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sabato 2 giugno 2018

C'era una volta un merlo canterino


C'era una volta un merlo canterino (Iko shashvi mgalobeli, 1970). Regia di Otar Iosseliani. Soggetto e sceneggiatura: Otar Iosseliani, Dimitri Eristavi, Sh. Kakichashvili, Semyon Lungin, Otar Mekhrishvili, Ilya Nusinov. Fotografia: Abessalom Maisuradze. Musica di Wagner (La Walkiria), J.S.Bach (Erbarme dich), e altri. Musiche per il film di Temur Bakuradze. Interpreti e personaggi: Gela Kandelaki, Jansug Kakhidze, Irina Giandieri, Marina Kartsivadze, Goci Tchkheidze. Durata: 1h17'

All'inizio del film c'è un giovane uomo che sembra non avere nulla da fare: si gode il sole nel prato, passeggia per la città, saluta tutti ed è salutato da tutti, corteggia le ragazze. A un certo punto però lo vediamo correre: è infatti il timpanista di un'orchestra sinfonica e sta per arrivare l'attimo del suo intervento. Trafelato, all'ultimo istante, entra in teatro di corsa, si infila la giacca, entra di soppiatto nella buca dell'orchestra, ce la fa: il suo intervento ai timpani è impeccabile e a tempo. Sipario, applausi, tutto sembra essere andato bene ma invece il direttore d'orchestra si è arrabbiato, quel timpanista lì non lo vuole più vedere, dimmi un po' tu se è il modo di fare e non è mica la prima volta. Infatti, non è la prima volta e non sarà l'ultima, come vedremo nel corso del film: ma in fin dei conti, questo ragazzo è un ottimo orchestrale e il direttore si farà convincere a riprenderlo. L'orchestra è quella del Conservatorio di Tbilisi, in Georgia, e il film è "C'era una volta un merlo canterino" del georgiano Otar Iosseliani (alle volte trascritto Oseliani). Uno dei film più simpatici che mi sia capitato di vedere, detto en passant: anche al di fuori dell'ambito musicale il film si fa vedere con piacere ancora oggi, ed è ben strano che sia stato dimenticato e che non passi più nemmeno in tv (luogo dove invece passano e vengono replicate all'infinito vere e proprie ciofeche, sempre detto en passant).
 

E' molto comune, per i frequentatori delle sale da concerto e dei teatri, l'esperienza del timpanista, o del percussionista in genere (i piatti, o il triangolo) che sta fermo in orchestra e aspetta pazientemente il suo turno. Ci sono opere, e sinfonie, dove i percussionisti sono molto impegnati; in altre, invece, il loro lavoro è limitato a poche battute, ma devono comunque essere lì pronti. Uno dei miei primi ricordi in concerto, da spettatore, è un'esecuzione dell'Ottava Sinfonia di Bruckner dove succede proprio questa cosa; altre esperienze di lavoro in orchestra (dal loggione si vede tutto benissimo) riguardano i cornisti e in genere i suonatori di strumenti a fiato, che spesso approfittano di queste pause per smontare lo strumento e ripulirlo dalla condensa del fiato (e magari anche per fare quattro chiacchiere, ma in silenzio). Questa possibilità è però negata ai percussionisti, che nelle lunghe pause loro concesse devono proprio stare fermi e poco più. Intanto, in orchestra, gli archi lavorano indefessamente: per gli archi, viole violini violoncelli contrabbassi, c'è sempre da suonare e non si fermano mai. Capita anche con il coro, che nella Nona di Beethoven di solito viene fatto entrare solo nella pausa fra il penultimo e l'ultimo movimento, altrimenti non avrebbe nulla da fare; ma alle volte il direttore vuole tutti presenti fin dall'inizio e allora bisogna stare fermi e zitti per tre quarti d'ora. Il metodo trovato dal protagonista del film di Ioseliani è notevole, quasi una gag da cartone animato o da film di Buster Keaton, non so sia davvero possibile farlo ma devo dire che la sua perfetta riuscita riempie ogni volta di ammirazione.


In definitiva, confesso di amare molto questi piccoli dettagli; e ho sempre guardato e ascoltato l'orchestra, mi piace il lavoro quotidiano, l'accordatura degli strumenti all'inizio. Da buon loggionista, infatti, non mi piaceva andare in platea (da lì si vede solo il palcoscenico). Il momento più bello (ma questo lo sanno tutti) è quando il direttore d'orchestra dopo gli applausi al suo ingresso si gira e dà l'attacco per l'inizio; e il silenzio che c'è un attimo prima, quella pausa spesso infinitesimale ma piena di magia (Claudio Abbado spesso si voltava e dava l'attacco all'improvviso, ed era magia anche questa).


Quasi tutti i siti riportano lo stesso striminzito riassunto, proprio con le stesse parole, e viene il dubbio che nessuno dei "recensori" abbia veramente guardato il film, il che è veramente un peccato (per loro: che hanno perso un'occasione per divertirsi e per pensare - bastava un po' di pazienza...).
Il riassunto tipo è questo, che prendo da wikipedia.it:  Il giovane Guia Agladze è il suonatore di timpano dell'orchestra sinfonica di Tblisi. Spensierato e compagnone, è circondato da ragazze ma tanto svagato da giungere sempre in ritardo all'ultimo atto di "Daissi", uno spartito che lo chiama a suonare il suo strumento solo per poche battute nel finale. Nessuna delle persone che lo circonda riesce a riportarlo alle sue responsabilità. Un giorno, però, il destino è in agguato.


Ho cercato invano informazioni su internet riguardo alla musica di questo film, perché di musica il film è pieno e si vorrebbe saperne di più, ma nessuno dà informazioni precise in proposito. Provo quindi con il "fai da te", dicendo fin da subito che le informazioni che posso dare sono poche e che mi farebbe piacere avere qualche integrazione da eventuali lettori.
Due momenti sono facilmente riconoscibili: è di Johann Sebastian Bach "Erbarme dich, mein Gott", (abbi pietà di me, Signore) un'aria dalla "Passione secondo Matteo", vero e proprio leitmotiv del film (nel finale se ne capirà il significato) in un arrangiamento per violino poi per flauto e altri strumenti. Ed è di Richard Wagner, "Die Walküre", la musica in teatro all'inizio del film, la prima volta in cui il timpanista arriva trafelato all'ultimo istante e riesce comunque ad essere a tempo. E' il finale dall'atto primo della Walkiria, ma non è facile capirlo subito perché viene tagliata la voce femminile (Sieglinde); vediamo solo l'orchestra e non il palcoscenico, probabilmente un'esecuzione in forma di concerto. Si tratta della scena in cui Siegmund estrae dal frassino la spada Notung; la parola "Notung" è ben percepibile. Ho provato a riascoltare le edizioni discografiche che ho in casa, il colpo di timpano finale si ascolta bene in alcune edizioni ma non in tutte; è la differenza fra ciò che si ascolta in teatro e la ripresa sonora effettuata dai microfoni e dai mixer dei tecnici del suono (chi è abituato ad ascoltare la musica nelle sale da concerto sa bene cosa intendo).
 

Queste le musiche che non sono riuscito a identificare: un clavicembalo all'inizio del film; musica da ballo alla radio, una marcia per banda, un canto forse popolare sul tipo dello jodler usato da Werner Herzog nei suoi primi film; un armonium (so cos'è ma non mi viene: forse Dvorak?), un carillon grande che il protagonista aziona per i bambini, subito dopo una fuga per pianoforte.
Al minuto 18 il timpanista (in realtà musicista completo e multistrumentista) prova a scrivere musica ma si ferma subito; poi, per strada, forse Johann Strauss. Al minuto 23 prove con l'orchestra, sembra musica più leggera, forse è il balletto che verrà dopo; in questa scena il maestro manda via il percussionista sempre in ritardo. Al minuto 25 il timpanista si aggira per il Conservatorio, da una stanza si prova il Rigoletto ("Questa o quella", in italiano); molte ragazze, ci sono anche le ballerine e il nostro protagonista le conosce tutte.


Una delle scene più belle al minuto 29, nella bottega dell'orologiaio; il timpanista ripara il tasto di uno strumento a fiato (clarinetto?), poi mette un chiodo sullo stipite per il basco dell'amico. Al minuto 32 siamo in biblioteca, con un canto femminile da lontano; sta consultando dei libri ma si interrompe per un'esplosione in strada: stanno solo girando un film, e si ferma a curiosare e ad attaccare bottone. In strada, canzoni popolari per voce maschile. Al minuto 36 siamo in un laboratorio chimico, si direbbe biologico, forse analisi del sangue; poi un'aula matematica di fianco al laboratorio, si direbbe l'università. Anche qui, molte belle ragazze e il nostro timpanista non se ne perde una.


Al minuto 40 ancora un clavicembalo al Conservatorio (sempre ascoltato da una stanza, passando nei corridoi) poi prove per clarinetto e pianoforte. Qui un'altra bella scena, le prove al pianoforte per il coro (Bartok, musiche popolari?), il timpanista corregge l'intonazione di uno dei cantanti, poi sostituisce un corista chiamato al telefono. Al minuto 43 musica rock per strada, un organetto, le prove di un coro femminile; poi il protagonista accompagna un amico in ospedale per una visita.
Al minuto 52 siamo in sala concerto e ci sono le prove d'orchestra; in precedenza, il timpanista aveva convinto il direttore a riprenderlo e quindi torna al suo posto ai timpani. Non conosco questa musica, però ancora una volta dopo aver suonato le sue battute il giovane abbandona tutti e va da una famiglia con donna anziana che canta, a tavola con molta gente; ascolta e poi suona il piano per accompagnare la donna, ci sono anche due ragazze. Al minuto 56 c'è in scena balletto, il timpanista arriva ancora di corsa all'ultimo momento, i colleghi lo aiutano e gli vogliono bene; poi per poco non cade in una botola in palcoscenico. In precedenza aveva evitato per strada la caduta di un vaso di fiori, e i calcinacci da un cantiere non segnalato: dettagli purtroppo non secondari, ma fin qui sembrano solo delle piccole gag senza uno scopo particolare.


A 1h00 torna la corale con gli amici, in trattoria; molto bella la musica e l'armonizzazione. Una melodia elegiaca per pianoforte alla fine. A 1h05 in strada, dopo il tramonto; poi una casa con un pittore con un bambino, ancora il clavicembalo, due ragazze. In famiglia, il timpanista sistema il modellino aereo con il bambino, gioca con il cannocchiale sempre con il bambino. Torna "Erbarme dich", c'è una partita di calcio in tv. A 1h09 prova a telefonare, poi in casa, ancora la corale. Infine, è notte ed è con sua madre, torna "Erbarme dich". A 1h12 arriva l'alba, c'è una sveglia che suona, si alza ed esce; osserva in strada il vaso di fiori pericolante, si ascolta un tango dalla radio, due belle ragazze fanno volgere lo sguardo al timpanista mentre attraversa la strada.
E' solo un istante; alla fine la vita riprende come se nulla fosse successo, ed è così per tutti noi.Nella bottega dell'orologiaio l'amico fa per mettere il basco sul tavolo, poi si ricorda del sostegno fissato al muro il giorno prima, e sospira. Si rimette al lavoro, e l'immagine finale è per il meccanismo dell'orologio, il bilanciere che segna il tempo. Time flies, il tempo non si ferma, la nostra vita scivola via...

"C'era una volta un merlo canterino" è un piccolo film in bianco e nero di cui ci si può innamorare. L'attore protagonista si chiama Gela Kandelaki, di aspetto gradevole e simpatico, può ricordare nel fisico e nel modo di fare Jean Louis Trintignant o magari Glenn Gould da giovane, o magari anche Rüdiger Vogler nei primissimi film di Wim Wenders. Il titolo inglese, "Once lived a song thrush" trasforma il merlo (blackbird) in tordo (thrush), e servirebbe dunque un traduttore dal georgiano per sapere com è davvero il titolo originale (probabilmente un modo di dire proverbiale, o il titolo di una canzone popolare). Ricorda a tratti Olmi (Il posto), e anche Buster Keaton ma meno frenetico. I titoli di testa sono in alfabeto georgiano; il film è disponibile su youtube solo in lingua originale, devo dire che si capisce quasi tutto, ma lo scrivo comunque qui per chiedere scusa delle mie imprecisioni.


domenica 2 luglio 2017

Bach e la viabilità


Bach e la viabilità
di Carlo Boccadoro ( da Golem, rivista on line fondata da Umberto Eco, 1998 )
Le nefaste conseguenze dell’inquinamento acustico che vengono periodicamente ricordate su giornali, trasmissioni radiofoniche e televisioni sono a tutti ben note. Raramente si pensa, però, al disastroso effetto retroattivo che automobili, camion e motorini senza marmitta hanno avuto sulla Storia della Musica. Che c’entra il traffico con il regno dei suoni, vi chiederete (forse)? Apparentemente nulla. Chiunque si trovi bloccato in un ingorgo automobilistico, magari costretto a una lunga attesa in coda, difficilmente si metterà a pensare a Bach o a Vivaldi; semmai passerà il tempo a imprecare contro gli altri automobilisti. Eppure un pensierino al riguardo, se non altro per curiosità oziosa, vale la pena di farlo. Prima di arrivare al traffico, però, bisogna fare un esempio musicale.
Se avete mai assistito a un concerto di musica orchestrale vi sarete accorti che, prima dell’entrata in scena del direttore, l’oboe suona una nota lunga. Il primo violino la riprende e progressivamente tutti gli strumenti della compagine orchestrale si uniscono a lui, cercando di bilanciare l’intonazione del proprio strumento attorno a quella nota: si tratta della famosa "accordatura" dell’orchestra (vi ricordate Fantasia di Walt Disney? c’era anche lì). Orbene, il suono che dà vita a tutto questo procedimento è la nota La. L’ascoltatore deve quindi presumere che questa nota, fungendo da baricentro per l’accordatura di tutti gli strumenti, debba essere di una intonazione infallibile, inattaccabile, definitiva. Niente affatto. Ogni orchestra ha un La differente, seppure di una sfumatura, e quindi ci sono sempre dei problemi per sostenere l’accordatura durante tutta la durata di un concerto. La scienza acustica ci spiega che ogni nota è formata da un certo numero di frequenze che vengono misurate in hertz. Per cercare di ovviare a questi problemi di intonazione nel 1939 si tenne a Londra una convenzione internazionale di musicisti, foniatri e specialisti di acustica, i quali stabilirono che il La doveva avere una frequenza di 440 hertz al minuto secondo. Prima di questa convenzione il La variava non solo da nazione a nazione, ma anche a seconda del genere musicale (opera, concerto, musica da chiesa, ecc.).
Sulla carta, dunque il problema era risolto. Nei fatti, molto meno. Sugli hertz di ogni nota influiscono le caratteristiche ambientali del luogo in cui si suona (acustica della sala, riverbero, ecc.) e persino le condizioni atmosferiche. Non andate a sentire concerti in sale umide o in serate particolarmente fredde e piovose, altrimenti potreste sentirne di tutti i colori, specialmente tra gli strumenti a fiato. Nel 1971 il La a 440 hertz fu ulteriormente ratificato da una delegazione del Consiglio d’Europa, che aveva nuovamente consultato fior di luminari al riguardo. Eppure in molte orchestre il La iniziale è a 442 hertz, talvolta è a 443, in altre 440 e in alcuni teatri lirici arriviamo anche a 445 hertz. Recentemente ho assistito a un concerto in cui uno strumento era accordato a 442 e l’altro a 446 hertz, con risultati che vi lascio immaginare. Ebbene, possiamo ormai stabilire con certezza che il principale imputato di questa Babele acustica è proprio il rumore della vita quotidiana intorno a noi, particolarmente il famigerato traffico.
Ai tempi di Bach, infatti, quando la vita scorreva più tranquilla e sotto le finestre passavano al massimo le carrozze a cavalli, il La aveva una frequenza molto più bassa: 415 hertz. Uno degli strumenti più in uso era il clavicordo, che possiede un timbro così flebile da poter essere udito quasi esclusivamente da chi lo suona. Questo ci dice essenzialmente due cose: molta musica era destinata principalmente al diletto casalingo, e quest’ultimo non era disturbato da rumori esterni. Quando la popolazione è aumentata, e di conseguenza anche il rumore della vita cittadina, il nostro orecchio ha avuto bisogno di un maggior numero di frequenze per essere in grado di udire chiaramente la musica. Il clavicordo ha dunque lasciato il passo al più sonoro clavicembalo. Tuttavia anche quest’ultimo, per essere apprezzato appieno, necessita di assoluto silenzio e di poche persone attorno. Il progresso bussa alle porte, arriva la rivoluzione industriale, nascono la locomotiva a vapore, il tram; il rumore intorno a noi cresce lentamente ma inesorabilmente. Ecco quindi il clavicembalo che viene soppiantato dal ben più sonoro pianoforte, dotato di una robustissima struttura in legno e metallo, e dal suono capace di farsi sentire anche in ambienti rumorosi (non a caso esiste il piano-bar ma non il clavicembalo-bar). Con il mostruoso crescere del caos (rumori industriali, martelli pneumatici, colonne di automobili strombazzanti, televisioni, stereo e apparecchi radio a tutto volume, ecc.) il povero La ha dovuto aumentare in modo esponenziale le sue povere frequenze, giungendo agli attuali 440 e oltre. Nel frattempo sono stati inventati strumenti elettrici utilizzati nella musica rock, in grado di produrre suoni a volumi acustici allarmanti. I sintetizzatori e le batterie elettroniche oltrepassano tranquillamente il limite di pericolosità per le nostre orecchie, dato che molti concerti rock si svolgono in campi di calcio e arene destinate ad ospitare decine di migliaia di persone.
 
 
Torniamo dunque alla nostra vecchia equazione: molte persone = molto rumore = molti più hertz necessari = La in vertiginosa ascesa. Si potrebbe obiettare: a noi che ce ne importa se il La cresce di frequenza? Ce ne importa eccome. Prima di tutto si tratta di un segnale d’allarme sulla pericolosità acustica del nostro modo di vivere, e inoltre crea enormi problemi a strumentisti e cantanti, dato che molte opere di musica classica sono state pensate per note con hertz molto più bassi. Certe fioriture vocali di Rossini, oppure certi passaggi sovracuti presenti nelle opere di Bellini oggi risultano quasi ineseguibili e costano agli esecutori sforzi tremendi per raggiungere note che ai loro tempi erano quasi un tono sotto di quelle attuali. Se si va avanti di questo passo molte opere del bel canto saranno irraggiungibili per le voci. (Non ve ne frega nulla? Potreste anche avere ragione.)
Dal punto di vista teorico, invece, la cosa può anche avere un risvolto divertente: il rumore quotidiano ha reso molte tonalità originali del tutto inesistenti. Mi spiegherò meglio con un esempio, paradossale ma non troppo: prendiamo la celeberrima Toccata e fuga in Re minore per organo di Johann Sebastian Bach. La tonalità del brano è scritta a chiare lettere nel titolo: ma se noi ascoltiamo questo pezzo così come Bach lo ha concepito a suo tempo (su un organo antico accordato a 415 hertz) il risultato per le nostre orecchie, abituate a 440 hertz e oltre, suonerà esattamente mezzo tono sotto. Ecco quindi il brano trasformato come per magia nella Toccata e Fuga in Do diesis minore. D’altro canto se Bach resuscitasse e volesse andare a sentire come viene eseguita la sua musica su un organo moderno si troverebbe davanti alla Toccata e Fuga in Re diesis minore dato che per lui il nostro LA risulterebbe mezzo tono sopra.
Dunque, o Do diesis o Re diesis. E il Re minore originale che fine ha fatto?
In realtà non è mai esistito in quanto tale, dato che si tratta di un parametro variabile, ma certo il rombare delle automobili e delle moto, i videoclip di MTV e le urla nei dibattiti televisivi hanno contribuito a relegare il suo sapore originale nel limbo. Ogni tonalità, infatti ha un suo colore particolare: nel caso di un autore come Mozart la corrispondenza psicologica con le varie tonalità è fondamentale, ed è stata ampiamente sviscerata da dotti studiosi. Sentire il Requiem eseguito in Mi bemolle minore, come capita oggi, anziché nel Re minore in cui Mozart lo immaginò non è proprio la stessa cosa.
Non crogioliamoci, però, in queste fisime minuscole da addetti ai lavori. Suggerisco di inoltrare subito una formale protesta alla Motorizzazione Civile perché la Pastorale di Beethoven ritorni in Fa Maggiore, e Per Elisa sia restituita al suo La Minore originario. Propongo inoltre la costituzione del CPICDH (Comitato Per Il Controllo Degli Hertz), organo dal nome facilmente memorizzabile che si occupi di tenersi costantemente in contatto con gli organi governativi di tutto il mondo per arginare la ormai quotidiana ascesa di frequenze e garantire così un futuro ai nostri padiglioni auricolari.
Ricordate, Bach andava a piedi.

"Golem" è stata la prima grande rivista di internet, a metà anni '90; fu fondata da Umberto Eco con altri nomi importanti della cultura italiana. Oggi non esiste più, e da pochi anni non si può nemmeno più leggerla on line; ma conteneva articoli molto belli e molto utili, come questo di Carlo Boccadoro. Mi dispiace molto che quegli articoli non siano più disponibili, metto qui "Bach e la viabilità" come modesta proposta per poter riavere le annate di "Golem".

 
(le immagini: una fotografia scattata da Stanley Kubrick prima di diventare famoso;
la prima violinista è del 1884, opera di Burne-Jones;
la violinista seduta è di George Harcourt, la pianista di William Merritt Chase, 1915. 
 In un concerto del 1981, il pianista Friedrich Gulda
suonò alcuni brani di Bach sul clavicordo;
a quel tempo, Raidue faceva ancora servizio pubblico e trasmise il tutto)



lunedì 1 maggio 2017

Armonie di Werckmeister ( I )


Armonie di Werckmeister (2000) Regia di Bela Tarr. Scritto da Laszlo Krasznahorkay, Bela Tarr, Agnes Hranitzky. Montaggio di Agnes Hranitzk. Musica: Mihàly Vig. Fotografia: diversi operatori. Interpreti: Lars Rudolph, Peter Fitz, Hanna Schygulla, e altri attori ungheresi. Durata: 145 minuti

"Armonie di Werckmeister" è un film straordinario, di grande impatto visivo, con ottima musica (il compositore si chiama Mihàly Vig). Non è un film per tutti, ma mi sento di consigliarlo a chiunque. Basta un po' di pazienza, come sempre, ma già la sequenza iniziale è di grande bellezza e profondità; io ne sono stato subito rapito e, da spettatore molto scafato, non mi capita spesso di dover dire queste cose. Mi accorgo che è anche difficile parlarne, e quindi provo a mettere un po' in ordine le mie impressioni. Comincio dal riassunto che trovo su wikipedia.it :«In un piccolo villaggio della pianura ungherese, alla vigilia di un'eclisse di sole, fa la sua comparsa un circo costituito esclusivamente da due attrazioni: un principe e una balena. Janos, un giovane postino, è l'occhio attraverso cui si vede svolgersi l'intera vicenda. Il paesino, segnato da lotte intestine e presagi di guerra, si fa presto coinvolgere dalla dialettica del principe (che non si vede mai pur intuendone una fisionomia deforme) e si appresta a un massacro di innocenti. Opera densa di metafore ed allusioni, rimane comunque un lucido discorso politico volto alla condanna di ogni forma di totalitarismo. »
Detto questo, che non è del tutto corretto (Janos non è un postino, e il principe è solo un'attrazione da circo, da baraccone) non è che si sia spiegato il grande fascino del film; e quindi riparto dal significato del titolo. Werckmeister è una persona realmente esistita, un grande teorico della musica che fu punto di riferimento anche per Johann Sebastian Bach. La Garzantina sintetizza così: «Andreas Werckmeister (Turingia, 1645-1706) era un organista tedesco, teorico musicale, che studiò il temperamento musicale in numerose pubblicazioni. ». Paolo Terni, nelle sue trasmissioni su Radiotre del 2009-2010, ricordava che "si chiama Werckmeister III l'accordatura per La=390 hertz, e non 415 come si fa oggi". Siamo insomma a una questione fondamentale nella musica, quella che avrebbe trovato il suo punto d'arrivo definitivo in JS Bach (1685-1750) e nel Clavicembalo ben temperato. Ancora oggi, anche nel rap e nell'heavy metal e nelle canzoni di Sanremo, ci muoviamo dentro il sistema temperato che ci sembra naturale e che utilizziamo senza alcun problema; ma così non è, c'è stato un lungo percorso durato secoli per arrivare alla musica come la studiamo e la ascoltiamo oggi, e il segreto sta nei tasti neri del pianoforte: il tasto nero dopo il do può essere considerato sia come do diesis che come re bemolle. Le due note sono in realtà distinte, ma nel pianoforte e negli strumenti "temperati" sono state unite in un solo suono. Si possono distinguere e suonare con il violino (per fare un solo esempio), che è uno strumento "non temperato"; e in altre culture, come con il sitar indiano, esistono strumenti che possono suonare infinite note intermedie, che però possono essere distinte come tali solo da orecchi particolarmente raffinati.
Quale è, dunque, il sistema naturale della musica? E' un'alterazione della realtà la musica che suoniamo e ascoltiamo ogni giorno? Questa è la domanda che si pone uno dei protagonisti del film, il signor Eszter (un musicista), con questo suo monologo:
Il signor Eszter: Devo puntualizzare che non si può dubitare nemmeno per un istante che siamo di fronte ad una questione meramente tecnica, bensì tipicamente filosofica.
Nelle ricerche sul sistema musicale in oggetto giungiamo inevitabilmente a riesaminare le nostre convinzioni. Dobbiamo chiederci: “Su che cosa si basa la nostra opinione?” L’ordine armonico, al quale ogni capolavoro fa riferimento nella propria inappellabilità, esiste davvero?
Ne consegue che in effetti dobbiamo parlare non tanto di ricerche musicali quanto piuttosto del riconoscimento di un fatto antimusicale. Della rivelazione risoluta di uno scandalo occultato da secoli e particolarmente sconfortante. Infatti, la situazione vergognosa di ogni singolo accordo di capolavori di svariati secoli è falso fino al midollo.
Questo significa che l’espressione musicale, quella magia insuperabile fatta di assonanze e di accordi, di fatto si basa semplicemente su un inganno. Sì, senza alcun dubbio dobbiamo parlare di un vero inganno, anche se i più insicuri, per addolcire un po’ la faccenda, parlano di compromesso.
Che genere di compromesso? La maggioranza ormai afferma che il tono musicale puro in realtà non è altro che un sogno. Per essi, di fatto, non esistono accordi musicali puri.
E’ ora di richiamare l’attenzione sul fatto che ci sono state epoche più fortunate, per esempio quelle di Pitagora e di Aristosseno. I nostri avi usavano strumenti accordati in maniera naturale. Loro si accontentavano di suonare solo in alcuni toni. Non erano tormentati da dubbi, sapevano che l’armonia divina appartiene agli dèi.
Più tardi, tutto questo non valse più nemmeno un fico secco. Infatti, la presunzione confusa si sarebbe appropriata di tutta l’armonia divina. A proprio modo, in una certa misura, c’è anche riuscita, affidando la questione ai tecnici. prima ai pretoriani, poi ai Salinas e infine ad Andreas Werckmeister, il quale assolse al suo compito. Suddivise semplicemente in 12 parti uguali, prive di modulazioni, il sistema divino delle ottave. Di due semitoni, uno è un artificio. Egli usò solo 5 tasti neri, invece di 10; suggellando così la situazione.
Dobbiamo anche affrontare senza esitazioni la triste storia dello sviluppo dell’accordatura degli strumenti musicali, il cosiddetto “temperamento uniforme”. Dobbiamo anche ripristinare il diritto all’accordatura naturale. Con cura dobbiamo correggere gli errori di Werckmeister, quelle sette note in sequenza: è con esse che dobbiamo vedercela, dovremmo considerarle non come equivalenti nell’unità di valore di un’ottava bensì come 7 qualità distinte, come 7 sorelle sulla volta celeste.
Questo è ciò che dovremmo fare. Però dobbiamo prendere coscienza che questa accordatura naturale ha un limite. E’ una limitazione peraltro assai preoccupante, che esclude decisamente l’utilizzo dei toni in chiavi musicali più alte.
Sempre dalla Garzantina della Musica: «Francisco de Salinas (1513-1590) spagnolo, fu attivo a Roma. Cieco dalla nascita, organista e teorico musicale. Nel 1577 pubblica "De musica libri septem" che contiene tra le altre cose i più antichi esempi di canti popolari italiani e spagnoli, raccolti direttamente dalla tradizione orale. »
 
(1.segue)

Armonie di Werckmeister ( II )


Armonie di Werckmeister (2000) Regia di Bela Tarr. Scritto da Laszlo Krasznahorkay, Bela Tarr, Agnes Hranitzky. Montaggio di Agnes Hranitzk. Musica: Mihàly Vig. Fotografia: diversi operatori. Interpreti: Lars Rudolph, Peter Fitz, Hanna Schygulla, e altri attori ungheresi. Durata: 145 minuti

2.
Un'eclisse sta per arrivare; Janus Valuska, giovane, probabilmente studente, la vuole spiegare agli amici. Un mondo di operai, contadini, muratori con la calce ancora sui vestiti, ma capaci di ascoltare le voci più profonde e più serie, curiosi riguardo al mondo che ci circonda.
OSTE: Sono le dieci, si chiude bottega.
UOMO (massiccio, con i baffi folti, sui sessanta): Aspetta un attimo, Valuska deve farci vedere.
OSTE: Falla finita!
UOMO: (non si cura dell'oste, va da Valuska) Dai, Valuska, facci vedere. (agli altri) Fate un po' di spazio, così Valuska ci fa vedere.
Gli altri uomini spostano via i tavoli, in silenzio, e si dispongono ad ascoltare; Valuska prende l'amico che gli ha chiesto di raccontare e lo sistema al centro della sala vuota.
 
 
JANUS: Tu sei il Sole. Il sole non si muove. Fai solo così (gli fa muovere le dita con le mani aperte). Bene. (va da un uomo anziano col cappello, alto di statura, e lo accompagna vicino all'Uomo-Sole) Tu sei la Terra. La Terra prima si mette qui, e poi comincia a girare intorno al Sole. (gli mostra come deve fare) Ed ora avremo una spiegazione con cui anche noi persone semplici potremo comprendere qualcosa sull'immortalità; vi prego soltanto di venire con me in uno spazio sconfinato dove regnano la stabilità, la serenità, la pace, e il vuoto infinito. Immaginate che qui, in questo infinito silenzio sonoro, tutto sia avvolto da un'oscurità impenetrabile. (prende l'Uomo-Terra per mano). Per il momento, percepiamo solo un movimento generico (fa girare l'Uomo-Terra su se stesso, e intorno al Sole; lo accompagna nel movimento e continua a spiegare). In principio non ci accorgiamo di quali avvenimenti straordinari siamo testimoni. La luce sfolgorante del sole diffonde sempre luce e calore sulla metà della Terra che in quel momento è rivolta verso di esso; e noi siamo in questo splendore. (lascia i due, luna e solo, nel loro gioco o danza, e va a prendere un terzo uomo, più giovane e alto). Questo è la Luna. (luna è maschile in molte lingue). La luna effettua un movimento rotatorio intorno alla Terra (eseguono, un po' impacciati ma con buona volontà, come danzando; poi Janos li ferma). Ma che succede adesso? All'improvviso vediamo che il disco della luna... (fa piegare l'uomo-luna) il disco della luna si sovrappone al globo fiammeggiante del sole, creando come una cavità sul disco del sole; e questa cavità, un'ombra scura che cresce, cresce sempre di più man mano che lo copre (fa rialzare lentamente l'uomo-luna, che così copre l'uomo-sole). Del sole non rimane che una falce sottile, una falce accecante. Un attimo dopo, diciamo verso le tredici, improvvisamente scoppia il dramma. (fa piegare sulla schiena l'uomo-sole). In quel preciso momento, l'aria si raffredda inaspettatamente. Lo sentite anche voi? (ora tutti sono fermi, immobili, in ascolto). Il cielo si scurisce e tutto diventa buio. I cani guaiscono, la lepre si nasconde impaurita, il cervo corre via impazzito. In questo tramonto spaventoso e inconcepibile, anche gli uccelli... gli uccelli sono turbati e volano nei loro nidi. Ora il silenzio è totale. (qui parte la musica) Tutte le creature viventi ammutoliscono. Si muoveranno le montagne? Precipiterà su di noi la volta celeste? Sprofonderà la terra? Non lo sappiamo. Non possiamo saperlo perché ora c'è l'eclissi totale del sole. (tutti restano immobili, con attenzione e tensione; poi la cinepresa si sposta leggermente indietro, fino ad inquadrare la luce del lampadario sul soffitto; poi Janos riprende a parlare). Però... non c'è motivo di aver paura, non è ancora finita. Sul lato opposto del globo solare, che ora arde, spunta lentamente la luna. (va dal sole, e lo fa rialzare) Il sole torna a splendere. (va dagli altri due e li fa muovere) e sulla Terra lentamente torna la luce e riprende a diffondere il calore. Tutti sono presi dalla commozione perché si liberano dall'oscurità. (i tre riprendono il moto, e poi pian piano gli altri presenti si uniscono a loro, imitandoli e danzando in silenzio nel moto degli astri; l'incanto è interrotto dall'oste).
OSTE (sulla porta): Ora basta, fuori tutti, branco di ubriaconi!

Siamo al minuto 10 dall'inizio del film, la stanza è vuota, tutti si sono tirati in disparte. Janos si avvicina lentamente alla porta, indossa il cappotto, si rivolge un attimo all'oste:
JANOS: Signor Hagelmayer, non avevo ancora finito.
Janos esce nella strada, è notte. Al minuto 12 Janos arriva nel casa del signor Eszter Gyuri, un musicista sui sessant'anni. Più avanti scopriremo che vive separato dalla moglie (un matrimonio sfortunato, o sbagliato) in una bella casa con molti libri e il pianoforte. Janos fa da segretario e da assistente al signor Eszter; c'è anche una donna delle pulizie, che scopriremo vicina di casa di Janos. Janos trova il signor Eszter addormentato su una poltrona, lo aiuta ad andare a letto, sistema quello che trova fuori posto ed esce nuovamente. Vedremo che ha un lavoro notturno (consegna dei giornali), però prima di arrivare al giornale incontra per la strada un enorme camion: è quello della balena.

Al minuto 22 siamo al giornale, Janos consegna di notte il quotidiano a domicilio; prende le sue copie e le piega con cura; una donna che lavora lì parla di violenze, di corruzione, ladri, violenze in famiglia in continuo aumento, carenza di carbone. Al minuto 25, sempre di notte, Janos è per strada e consegna i giornali nelle cassette per la posta; il portinaio di uno stabile parla dell'arrivo della balena come presagio inquietante, o forse peggio come copertura per chissà quale manifestazione, "sai cosa intendo, vero?".  P oi siamo in esterni, Janos è sulla strada. Al minuto 30, il sorgere del sole.
 
 
Janos arriva a casa del signor Eszter, che si è già alzato e sta registrando su nastro il discorso sulla musica:
Il signor Eszter: Devo puntualizzare che non si può dubitare nemmeno per un istante che siamo di fronte ad una questione meramente tecnica, bensì tipicamente filosofica. Nelle ricerche sul sistema musicale in oggetto giungiamo inevitabilmente a riesaminare le nostre convinzioni. Dobbiamo chiederci: “Su che cosa si basa la nostra opinione?” L’ordine armonico, al quale ogni capolavoro fa riferimento nella propria inappellabilità, esiste davvero? Ne consegue che in effetti dobbiamo parlare non tanto di ricerche musicali quanto piuttosto del riconoscimento di un fatto antimusicale. Della rivelazione risoluta di uno scandalo occultato da secoli e particolarmente sconfortante. Infatti, la situazione vergognosa di ogni singolo accordo di capolavori di svariati secoli è falso fino al midollo. Questo significa che l’espressione musicale, quella magia insuperabile fatta di assonanze e di accordi, di fatto si basa semplicemente su un inganno. Sì, senza alcun dubbio dobbiamo parlare di un vero inganno, anche se i più insicuri, per addolcire un po’ la faccenda, parlano di compromesso.
 
Che genere di compromesso? La maggioranza ormai afferma che il tono musicale puro in realtà non è altro che un sogno. Per essi, di fatto, non esistono accordi musicali puri.
E’ ora di richiamare l’attenzione sul fatto che ci sono state epoche più fortunate, per esempio quelle di Pitagora e di Aristosseno. I nostri avi usavano strumenti accordati in maniera naturale. Loro si accontentavano di suonare solo in alcuni toni. Non erano tormentati da dubbi, sapevano che l’armonia divina appartiene agli dèi.
Più tardi, tutto questo non valse più nemmeno un fico secco. Infatti, la presunzione confusa si sarebbe appropriata di tutta l’armonia divina. A proprio modo, in una certa misura, c’è anche riuscita, affidando la questione ai tecnici. prima ai pretoriani, poi ai Salinas e infine ad Andreas Werckmeister, il quale assolse al suo compito. Suddivise semplicemente in 12 parti uguali, prive di modulazioni, il sistema divino delle ottave. Di due semitoni, uno è un artificio. Egli usò solo 5 tasti neri, invece di 10; suggellando così la situazione.

Dobbiamo anche affrontare senza esitazioni la triste storia dello sviluppo dell’accordatura degli strumenti musicali, il cosiddetto “temperamento uniforme”. Dobbiamo anche ripristinare il diritto all’accordatura naturale. Con cura dobbiamo correggere gli errori di Werckmeister, quelle sette note in sequenza: è con esse che dobbiamo vedercela, dovremmo considerarle non come equivalenti nell’unità di valore di un’ottava bensì come 7 qualità distinte, come 7 sorelle sulla volta celeste.
Questo è ciò che dovremmo fare. Però dobbiamo prendere coscienza che questa accordatura naturale ha un limite. E’ una limitazione peraltro assai preoccupante, che esclude decisamente l’utilizzo dei toni in chiavi musicali più alte.


Al minuto 34, esterno giorno, mattina livida e fredda, Janos arriva in piazza e cammina fra gente attonita e silenziosa, tutti davanti al grande container che nasconde dentro di sè la balena. E il principe, misterioso essere di cui si sussurrano cose indicibili. Sono tutti uomini, nessuna donna; operai, pensionati, tutti sui 50-60. Poi si apre il portellone del container, lentamente, con una manovella manovrata da un uomo che, compiuta l'operazione, sistema un tavolino e apre la cassa: cento fiorini è il prezzo del biglietto per vedere la balena. Janos è il primo a entrare, ed è anche l'unico. Qui riprende la musica.
Al minuto 43 Janos esce sulla piazza dopo aver visto la balena (e noi con lui), appena fuori un suo conoscente gli chiede cosa succede lì dentro, se ha visto il principe; Janos risponde che c'è solo la balena, e che è qualcosa che bisogna vedere:
JANOS: Guardi che animale enorme ha creato il Signore! E' incredibile come il Signore si diverta a creare esseri così strani...
UOMO: Per me arriveranno solo guai, Janos.
 

Janos riprende il suo cammino, torna a casa sua, si prepara da mangiare; il pasto è però interrotto dall'arrivo di una donna, la signora Tünde, moglie separata del signor Eszter. E' il minuto 48; la donna spiega a Janos cosa dovrà dire al marito separato, le condizioni per evitare il suo ritorno a casa sono queste: Eszter dovrà diventare il presidente di un movimento per ristabilire l'ordine e la giustizia. La signora Tünde consegna una lista di persone da contattare, per cercare fondi per il movimento; se il marito non intende farlo, la sera stessa lei tornerà a vivere con lui. Per far vedere che fa sul serio, consegna a Janos la sua valigia. Janos è riluttante, ma poi esce di casa con la valigia e va a portare il messaggio. Fuori, il vicino di casa, il calzolaio Harrer, sta spaccando la legna.
Al minuto 57 siamo a casa del signor Eszter; Janos entra e trova la signora Harrer, domestica in casa Eszter, che gli chiede notizia dei disordini e delle violenze per strada; Janos la rassicura, può tornare a casa tranquillamente. Poi Janos si siede non distante dal signor Eszter, e ascolta la musica di Bach con lui. Eszter è seduto accanto al piano, la musica che si ascolta è una registrazione:
ESZTER: Ora hai sentito anche tu come stride, su questo strumento accordato naturalmente. Era il Preludio in mi minore dal Clavicembalo ben temperato.
(2.segue)

Armonie di Werckmeister ( III )


Armonie di Werckmeister (2000) Regia di Bela Tarr. Scritto da Laszlo Krasznahorkay, Bela Tarr, Agnes Hranitzky. Montaggio di Agnes Hranitzk. Musica: Mihàly Vig. Fotografia: diversi operatori. Interpreti: Lars Rudolph, Peter Fitz, Hanna Schygulla, e altri attori ungheresi. Durata: 145 minuti

3.
Janos mostra al signor Eszter la valigia, e spiega le minacce di sua moglie. Eszter dice pacato che non ha intenzione di fare niente, Janos con dolcezza lo convince che la signora Tünde fa sul serio, che è meglio uscire; in due ore si può sbrigare tutto e poi la vita continuerà come prima, senza più disturbi.
I due escono di casa insieme; a 1h07 incontrano conoscenti che si lamentano del caos, e vedono la balena come simbolo del male, bisogna "agire per ristabilire l'ordine". Eszter è insofferente, ma li ascolta e si rende disponibile. In precedenza, Janos aveva detto a Eszter che la balena è una cosa da vedere, che non c'era da aver paura. Il signor Eszter dice: "non dobbiamo perdere la testa altrimenti l'orrore che ci circonda avrà la meglio su di noi"
 
 
Qui Janos lascia il signor Eszter con i conoscenti, e va al ristorante per prendere il pranzo (con il pentolino multi-gamella); la cuoca gli parla ancora di ciò che succede. Janos esce con il pranzo, la cuoca e il portinaio si baciano. Janos è in strada con il signor Eszter, gli dice che deve andare a vedere la balena, lui dice che si può fare anche domani, non c'è fretta; bisogna invece che Janos vada dalla signora Tünde, e lo congeda. Janos arriva alla piazza, riceve minacce, è impaurito. "L'esibizione del principe è rinviata" dice l'impresario della balena, e chiude il botteghino.


A 1h16 Janos è a casa della signora Tünde, dove un uomo fuori campo (è il capo della polizia, ubriaco) impreca contro la balena e contro gli insorti, "farò sparare sulla folla, manderò i blindati". La signora Tünde manda Janos a casa del capo della polizia, per "mettere a letto i bambini", e poi dovrà tornare da lei per riferire su ciò che succede. Janos esce. Vediamo il capo della polizia seduto sul letto, ubriaco, una pistola in mano, la marcia Radetzky a tutto volume (Austria-Ungheria?), lui e signora Tünde danzano goffamente (lui è ubriaco, lei no).
 

A 1h23 Janos arriva a casa del capo della polizia, i bambini sono due e sono scatenati, non vogliono andare a dormire, continua la marcia Radetzky ma da lontano, è un disco rotto che si incanta. I bambini fanno di tutto, Janos sconsolato li lascia. A 1h26 Janos in strada incontra il suo vicino Lajos, il calzolaio. Lajos è preoccupato, chiede a Janos cosa fa in strada, gli dice "non è cosa per noi" e lo invita a essere prudente. In strada ci sono dei fuochi, sulla piazza molti uomini (niente donne) che li presidiano. Janos chiede sottovoce se si può entrare dalla balena e riceve una rispostaccia: cosa gli viene mai in mente in questi momenti?
A 1h30 Janos entra dalla balena, di nascosto. "hai visto quanti guai hai combinato? eppure è da tanto tempo che non puoi far del male a nessuno...". Poi sente due voci, e va a vedere: l'impresario della balena e l'interprete del principe litigano, il principe è fuori controllo, arringa la folla, incita alla violenza. Non vediamo mai il principe (un nano?), che parla in una lingua che non è l'ungherese e ha bisogno di traduzione (un nazista?) L'interprete, un uomo alto e robusto, minaccioso, traduce come se sapesse già tutto a memoria, non c'è nemmeno bisogno di ascoltare. L'impresario si toglie di mezzo, che vadano per la loro strada, lui non ne vuole sapere più niente. Janos corre fuori spaventato.
A 1h36 cannoni, lampi di bombe lontane, l'incendio è iniziato; Janos è in strada. A 1h38 inizia la marcia degli uomini che prima erano in piazza, ascoltiamo solo il rumore dei loro passi. (una lunga sequenza, che ricorda Metropolis di Fritz Lang) E' buio, l'eclissi di cui si parlava all'inizio? (ricordi anche di Tadeusz Kantor)


A 1h42 la marcia trova la sua meta, un ospedale, i bagni, i letti con i malati (un ospizio, un manicomio, una caserma?). Gli uomini irrompono e spaccano tutto, buttano giù le persone dai letti, vanno in ogni stanza, si fermano solo davanti a un uomo molto anziano in una vasca. Poi inizia la musica. Gli uomini si fermano davanti all'anziano impaurito, tornano indietro, tutti se ne vanno. (Una violenza del tutto insensata). A 1h53 Janos è da solo nell'ospedale vuoto, tra i mobili rovesciati, nel bianco del palazzo. Seduto per terra, legge da un libro abbandonato i discorsi come quelli del principe, incitazioni alla violenza, discorsi folli. Poi si alza e torna in strada, dove suona una sirena d'allarme. Un carro armato è in strada, molti militari e con loro la signora Tünde. Janos si allontana, ma trova Lajos morto, in terra, sulla strada.
 
 
 
A 2h00 Janos è a casa, trova la moglie di Lajos ma non riesce a dirle cosa è successo. La signora Harrer gli dice che sono già venuti a cercarlo: "hanno il tuo nome sulla lista"  "ma io non ho fatto niente", lo spinge a correre lontano, verso i binari, a nascondersi. Poi Janos corre sui binari, un elicottero gira sopra di lui.
A 2h07 siamo nell'ospedale vuoto, Janos è in camicia da notte, ricoverato, seduto su un letto, come assente, lo sguardo nel vuoto. Accanto a lui il signor Eszter che cerca di rassicurarlo, tornerà presto a casa, gli sta preparando un letto e i vestiti. Dice anche che ha accordato il pianoforte "come un pianoforte qualsiasi". Nulla ha più importanza, nulla più. Il signor Eszter raccoglie il contenitore per il pranzo (ora deve farlo da solo, Janos non è in condizione di farlo) ed esce sulla strada. Arriva sulla piazza: il container è stato sfasciato, la balena è visibile e abbandonata. Musica. Il signor Eszter guarda la balena, poi si allontana; la piazza è vuota, c'è foschia, nessuno intorno.

 
 
Alla mia prima visione di "Armonie di Werckmeister" mi ero segnato solo un breve appunto, questo: «E’ un film che mi ha colpito molto ma del quale ho capito poco, per via dei miei limiti di cultura musicale. Mi segno ancora la balena gigante esposta nella fiera, e il principe nano che fa discorsi da Hitler (la cultura è ingombrante, dà fastidio e puzza?) (la fede nel Mistero, e il Male sotterraneo?); e poi ancora la signora Tunde, cioè la moglie del Musicista, che si tira da parte e va a vivere da sola (con il capo della polizia!) allo scopo di consentire al Musicista di vivere con la sua Arte.»
Tento adesso una mia lettura, e la riporto qui per quel che vale (con molte scuse all'Autore): la balena è il simbolo di ciò che è grande e bello (la creazione del Signore, e in genere la Natura), o meglio di ciò che è stato grande e bello, e ora è considerato solo ingombrante, anche perché gli è stata tolta la vita. La gente non capisce, trova quel corpo assurdo e inquietante (come la Cultura, la Scienza, l'istruzione in generale: Darwin, Giordano Bruno, Galileo, e oggi). A ciò che è grande e bello, o a ciò che è stato grande e bello, si appiccica il principe con i suoi discorsi che incitano alla violenza (come fece Stalin con il comunismo? o come fece il nazismo con la grande tradizione tedesca, Beethoven e Brahms inclusi?). Janos soffre di questa situazione, soffre come lo Stalker di Tarkovskij anche se è persona più semplice dello Stalker, quasi un principe Myskin ma di estrazione operaia.

Il signor Eszter vive come un'oppressione il Sistema Temperato, alla fine (dopo le violenze e il "ristabilimento dell'ordine") tornerà ad accordare il pianoforte "in modo normale", cioè come fanno tutti, senza più pensieri di ordine divino o trascendente. Janos alla fine è esausto, forse impazzito, senza più forze: e in questo è davvero molto simile al principe Myskin di Dostoevskij, che termina in casa di cura i suoi giorni, non sopportando la violenza e la grossolanità degli altri.
Alla fine, il signor Eszter contemplerà la balena messa a nudo dalla violenza, enorme corpo devastato, abbandonato a se stesso. La violenza dei marciatori è del tutto insensata, non va a colpire la causa del male ma un ospedale, una casa di riposo (vedi Grillo, i forconi, la Lega Nord...) e in questo fa il gioco della repressione, già pronta fin da prima che tutto cominci, aspettavano solo una scusa per partire. L'elicottero che gira sopra la testa di Janos è Orwell, è Huxley, è il moderno drone che non ha nemmeno più bisogno di un pilota. Per la follia finale del protagonista si pensa anche a "Brazil" di Terry Gilliam, cioè ancora a Orwell 1984.
L'epoca non è specificata, difficile dire se si tratti degli anni 50 o 60 o inizio 70, anche se trattandosi dell'Ungheria il pensiero corre subito al 1956; ma anche questo potrebbe essere un depistaggio, l'argomento è di quelli che purtroppo non hanno data né scadenza né provenienza politica o religiosa. Anche al di là delle parole e delle apparenze, la dittatura è dittatura e basta, l'ignoranza e la violenza cercano maschere politiche o religiose ma sono sempre fini a se stesse. Rimangono i sogni infranti, l'inevitabile naufragio delle persone migliori, la follia e la violenza insensata dei militari.
 

Dal punto di vista tecnico e narrativo, Bela Tarr fa tutto quello che nelle scuole di cinema sconsigliano e che i produttori evitano come la peste; di conseguenza è grande, epico, fuori dal tempo, classico e senza tempo. Bela Tarr se ne infischia dei tempi pubblicitari, ed essendo molto preparato tecnicamente (oppure appoggiandosi a tecnici preparati, come facevano Welles e Fellini) inventa dei capolavori inusuali per questo inizio di millennio: pensa in grande, e non in piccolo. Si può fare anche con un budget limitato, e il cinema di Bela Tarr ne è la dimostrazione. Il film è girato in un bianco e nero leggermente virato al verde, come nelle sequenze iniziali e finali di "Stalker" di Tarkovskij, come nel cinema muto, degno erede di Dreyer e di Murnau e del Caligari, di Griffith e dei grandi visionari del cinema.
Va ricordato soprattutto l’inizio meraviglioso: la riflessione su morte e vita fatta dentro un bar, tra ubriachi, col sole fisso a girare su se stesso e Terra e Luna che gli girano intorno; e l’eclissi, quando si ferma tutto e c’è freddo e buio, ma è solo un attimo e poi riprende la vita. Il finale sembra contraddire la visione iniziale di Valuska, ma forse anche questo momento che viviamo è solo un attimo di quell'eclissi, e poi tornerà la luce.


 

venerdì 31 marzo 2017

Hadewijch


 
Hadewijch (2009) Regia di Bruno Dumont. Scritto da Bruno Dumont. Fotografia di Yves Cape. Musiche di J.S.Bach (arrangiamenti del gruppo "La Mathilde", e un brano dalla Passione San Matteo) e di André Caplet. Interpreti: Julie Sokolowski, Karl Sarafidis, Yassine Salime, David Dewaele, Brigitte Mayeux-Clerget, Michelle Ardenne, Sabrina Lechene, Marie Castelain, Luc-François Bouyssonie. Durata: 1h40'

"Hadewijch", del francese Bruno Dumont (nato nel 1959) è uscito nel 2009 e racconta di una ragazza molto giovane, Céline (Julie Sokolowski) che vorrebbe farsi monaca ma viene messa fuori dal monastero perché non mangia, esagera con le mortificazioni, "sei la caricatura di una religiosa" le viene detto, ed è probabilmente vero. La invitano quindi a prendersi una pausa, "le porte per te sono sempre aperte".
Nel finale del film, Hadewijch viene indicato dalla protagonista come "il posto dove sono nata" il che farebbe pensare a una località precisa; una ricerca in rete dà invece risultati diversi:
Hadewijch (fine XII secolo – inizio XIII secolo) è stata una mistica e poetessa fiamminga, vissuta probabilmente nel ducato di Brabante. Legata al nascente movimento delle beghine, fu tra le principali figure della letteratura volgare europea sviluppatasi in quel periodo. Scrisse anche opere in prosa. (da www.wikipedia.it)
Quindi, non una località ma probabilmente un luogo dell'anima, probabilmente il monastero stesso e l'identificazione di Céline con la mistica brabantina.


Lasciato il monastero, vediamo quindi Céline nella sua vita normale: è figlia di gente benestante e con posizione sociale importante, non ha problemi economici. Incontra poi un ragazzo della sua età, musulmano, di origine libanese; a lui dice che si è dedicata a Cristo, ma fanno comunque amicizia; il ragazzo le fa conoscere suo fratello maggiore, un predicatore islamico che tiene corsi su "Dio invisibile" che è tra di noi. Dice che la Francia è una democrazia, si vota, e quindi ognuno è responsabile anche del male fatto al suo prossimo (anche in Libano, per esempio) perchè mandando certe persone invece di altre nei posti di comando si decide comunque della sorte delle persone, di quelle a noi vicine ma anche di quelle da noi lontane fisicamente.
Insieme, i tre giovani vanno a un concerto all'aperto con una band giovane; poi Céline da sola è in chiesa e ascolta un brano di Johann Sebastian Bach, dalla Passione secondo san Matteo. Il brano è il numero 51, "rendimi il mio Signore": è l'aria che commenta il pentimento di Giuda (Matteo 27, 1-6), i trenta denari d'argento privi di ogni valore, che Giuda getta via e che i sacerdoti non giudicano degni di far parte del tesoro del Tempio.
La ragazza appare serena e pensosa, rimane però molto confusa, e si suiciderebbe (come la Mouchette di Robert Bresson) se il giovane predicatore non arrivasse a salvarla. Il film, che dura 1h40', termina con il loro abbraccio, nell'acqua di un fiume.
Probabilmente il modello era proprio Bresson, soprattutto "Mouchette" e "Il diavolo probabilmente", ma Dumont pur avendo un'ottima padronanza del mezzo non è sempre all'altezza del soggetto e il film si perde molto spesso in immagini un po' troppo cercate (bei panorami) e ha diversi difetti di sceneggiatura; per esempio con la sola visione del film, senza internet e senza wikipedia non avrei mai capito chi era Hadewijch, e sarebbe stato un peccato. Il silenzio, poi, è tra le cose più difficili da rendere al cinema.
Si tratta comunque di un bel film, da conoscere.
In "Hadewijch" ci sono due bei momenti musicali, entrambi dedicati a Johann Sebastian Bach: una Arte della Fuga molto bella anche se quasi irriconoscibile, suonata da cinque ragazzi molto giovani ("La Mathilde") con ritmica tra jazz e rock e solisti fisarmonica (Elliott Simon) e sax (Julien Jadczak), molto interessante e di piacevole ascolto; è il concerto al crepuscolo a cui Céline va con i due fratelli libanesi. Gli altri componenti di "La Mathilde" sono Guillaume Pera, Olivier Boulanger e Yoan Bassinet.
Poi, in chiesa, dalla "Passione secondo Matteo" il numero 51, "Gebt mir meinem Jesu wieder" (il lamento di Giuda pentito: "Rendetemi il mio Gesù") con un bel gruppo di giovani musicisti. Il gruppo è composto da tre ragazze e due giovani uomini: due violini, viola, contrabbasso, baritono. I loro nomi sono François Mulard (baritono), Anissa Amrouche, Anne France Dumoulin, Benjamin Colosimo, Bérengère Scheppler, Angélique Naccache; notevole è anche la resa dal punto di vista visivo.
Nel finale c'è anche un brano sinfonico di André Caplet (1878-1925), "Le Miroir de Jésus" eseguita dall'Orchestre des Pays de Savoie, direttore Mark Foster.
(dicembre 2013)