui la cantante Cecilia Bartoli. Il film è stato scritto da Jean Claude Carrière, e vale la pena di riportare una parte del monologo di Salieri, purtroppo senza la voce di Depardieu. Non so quali siano le fonti usate da Carrière, me ne scuso ma i titoli di testa non ne parlano; penso che si tratti di memorie autentiche di Salieri unite a parti d’invenzione, e direi che di un grande scrittore come Carrière ci si può fidare tranquillamente. Buona lettura.
- Forse alcune delle mie opere mancavano di cuore... Più lavoravo sodo e più credevo che la musica potesse elevarci al di sopra di noi stessi. Mi sembrava che la musica, non dicendo niente, potesse esprimere tutto; che potesse andare là dove le parole e le immagini non vanno mai. La musica era una disciplina di lavoro, e anche una lezione di vita. (...) Da giovane sentivo in me una musica più libera, più viva, più vicina alla verità dei nostri sentimenti. Poiché non c’è che questo che conta: la verità dei nostri sentimenti. (...) Scrivo ormai solo per Dio e per i miei amici... Non per molti, dunque. E poi correggo, correggo e ricorreggo le mie opere altre volte. L’Armida, per esempio... Vorrei che tutto fosse bellissimo. (...) Ho scritto 39 opere complete, senza contare tutte le altre composizioni. Su 39, almeno dieci hanno avuto successo. Scrivevo dappertutto: andando da Milano a Venezia, da Venezia a Roma, da Roma ancora a Venezia... Durante tutta la mia vita non ho fatto che una cosa, la musica. Sono nato e vissuto per la musica, per riceverla e per trasmetterla agli altri. In gioventù ho ascoltato opere solenni e pompose. Ho frequentato Mozart e l’ho ammirato, qualsiasi cosa se ne dica. Mozart è morto da più di trent’anni, ormai; e io sono sempre qui, invecchiato, senza gloria. Perché la mia musica non giunge più alle orecchie alle quali era destinata? Qualcosa è cambiato nei sentimenti, non so cosa. Il tempo non può far nulla contro la vera emozione...
(monologo di Salieri, tratto dal documentario tv con la regia di Yves Angélo, scritto da Jean Claude Carrière).

In libreria ho trovato "La morte di Mozart" di Piero Buscaroli, un librone tutto dedicato all'evento: direi che è un po' troppo... A volte i libri ci chiamano e ci ricordano la loro esistenza: così l'ho aperto e ho trovato subito il passo che cercavo. Salieri fu affetto da una grave forma di demenza senile: non si sa bene di che malattia si trattasse, fatto sta che Salieri (o quel che ne restava) disse cose impressionanti proprio su Mozart. Il fatto è citato anche nei Quaderni di conversazione di Beethoven, quelli dove Beethoven ormai sordo scriveva per riuscire a comunicare con chi lo veniva a trovare. I deliri di Salieri fecero presto il giro di Vienna; Buscaroli dice che la diceria trovò credito perché Salieri era "welsch", cioè terrone. Salieri era di Verona, ma per i viennesi Verona era già "Terronia"; e gli italiani hanno sempre avuto fama di avvelenatori e intrallazzatori. Buscaroli è un insigne musicologo, molto preciso e molto preparato, perciò anche se è un tipo poco bizzarro (e con opinioni "politiche" poco condivisibili, per usare un eufemismo) il suo commento lo trovo plausibile. E' da questi deliri (veri e propri deliri da Alzheimer, o qualcosa di simile) che nasce la leggenda che Shaffer e Forman ci raccontano in "Amadeus", partendo da Pushkin.

(continua)



Amadeus IV


Amadeus (1984) regia di Milos Forman. Sceneggiatura di Peter Shaffer, liberamente tratta da “Mozart e Salieri” di Pushkin. Direttore della fotografia: Miroslav Ondricek . Musiche di Wolfgang Amadeus Mozart e di Antonio Salieri. Coreografie di Twyla Tharp. Scenografie in teatro: Josef Svoboda. Con Tom Hulce (Mozart), F. Murray Abraham (Salieri), Simon Callow (Schikaneder), Elizabeth Berridge (Constanze, moglie di Mozart), Cynthia Nixon (domestica di Mozart), Roy Dotrice (padre di Mozart), Jeffrey Jones (l’imperatore Giuseppe II), e altri. Durata: 180 minuti.

Nel film “Amadeus” di Milos Forman (1984) le opere di Mozart che vengono presentate sono quattro; come è ovvio, per ragioni di sintesi, molte altre vengono trascurate. In ordine di apparizione, vediamo “Il ratto dal serraglio”, “Le nozze di Figaro”, “Don Giovanni”, “Il Flauto Magico”. Ne mancano tre fondamentali: “Idomeneo”, che le precede, “Così fan tutte”, che va messa dopo il Don Giovanni, e “La clemenza di Tito” che conclude la vita di Mozart. Non è infatti vero, come si potrebbe pensare vedendo il film, che l’ultima opera di Mozart sia “Il Flauto Magico”: le biografie accurate spiegano infatti che negli ultimi mesi della sua vita Mozart si trovò a lavorare contemporaneamente a molti progetti molto diversi tra loro, e che la nascita del Requiem, del Flauto Magico, e della Clemenza di Tito si intrecciano strettamente. Ma andiamo con ordine.
“Amadeus” non è una biografia, ma un racconto di finzione che si basa su persone realmente esistite; molti particolari sono veri, altri sono inventati o discutibili. Del resto, l’intento degli autori è chiaro fin dall’inizio, ed è simile a quello di tanti altri libri e film basati su personaggi storici: nessuno pretende che il Napoleone di “Guerra e Pace” o il Giulio Cesare di Shakespeare siano da leggere come trattati di storia, e Werner Herzog nel raccontare la storia di Kaspar Hauser affidò la parte di un adolescente a un uomo di quarant’anni, senza per questo far sembrare il film meno credibile. Estremizzando un po’, per comodità di lettura, si può dire che in “Amadeus” tutta la parte dedicata a Salieri è falsa e che tutta la parte dedicata al solo Mozart è invece molto attendibile. Non è proprio così, ma può servire come indicazione. Di Salieri ho già parlato a lungo nei giorni scorsi: non solo è del tutto innocente della morte di Mozart, ma è anche completamente estraneo alla stesura del Requiem. I dettagli li ho messi nelle puntate precedenti (che sono nell’archivio del blog), compresa la bibliografia; perciò lascio in pace il bravo compositore veronese e provo a occuparmi un po’ di Mozart. Nel film si vede anche l’allestimento di un’opera di Salieri, ma ne parlerò più avanti per non fare troppa confusione.
 

“Idomeneo re di Creta”, scritta a 25 anni, va in scena nel gennaio 1781: è l’opera con cui Mozart si rende pienamente conto delle sue possibilità. Va detto che Mozart scriveva opere complete già dall’età di undici anni, e basterà ascoltare l’aria del mago in “Bastiano e Bastiana” (1768) per rimanere a bocca aperta in ragione della proprietà di linguaggio e dalla personalità di questo dodicenne. Per intenderci, non siamo molto distanti dall’aria della Regina della Notte nel Flauto Magico... (edizione consigliata quella diretta da Uwe Christian Harrer nel 1986, con cantanti tutti dell’età del compositore). E bisogna anche ricordare che anticipazioni del “Don Giovanni” e delle “Nozze di Figaro” si trovano facilmente nelle sue prime opere italiane, come “La finta giardiniera” (1775, diciannove anni). Ma è con “Idomeneo”, che pure è ricalcata su Gluck (soprattutto sull’Alceste) e che utilizza un soggetto classico e mitologico tutt’altro che nuovo, come da tradizione, che le idee che ha in testa Mozart cominciano a trovare forma compiuta.
Però nel film di Milos Forman “Idomeneo” non c’è: si parte dal luglio 1781, cioè dal momento in cui Mozart decide di rimanere stabilmente a Vienna. Per celebrare almeno un po’ l’Idomeneo metto un bozzetto di scena di Mauro Carosi, per un allestimento scaligero degli anni ’80.

 
“Il ratto dal serraglio” è cantato in tedesco, e non in italiano come era d’uso: il titolo originale è “Die entführung aus dem Serail”, più o meno la stessa cosa. Nel Settecento, l’italiano era una lingua importante: lingua colta e raffinata. E’ per questo che la decisione di Mozart di usare la lingua tedesca suscita sorpresa, come è ben spiegato nel film. Mozart scriverà un’altra opera in tedesco, dieci anni dopo: è “Il Flauto Magico”, cioè “Die Zauberflöte”. E’ da queste due opere che nell’Ottocento nasceranno i capolavori di Weber (grandissimo musicista, stretto parente della moglie di Mozart) e poi di Wagner e di Richard Strauss: un filo conduttore che può sorprendere, ma così è andata.

Le “turcherie” erano molto di moda nel Settecento e nel primo Ottocento: una “marcia turca” l’hanno scritta sia Mozart che Beethoven (famosissima quella nel finale della Nona Sinfonia), per tacere delle opere di Gluck, di Rossini, e di tanti altri compositori. Cent’anni prima del “Ratto dal serraglio”, nel 1683, i Turchi erano arrivati alle porte di Vienna, mettendola sotto assedio; nel 1781 i Turchi erano ancora un impero potente, e quella data storica ancora viva ed attuale, un po’ come per noi la Grande Guerra. La storia è un po’ maltrattata dai dialoghi del film, e a me piace molto: un innamorato va a cercare di liberare l’innamorata, rapita dai turchi. La ritrova e le cose si mettono male, ma il Sultano è molto comprensivo e li lascia andare. Di quest’opera mi piace tutto, ma soprattutto l’inizio – che nel film purtroppo non c’è. L’inizio vede il tenore protagonista alle prese con il guardiano del serraglio, il terribile Osmino (basso): un dialogo, e un duetto, tra i più simpatici della storia dell’opera e del teatro. La musica è bellissima, divertente, solare, con tratti di malinconia e un accenno di tragedia: ma, come si è detto, è una commedia e tutto andrà a finire bene. La mia opinione personale è che nel “Ratto dal serraglio” c’è tutto Mozart: in quest’opera, nel “Don Giovanni” e nelle Sonate per pianoforte, abita il vero Mozart; ed è da qui che bisogna cominciare per capire veramente chi era Amadeus. Ma, s’intende, è un parere mio personale. E’ qui, per “Il ratto dal serraglio”, che l’Imperatore Giuseppe II dice la battuta famosa: « Troppo raffinato per le nostre orecchie, troppe note, mio caro Mozart.» a cui Mozart risponde: «Solo quelle necessarie, Maestà.». Probabilmente, va intesa così: l'imperatore era anche musicista, suonava, quindi stava pensando alle note da suonare e alle loro difficoltà.

Dell’opera, nel film vediamo le parti più facili da risolvere cinematograficamente: la difficilissima aria del soprano, e una scena di danza nel finale. E’ uno degli allestimenti possibili, di gusto molto americano anni ’70, decisamente piacevole e pieno di colori; ma io ricordo ancora i bellissimi controluce di Giorgio Strehler e Luciano Damiani, sempre alla Scala, e ne voglio mettere qui un ricordo.

Ci spostiamo avanti di quattro anni, al 1785-86 per “Le nozze di Figaro”: in italiano, su testo di Lorenzo Da Ponte; l’opera va in scena a Vienna, al Burgtheater, il primo maggio 1786. Mozart ha trent’anni giusti, essendo nato nel 1756. A proposito di date, siamo vicinissimi al 1789, la Rivoluzione Francese: una data da tener presente, perché Figaro non è l’innocuo compagnone a cui siamo abituati a pensare da quando Rossini (1816) e prima ancora Paisiello (1782) ne hanno fatto un ritratto divertente ma anche molto edulcorato. Figaro nasce in teatro, per mano dello scrittore francese Beaumarchais: sotto l’aspetto di commedia divertente è ben visibile un intento politico, sia nel “Barbiere di Siviglia”(1775) che nel suo seguito “Le marriage de Figaro”, 1784. Nella prima parte, il Conte e Figaro (un popolano) sono due giovani che si muovono alla pari, da veri amici, senza distinzioni di status sociale. Nella seconda parte, Figaro riprende il suo posto di servitore, assunto in pianta stabile dal Conte; e il Conte ha preso di mira la promessa sposa di Figaro. Siamo in ambito di commedia, ma i dialoghi di Beaumarchais sono molto taglienti. La commedia è divertente e ben costruita, ed ebbe grande successo a Parigi, ma il suo contenuto fortemente politico spaventa i nobili viennesi, come è ben spiegato nel film; ed è per questo che Mozart vi lavora di nascosto. Come è comprensibile, Mozart e Da Ponte tagliarono tutte le parti chiaramente politiche; nella sua “tirata” finale, il Figaro di Mozart finisce col prendersela solo con le donne, o poco più, mentre in Beaumarchais il discorso è ben più ampio. Nel film ha molto spazio la parte danzata, che – come è ben spiegato – non è un balletto, ma fa parte dell’azione. E’ durante la danza alla corte del Conte che l’intreccio comico ha una svolta importante, ma non sto qui a riassumere tutta la storia; basterà dire che l’idea di abbinare la danza allo svolgimento della storia verrà ripetuta nel Don Giovanni, dove la scrittura musicale di Mozart arriverà ad uno dei suoi vertici più alti.
In “Amadeus” vediamo anche l’inizio dell’opera, con Figaro che prende le misure della nuova casa che gli ha messo a disposizione il Conte mentre la futura moglie Susanna si prova un cappellino, e già che c’è gli fa presente che le stanze del Conte sono davvero molto vicine: anche troppo. Che ci sia sotto qualcosa?

Un’autentica meraviglia, uno dei grandi capolavori di Mozart, è l’ouverture dalle “Nozze di Figaro”: per restare al cinema, la si ascolta per intero all’inizio di “Una poltrona per due” di John Landis. Aggiungo una foto di scena molto bella, sempre presa da un allestimento della Scala (regia di Strehler), con Frederica von Stade nella parte di Cherubino, Samuel Ramey in quella di Figaro e Sona Ghazarian e Julia Varady in quella di Susanna e della Contessa: nel film questa scena non c’è, ma si capisce bene il motivo del taglio perché è talmente bella che avrebbe tolto spazio alla narrazione. Nel film, sul palcoscenico vediamo solo attori e ballerini: le voci dei cantanti vengono da registrazioni in studio, elencate con molta precisione nei titoli di coda. Mi limito a ricordare che la voce di Figaro, nella colonna sonora, è proprio quella del grande basso-baritono Samuel Ramey.
 

(continua)

Amadeus V


Amadeus (1984) regia di Milos Forman. Sceneggiatura di Peter Shaffer, liberamente tratta da “Mozart e Salieri” di Pushkin. Direttore della fotografia: Miroslav Ondricek . Musiche di Wolfgang Amadeus Mozart e di Antonio Salieri. Coreografie di Twyla Tharp. Scenografie in teatro: Josef Svoboda. Con Tom Hulce (Mozart), F. Murray Abraham (Salieri), Simon Callow (Schikaneder), Elizabeth Berridge (Constanze, moglie di Mozart), Cynthia Nixon (domestica di Mozart), Roy Dotrice (padre di Mozart), Jeffrey Jones (l’imperatore Giuseppe II), e altri. Durata: 180 minuti.

Arriviamo poi al 1787, l’anno in cui va in scena il Don Giovanni: a Praga, Nationaltheater, 29 ottobre 1787, ancora in collaborazione con Lorenzo Da Ponte. Nel tempo intercorso, come al solito Mozart scrive molto, soprattutto musica strumentale, sinfonica e da camera, compresi molti dei suoi capolavori più grandi. “Don Giovanni” è uno dei soggetti più antichi del teatro e della letteratura: i precedenti diretti sono Molière e Tirso de Molina, ma anche in musica il “Don Giovanni” di Mozart non è certo il primo; ne esistono altri ormai dimenticati (come quello musicato da Gazzaniga su libretto di Bertati, un grande successo della stessa stagione dal quale presero molto più di uno spunto Mozart e Da Ponte), ma ben presenti sulle scene quando Mozart scriveva.
Come Faust, di cui è stretto parente, Don Giovanni rappresenta l’uomo che vuole determinare da solo il suo destino, ribellandosi a Dio e alla natura umana. In questo, è collegabile a miti ancora più antichi: Prometeo, o Adamo. E questa è anche la spiegazione dell’apparire nel film di diavolacci, di statue impressionanti, e di botole che si aprono sull’inferno. Nel film si collega la nascita del “Don Giovanni” alla morte del padre di Mozart: è un ragionamento molto suggestivo ed è un tema sul quale meditare, ma non c’è niente di storicamente provato.
Nel film, vediamo due volte il Don Giovanni a teatro: nell’allestimento serio ed ufficiale della prima rappresentazione (molto ben fatto, anche se ovviamente frutto di pura fantasia) e nella sua parodia, messa in scena da Schikaneder al Theater auf der Wieden, alla quale Mozart (Tom Hulce) assiste molto divertito.
 
 
Milos Forman gira la prima del “Don Giovanni” proprio nel teatro di Praga che ne vide la nascita; ed è un gran bell’effetto, ma è ovvio che ricostruire la prima esecuzione era impossibile. La regia teatrale è comunque ottima: per chi non lo sapesse, il “Don Giovanni” non è mai uscito dal repertorio, si rappresenta ininterrottamente da duecento anni e sempre con grande successo, gli allestimenti sono stati (e sono) tantissimi e molto diversi fra loro, e quella che vediamo nel film è solo una delle messe in scena possibili, peraltro molto meglio di tanti allestimenti celebrati e costosissimi dei nostri teatri. Trovo invece imperdibile e spettacolare la parodia del “Don Giovanni” fatta da Schikaneder (l’attore è Simon Callow): non so se ci siano fonti dirette d’epoca o se sia tutta una ricostruzione di fantasia, ma io mi sono divertito moltissimo, proprio come Mozart nel palco (la moglie invece storce il naso).

Schikaneder, cantante e attore ma anche impresario teatrale, è un nome importante: insieme a Mozart scriverà e progetterà “Il Flauto Magico”. Nel film comincia ad apparire nella grande festa mascherata, lo vediamo vestito da Arlecchino accanto a Mozart che suona a testa in giù: nel film ha poche battute e rischia di passare per uno dei tanti personaggi di contorno, ma è invece una faccia da memorizzare se si vuole capire meglio cosa succede da quel punto in avanti.

 
L’attività di Mozart prosegue a ritmi impensabili, ed è in questi anni che nascono molti dei suoi capolavori sinfonici e da camera. Nel 1789-90 prende corpo il “Così fan tutte”, ultima opera scritta in collaborazione con Da Ponte, in scena a Vienna il 26 gennaio 1790. La storia (quella vera) dice che l’idea del “Così fan tutte” venne a Mozart e a Lorenzo Da Ponte dopo il grande successo di un’opera di Salieri, “La grotta di Trofonio”, che si basa proprio su uno scambio di coppie.
Come si vede, la questione sarebbe interessante: ma nel film il “Così fan tutte” non si vede proprio, e nemmeno se ne parla. Per rendergli omaggio meglio che posso, porto qui una foto dall’allestimento della Scala negli anni ’80, scene e costumi di Mauro Carosi.

 
Intanto, Mozart e Schikaneder portano avanti il loro progetto: siamo tra marzo e luglio del 1791. Il Flauto Magico, “Die Zauberflöte“, avrà la sua prima al Theater auf der Wieden 30 settembre 1791.
E’ un avvenimento importante: per la prima volta, Mozart esce dall’ambito dei teatri di corte e va a scrivere per un teatro popolare, aperto al pubblico pagante; cioè a chiunque, e non più solo ai nobili e alla loro corte. Il teatro a pagamento esisteva già da tempo, per esempio in Inghilterra con Haendel, e a Venezia, ma qui siamo a due anni dopo la Rivoluzione Francese, e all’inizio della Rivoluzione Industriale: i tempi stanno cambiando e sta nascendo il mondo come lo conosciamo oggi. La rappresentazione è molto bella e molto “classica”, l’uomo col vestito da pappagallo (Schikaneder stesso, che ha scritto il libretto e ha inventato per sè questo personaggio) rappresenta la parte buffa dell’opera; che ha anche un versante “alto”, con tanto di principi e principesse, che si interseca con quello buffo. Mozart ci si diverte molto, e chi conosce l’opera sa che la musica più bella ce l’ha proprio il buffo Papageno. Ma la storia di Mozart come autore per il teatro non finisce qui, come si potrebbe pensare guardando il film.


Mozart è già molto malato, ma la sua attività prosegue frenetica: oltre al Requiem (commissionato dal Conte Walsegg, tramite “l’uomo in nero”, che si chiamava Anton Leitgeb: ne ho parlato nei post precedenti) scrive parecchie cose, ed è un elenco incredibile perché si tratta di soli sei mesi. Tra le musiche, importante nella biografia è la Cantata Massonica, che Mozart dirige in prima persona alla riunione della sua Loggia. La massoneria, nel Settecento, non è quella a cui siamo soliti pensare oggi; ed è vista con molta simpatia perché finalmente gli uomini vengono valutati secondo il loro valore e non secondo la loro nascita. Va ricordato che i musicisti, a corte, erano molto stimati ma avevano pur sempre il rango di servitori: avveniva così anche per Haydn, il più grande musicista di quegli anni, alla corte degli Esterhazy. Negli anni seguenti, già con Beethoven (di soli 14 anni più giovane di Mozart), non sarà più così: Beethoven e Schubert non hanno avuto padroni. Anche “Il Flauto Magico” è pieno di riferimenti massonici, che richiederebbero un’analisi a parte; approfitto di un bozzetto di scenografia (di Max Bignens), che prendo dalla copertina di un vecchio disco, per inserirne parecchi in un colpo solo.

 
Tra l’agosto e il settembre 1791 Mozart ritorna però a corte, e compone un’opera secondo il vecchio stile, “La clemenza di Tito”, un Metastasio ritoccato che va in scena a Praga al Nationaltheater. Mozart ha 35 anni, e ormai gli restano solo tre mesi di vita. “La clemenza di Tito” è un passo indietro rispetto al Flauto Magico, ma molte sue parti sono stupefacenti per bellezza e complessità. Ovviamente, di quest’opera nel film non c’è traccia: la sua presenza rovinerebbe tutto il finale costruito in sceneggiatura...

Tra l’agosto e il dicembre 1791, Mozart comincia a scrivere il Requiem, che rimarrà incompiuto. Mozart è molto malato, e detta le sue pagine ai suoi allievi e collaboratori (non a Salieri!); uno di essi, Franz Xaver Süssmayr, verrà in seguito incaricato dalla vedova di Mozart di completare il testo. La parte scritta da Mozart finisce al “Lacrymosa”. Secondo molti musicologi, il “Requiem” di Mozart si potrebbe attribuire del tutto a Süssmayr: parere discutibile, ma la verità storica è che Mozart ne ha scritto per intero solo la prima parte.
 
Il 5 dicembre 1791, a poco più di 35 anni, Mozart muore. Le cause della sua morte sono state oggetto di discussione, ma pare assai probabile che la medicina dell’epoca, ancora in fase pre-scientifica, a base di salassi e di cure approssimative (era compreso tra i medicinali il mercurio, velenosissimo), non sia esente da colpe. Comunque siano andate le cose, Mozart viene sepolto in una fossa comune e dei suoi resti si perdono le tracce. Il “Requiem” verrà eseguito postumo, il 14 dicembre 1793, presentato dal Conte Walsegg come opera sua; ma le cronache dell’epoca dicono che tutti sapevano che era di Mozart, e che quel che non era di Mozart era opera di Süssmayr.
 
 
(continua)