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sabato 21 dicembre 2019

Noioso a chi?


 
La noia all'opera? Mai esistita. Per esempio, l'Alceste di Gluck, versione italiana, diretta da Riccardo Muti, stagione 86/87, regia di Pierluigi Pizzi (statica, neoclassica, emozionante); nel finale, Alceste per salvare il marito Admeto si lascia morire, e viene portata nell'Ade. Nel retroscena, dietro le quinte, il coro: "Piangi, o patria, o Tessaglia: Alceste è morta". Quando ci ripenso, mi vengono ancora i brividi; ma tutta quell'Alceste è stata un'emozione incontrollabile.
Voglio dire: non ho nemmeno bisogno di tornare col pensiero a Verdi, a Puccini, a Strehler, a Zeffirelli, a Kleiber, a Claudio Abbado, l'elenco delle emozioni provate all'opera non finirebbe mai. E se poi aggiungo le emozioni provate a casa, in disco o alla radio, potrei andare avanti per giornate intere: e sono emozioni che tutti gli appassionati d'opera conoscono benissimo, infatti non mi sarei mai sognato di scriverci sopra qualcosa. Invece oggi, trent'anni dopo, mi tocca leggere un'intervista al regista Damiano Michieletto dove fin dal titolo si dice "Ho tolto la noia dall'opera". (Venerdì di Repubblica, 13 dicembre 2019). Michieletto ha 44 anni, non so da quale pero sia cascato in mezzo a noi, ma io all'opera non mi sono mai annoiato - anzi. Chissà dov'era il regista veneto nel 1979-80, per il Boris Godunov diretto da Claudio Abbado che ha segnato il mio primo spettacolo visto alla Scala; e chissà se ha mai sentito parlare delle regie di Luchino Visconti negli anni '50, o delle polemiche per Adolphe Appia e le sue regie wagneriane di inizio Novecento... Se poi si va indietro all'Ottocento, sono frequentissime le cronache di grandi entusiasmi e di grandi discussioni.

 
L'opera lirica presenta molte difficoltà all'inizio, quando ancora non la si conosce: bisogna abituarsi, avere la pazienza di entrare in un altro mondo. Non è affatto facile, ma quando si sono trovate le chiavi le porte sono aperte, e la noia non entra mai in quel giardino. Alcuni trovano noioso Monteverdi, altri non sopportano Wagner, io reggo malissimo Mascagni e Rachmaninov, ma è solo questione di tempi, di stagioni, di esecuzioni musicali più o meno riuscite.
Trovo molto fastidioso anche il modo in cui Michieletto liquida chi non è d'accordo con lui: nessuno di noi è depositario della verità, e la signora che picchia il pugno sul tavolo di regia gridando "Vergogna!" dopo aver assistito a un Romeo e Giulietta ambientato in discoteca andava ascoltata (Gounod, nel 2009, non dice dove), così come le proteste per le scene di sesso esplicito in "The Rake's Progress". Le scene di sesso esplicito nel "Faust" di Stravinskij non sono affatto necessarie, così come l'ambientazione in discoteca di una tragedia shakespeariana: è un arbitrio del regista, che può essere più o meno felice, ma è comunque qualcosa di diverso da ciò che è scritto sul cartellone del teatro, e di conseguenza il pubblico ha tutte le ragioni di protestare. Michieletto conclude dicendo che a Salisburgo e a Vienna ha avuto successo ed è andato tutto bene: ok, allora vietiamo l'ingresso a chi non è d'accordo col regista, e cancelliamo quei rompiballe che protestano, compresi i loggionisti della Scala che lasciarono biglietti in platea per protesta dopo la regia di Michieletto per "Un ballo in maschera" (anno 2013).
Il regista veneto dice ancora "o si fa così o si muore", e muore l'opera lirica, intende. Senza Damiano Michieletto, insomma, il povero Verdi sarebbe dimenticato da decenni. Infine, Michieletto elogia Peter Brook, "il mio idolo per rigore, essenzialità, verità, umanità, fisicità del suo teatro". Peter Brook, quello del "Mahabharata"? Non riesco a vedere alcun rapporto con Michieletto, chiedo scusa.

 
L'errore di molti registi è di concentrarsi sul libretto invece che sulla musica. La musica deve venire prima di tutto, leggendo "Salome" (prossima regia di Michieletto) come una storia di violenza in famiglia si perde tutto il resto. Per esempio, ascoltando la "Salome" di Richard Strauss io sono sempre stato impressionato dal prigioniero nella cisterna: si potrebbe fare anche una lettura politica, ma anche questa sarebbe solo una lettura parziale. E, nella Butterfly, la ragazzina giapponese ama per davvero Pinkerton e bisogna tenerne conto, guardare Pinkerton con i suoi occhi e non con i nostri.
Mi rendo conto, invece, che forse io ragiono così perché (nel mio piccolo) sono anch'io un autore. Del tutto inedito, sia ben chiaro: non ho mai pensato di pubblicare per davvero, e mi sono reso conto fin da subito che il tempo in cui vivevo non era quello di Samuel Beckett o di Pirandello, quando il teatro era importante, e nemmeno quello in cui, a Milano, Giorgio Strehler e Paolo Grassi iniziarono la loro attività al Piccolo Teatro. Oggi il teatro, o meglio quel che ne resta, è quasi completamente in mano a tanti piccoli narcisisti che si approfittano della latitanza degli autori veri. Verdi o Molière, fate voi, non possono più interferire; e certo Michieletto avrebbe sbuffato spazientito con Samuel Beckett al suo fianco, sempre lì a dire la sua su "En attendant Godot".

 
Ho citato, all'inizio, il Boris Godunov diretto da Abbado perché in quell'apertura di stagione del 1979 ci furono violente proteste e critiche molto negative verso la regia di Jurij Ljubimov. Per me era il primo spettacolo alla Scala, e mi piacque moltissimo: un impianto fisso, una grande icona sullo sfondo e i coristi a grandi altezze, chiusi dentro celle ispirate a quelle dei manoscritti medievali. Anche i coristi protestarono molto, non si sentivano tranquilli così in alto; e direi che avevano ragione, ma il colpo d'occhio era fantastico. Ljubimov si ripeterà qualche anno dopo, sempre con Mussorgskij, la Chovanscina, e con un impianto scenico ancora più astratto. Si tratta di due drammi storici, sulla storia russa, con riferimenti precisi e indicazioni altrettanto precise sui luoghi in cui si svolgono; Ljubimov rispose che lui vedeva ogni giorno la Cattedrale di San Basilio, abitando a Mosca, e anche Ljubimov (grandissimo regista di teatro) avrebbe dovuto tenere più conto di quello che gli chiedeva il pubblico. Ma la direzione di Claudio Abbado e il grande livello della compagnia di canto misero tutti d'accordo.

 
La mia "Salome" è stata quella con la regia di Robert Wilson, stagione 1986/87: Salome come l'Alice di Lewis Carroll, o meglio come Bob Wilson vedeva Alice (di sicuro Lewis Carroll avrebbe avuto molto da dire). Anche per Wilson ci furono molte proteste, lo spettacolo era indubbiamente bello ma era davvero una Salome?
Ricordo anche le polemiche sulla Walkiria con regia di Luca Ronconi: il direttore Sawallisch si rifiutò di dirigerla, e fu sostituito da Zubin Mehta. Io non andavo ancora a teatro (credo che fosse il 1972) ma se ne parlava ancora negli anni successivi, le foto di scena erano comunque molto belle. Le Valchirie in abito da sera fine Ottocento, con i guanti lunghi di seta, mi fanno pensare che Michieletto non ha inventato niente, e sono passati quasi cinquant'anni. Mi ricordo questo fatto anche perché anni dopo ritrovai Wolfgang Sawallisch (un direttore che ho amato moltissimo) a dirigere senza proteste un allestimento molto brutto dei Maestri Cantori - ma così va la vita.

 
In conclusione, mi trovo a dover dare ragione a Zeffirelli quando diceva "scrivete cose vostre" ai registi come Michieletto, o come Livermore, Emma Dante, fate voi. Non avete il coraggio di scrivere cose vostre, di mettere in locandina "libera riscrittura di" e poi il vostro nome e cognome? Avete paura che nessuno verrebbe a vedervi, e vi nascondete dietro a Giuseppe Verdi e Richard Strauss? Il Faust è stato riscritto decine di volte, idem le tragedie storiche dell'antica Grecia, il Don Giovanni... si può riscrivere qualsiasi cosa, ma è meglio metterci la faccia, anche uno pseudonimo va bene.
Il mio consiglio, dove si può, è di comperare i biglietti in loggione o nelle gallerie. Quando una regia non mi convinceva, potevo guardare l'orchestra; e l'orchestra al lavoro è sempre un bello spettacolo da seguire. Purtroppo, nei teatri moderni il loggione e le gallerie non sempre ci sono; ma si può comunque chiudere gli occhi, i miopi possono togliersi gli occhiali, e se siete in compagnia potete sempre approfittarne per sfiorare la persona amata. Basta non fare rumore, e nessuno vi disapproverà se evitate di guardare il palcoscenico.

 
 
(nelle immagini, prese da giornali dell'epoca o da programmi di sala,
il Boris Godunov e la Chovanscina con regia di Ljubimov,
il sipario di David Hockney per "The rake's progress di Stravinskij,
Alceste di Gluck con regia di Pierluigi Pizzi,
Simon Boccanegra con regia di Giorgio Strehler,
Fetonte di Jommelli con regia di Luca Ronconi)

lunedì 18 novembre 2019

L'Opera di Sydney

 
Sul supplemento di Repubblica di venerdì 8 novembre 2019 trovo una lunga intervista al direttore artistico dell'Opera di Sydney, Lyndon Terracini; quello che leggo da un lato mi fa piacere, perché è bello sapere che l'opera lirica va avanti e trova nuovo pubblico, da un altro lato mi dispiace e mi irrita.
Provo a mettere ordine nelle mie sensazioni seguendo le pagine del giornale: Lyndon Terracini ha 69 anni, è nato a Sydney ed è imparentato con Umberto Terracini, presidente dell'Assemblea Costituente e antifascista, dunque un'ottima nascita. Ha studiato da baritono, e ha vissuto per lungo tempo a Faggeto Lario. L'Opera di Sydney è un grande teatro, inaugurato nel 1973; si tratta di una specie di monumento nazionale australiano, è un edificio famoso e celebratissimo, quindi non mi dilungo. La notizia è questa: sotto la gestione di Lyndon Terracini l'Opera di Sydney fa profitti, e ha raggiunto un livello artistico notevole.
 

La prima frase che ritaglio è questa: « L'Italia è la culla della lirica, anche se arrivano voci allarmanti sulle sorti dei teatri d'opera.» Questo purtroppo è vero, se i grandi teatri (Scala, Fenice, Roma, Firenze) sono ben finanziati, non altrettanto si può dire per i teatri storici delle città meno grandi. Non solo: in Italia chi si interessa all'opera lirica viene in qualche modo bollato come persona strana. Quante volte mi sono sentito dire "ma come fa a piacerti quella roba lì", e sentirmi contrapporre un vasco, un rapper, una Ciccone. A vent'anni ero positivo, mi dicevo che se uno come me era arrivato a capire la grande musica la strada era aperta per tutti; e invece oggi (Nuovo Millennio) sento ogni giorno definire "grande musica" le canzoni della tv degli anni '60 e "musicologo" chi si occupa del festival di Sanremo. Abbiamo ancora tanti ottimi musicisti, grazie al Cielo, ma così va in Italia: provate a seguire qualche quiz in tv, per fare solo un piccolo esempio, e ad ascoltare cosa si chiede ai concorrenti alla voce "musica". Terracini prosegue dicendo che il futuro dell'opera lirica è in Cina e nei paesi limitrofi, come la Corea; e aggiunge che in Cina "costruiscono teatri favolosi e tecnologicamente avanzatissimi e hanno formato una invidiabile scuderia di artisti". Aggiunge che "oggi il più grande baritono verdiano è il mongolo Amartuvshin Enkhbat (trionfale il suo Nabucco a Parma)".
 
A inizio intervista, Lyndon Terracini dice una gran bella frase: "Noi a teatro vogliamo la gente comune, l'élite ce l'abbiamo già", e io sono contento perché penso a Claudio Abbado, a Paolo Grassi, a Giorgio Strehler, che dicevano la stessa cosa cinquant'anni fa. Ma, proseguendo nell'intervista, mi accorgo che non è proprio la stessa cosa. Se Claudio Abbado e Maurizio Pollini, cinquant'anni fa, portavano la grande musica nelle scuole e nelle fabbriche, a Sydney invece Lyndon Terracini apre alla musica leggera: «... il 50 per cento dei profitti proviene dal box office della lirica, il dieci da donatori e sponsor e il 20 da fondi governativi; il resto viene dal musical, che richiama un pubblico vastissimo» . L'autore dell'articolo, Giuseppe Videtti, aggiunge che Lyndon Terracini "inorridisce quando gli raccontiamo che la Scala ha rifiutato Veronica Ciccone": ma alla Scala hanno fatto bene, una come la Ciccone è meglio se si esibisce allo stadio. Non per altro, ma perché la Scala fa duemila posti e il Meazza invece arriva tranquillamente a ottantamila, non mi sembra un'idea geniale se si mira all'incasso. Oltrettutto, la Ciccone canta con il microfono e usare gli amplificatori alla Scala non è bello: lo dico per esperienza diretta, io ho ascoltato Carmelo Bene alla Scala, e l'amplificazione disturbava moltissimo e copriva l'orchestra nel Manfred di Schumann - uno dei miei peggiori ricordi in teatro (quella sera con Carmelo Bene, intendo).

 
Lyndon Terracini ha un'uscita azzardata: « Sappiamo tutti che il musical non è poi così lontano da Puccini». Qui non ci siamo, il musical è lontanissimo da Puccini, caso mai somiglia un po' all'operetta per via dell'alternanza fra cantato e parlato. In Puccini è tutto cantato, e il livello musicale è molto più alto; ma anche se si ascolta Lehar nell'originale, con i grandi cantanti e i grandi direttori, la differenza qualitativa con il musical è molto grande e non percepirla mi sembra strano. In cartellone a Sydney, comunque, ci sono South Pacific ed Evita.
 
 
Maurizio Scardovi, presidente di Punto Opera Artist Management (una specie di Mino Raiola?) aggiunge: « La Scala in mano a uno come Terracini non solo avrebbe risolto i suoi problemi, ma potrebbe permettersi di finanziare un secondo teatro». Mi viene da pensare al Lirico, chiuso da un'eternità, o al Teatro degli Arcimboldi, che ha meno di vent'anni: siamo sicuri che a Milano si possa fare la stessa politica che si fa Sydney? Io la vedo dura... Lo stesso Scardovi chiude entusiasta l'articolo:« Venire in Italia? Non glielo permetterebbero mai - conclude con una risata Maurizio Scardovi - dimostrerebbe che col teatro si può guadagnare. Sacrilegio!». Mah.
L'autore dell'articolo, Giuseppe Videtti, insiste: "Non c'è nulla che Terracini consideri audace o irrispettoso quando si tratta di trovare fondi", ma non è una novità. questa cosa la disse già Badini, sovrintendente della Scala nel periodo subito dopo Paolo Grassi (primi anni '80) aggiungendo "sulle locandine ci scrivo anche Hatù" (Hatù era una famosa marca di preservativi, non so se esista ancora).
Ma, fin qui, passi. Mi ha recato molto dispiacere leggere cosa scrive subito dopo Videtti: "un teatro che a differenza delle nostre bomboniere barocche cariche di velluti e di cristalli, è una struttura all'avanguardia". Videtti di solito si occupa di musica leggera, su Repubblica; non so che preparazione abbia, ma dire queste parole sui teatri italiani mi sembra di una superficialità e di una grossolanità impossibile da accettare. L'opera italiana è nata in quei posti lì, a Sabbioneta, a Mantova... Scrivo un altro "mah", giusto per non dire tutto quello che penso (che si fa, li buttiamo giù e chiamiamo un archistar per farci la diretta del Festival di Sanremo?).

 
« Non creda che chiunque metta piede qui dentro acquisti un biglietto per l'opera, il prezzo è alto, si aggira sui 350 dollari australiani (più di 215 euro)» dice ancora Lyndon Terracini, e spiega che "il teatro è sempre aperto, chiude soltanto a Natale e a Pasqua, seicento recite l'anno". Io alla Scala sotto la gestione di Abbado andavo in loggione, con tanti altri, e spendevo meno che andare al cinema. Chissà se c'è l'equivalente del loggione, all'Opera di Sydney, o se si punta tutto solo su chi può spendere e spandere: l'articolo non lo dice, a me piacerebbe saperlo.
Apprendo invece che dal 2012 è aperta "Opera on Sydney Harbour", palcoscenico aperto sulla baia nei mesi estivi, tremila posti, cinque ristoranti: "qui nessuno si scandalizza se alla prima di una Butterfly outdoor ci sono ragazzi con un hamburger e una pinta di birra". Anche questa non è che sia proprio una novità: si sa che alla Scala, anche al tempo di Rossini, il primo introito era il gioco d'azzardo; poi per fortuna hanno smesso e si è andati a teatro solo per la musica. Non mi sembra un gran biglietto da visita: magari, dopo hamburger e birra, anche un bel rutto?
Aggiunge ancora Videtti: "cartellonistica e programmi di sala e spot tv sono modernissimi e cinematografici: scelta irrispettosa si direbbe da noi, ma questa è la chiave con cui Terracini ha aperto ai giovani le porte dell'opera". Nel dettaglio, si parla di "un manifesto con Faust en travesti": ancora? Mamma mia, che noia. Nazisti, mafiosi, travestiti... ne abbiamo visti troppi negli ultimi decenni, sono diventati la regola e secondo me andrebbero banditi dai teatri d'opera, a meno che non siano esplicitamente richiesti dal compositore. Certo, se si vuol mettere in scena "The rocky horror picture show", tutto fa brodo. Sempre per tornare alla mia esperienza, negli anni '70 le porte ai giovani le avevano aperte Abbado, Pollini, Grassi, Strehler, Sinopoli, Berio, e tanti altri; e con ben altro livello culturale.
A dare un tocco di colore all'articolo ecco l'inevitabile citazione per Alfredo's "il ristorante italiano il cui proprietario è la memoria storica della lirica in Australia", un napoletano da 40 anni a Sydney che fu il cuoco di Pavarotti - così a occhio direi che Pavarotti era capace di farsi da mangiare da solo, o in famiglia, e in ogni caso era cucina emiliana; comunque sia, può darsi, ma non è che sia un'informazione di cui sentivo il bisogno. Temo che Alfredo's sia fuori dalla portata delle mie tasche, così come i biglietti della Sydney Opera House.
 
Dato che si affaccia sull'oceano, l'Opera di Sydney non poteva che essere così, come una vela gonfia o un'astronave aliena (cito ancora Videtti); però dispiace veder definire in questo modo i nostri teatri (come il Farnese di Parma, che vedete nelle immagini di questo post), grandi capolavori di acustica e di architettura L'autore dell'articolo probabilmente è più abituato ai concerti amplificati, a vasco a san Siro; io tenderei ad assolvere Terracini, che si direbbe un ottimo manager, ma ho invece molte riserve su quello che scrive Videtti e su quello che dice Scardovi.
Sempre rimanendo nel mio piccolo, e pensando alla Scala, continuo a pensare che il palcoscenico che andava bene a Giuseppe Verdi e a Puccini non aveva bisogno di essere ampliato, come è stato fatto nel 2000. Ovviamente il restauro è stata un'ottima cosa, ma qui si è esagerato. Metto qui sotto una foto di come era la Scala quando l'ho conosciuta, senza la "tag" dell'archistar che ha lasciato il suo segno nel palazzo del Piermarini, e con i colori ottocenteschi che videro ogni giorno Verdi e Puccini. Per me quel "restyling" della Scala è stata la perdita di un'aura, come avrebbe detto Elemire Zolla (vedi "Aure", ed. Marsilio) ma forse ai Videtti va bene anche così, e ormai comunque è andata, amen: mi rimane solo uno sfogo su questo piccolissimo blog, poi nulla.

(La Scala, anno 1968)

 
 
 
(nelle immagini, il cinquecentesco Teatro Farnese a Parma;
le foto a colori le ho prese molto tempo fa e non trovo più i link, me ne scuso;
la panoramica in bianco e nero viene dal film di Valerio Zurlini
"La ragazza con la valigia", con Romolo Valli e Claudia Cardinale)
(la foto della Scala nel 1968 viene da una vecchia enciclopedia)

 


domenica 21 luglio 2019

Il falò delle vanità (1990)

 
Il falò delle vanità (The bonfire of the vanities, 1990) Regia di Brian De Palma. Tratto da un romanzo di Tom Wolfe. Sceneggiatura di Michael Cristofer Fotografia di Vilmos Zsigmond Musiche per il film di Dave Grusin Estratti dal Don Giovanni di Mozart. Interpreti: Bruce Willis, Tom Hanks, Morgan Freeman, Kim Cattrall, Melanie Griffith, Kirsten Dunst, F. Murray Abraham, Kevin Dunn, e molti altri Durata: 125 minuti

La presenza di questo film su un blog dedicato all'Opera è dovuta a una sequenza in teatro con il finale del Don Giovanni di Mozart, il grande e famoso "pentiti cambia vita" del convitato di pietra. I cantanti in scena non sono male, ma non ho trovato nessuna indicazione su di loro, né sul direttore d'orchestra, ed è un peccato. Questa sequenza mozartiana è però mal risolta e mal inserita nel contesto della narrazione; il film di per sè vale poco e lo porto qui giusto come segnalazione per chi fosse interessato.


Alla visione del film (in tv, per fortuna non ho pagato il biglietto) mi ero segnato qualche appunto, che riporto qui per provare a completare la scheda:
Il titolo originale è "The bonfire of vanities", è tratto da un romanzo di Tom Wolfe, e diretto da Brian De Palma nel 1990. La prima mezzora è pessima, il finale è invece guardabile e ha qualche motivo d'interesse. Nell'inizio, Bruce Willis è uno scrittore di successo, ubriaco, che viene coccolato e portato quasi di peso sul podio di una premiazione con intorno camerieri, hostess sexy e disponibili, truccatori, parrucchieri, costumisti, tutti lì per lui che è la star. Una sequenza molto autocompiaciuta, per me inguardabile e stomachevole, e difatti sono scappato avanti, molto avanti, e mi sono fermato sul volto di Morgan Freeman come giudice in tribunale, e direi che ho fatto bene.
Da qui in avanti, ho recuperato l'indispensabile di quest'inguardabile inizio: Tom Hanks è un giovane broker di successo ed è sposato con Kim Cattrall; ha una figlia e una casa sontuosa. Hanks ha per amante Melanie Griffith, giovane moglie di un riccone, davvero pessima: un'oca bionda e per di più italiana con casa sul lago di Como. Hanks e la Griffith rimangono coinvolti in un incidente dove un giovane afroamericano rimane in coma, e fuggono; è ciò che aspetta un team di avvocati bianchi per favorire l'elezione di un loro candidato sindaco, che ha bisogno del voto dei neri di New York. Il giudice Morgan Freeman però non si farà fregare, e ci sono molti colpi di scena (fiacchi). La presenza di un grande attore come Freeman raddrizza un po' il film, che rimane comunque una fetecchia sul mondo "bene" di New York ed è davvero stucchevole. Bruce Willis è probabilmente Wolfe stesso, è lui che racconta la storia e vi partecipa come giornalista.
 

Brian De Palma è un ottimo regista, dal punto di vista tecnico è uno dei migliori e i suoi primi film facevano sperare; purtroppo la scelta dei soggetti e la loro realizzazione, negli anni successivi, ha deluso molte aspettative. Tom Wolfe (da non confondere con Thomas Wolfe, che visse agli inizi del Novecento) è lo scrittore che inventò la definizione di "radical chic", scritta per la prima volta pensando a Leonard Bernstein. Ho avuto occasione di ascoltare Bernstein in concerto, ed è stata un'esperienza di quelle fuori del comune: con Stravinskij, nel finale della suite da "L'Uccello di Fuoco", sembrava letteralmente di vedersi accendere delle luci in sala. Anche come compositore, Leonard Bernstein è stato grande ed ha saputo scrivere musica grande e complessa e cose più leggere e vicine al gusto del pubblico di musica leggera (West side story). Ho avuto occasione anche di leggere qualcosa di Tom Wolfe, ma il suo mondo di dandy e di ricchi borghesi non mi ha mai appassionato; direi che questo film li rende bene, ma tra il "radical chic" Bernstein e il dandy Tom Wolfe direi che non c'è nessun paragone possibile. Con tutti i suoi difetti, Leonard Bernstein è stato uno dei grandi della musica del Novecento; il posto di Tom Wolfe in letteratura è probabilmente quello di un intrattenitore, magari divertente o brillante ma più che dimenticabile (c'è molto di meglio da leggere, nel Novecento).
 

Nel film c'è una scena all'opera con il finale del Don Giovanni di Mozart, il famoso "pentiti cambia vita", ma è risolta in modo pedestre e volgare; i cantanti in scena però non sono male. Nessuna indicazione su di loro, né sul direttore d'orchestra, peccato; qua e là c'è anche un abbozzo di "Eine kleine Nachtmusik" (composizione che dura quasi mezz'ora, va detto: non finisce dopo le prime quattro battute come nelle segreterie telefoniche, provate ad ascoltarla per intero se non lo avete mai fatto).
In definitiva (parere mio personale, s'intende), un film da buttare e giustamente dimenticabile tranne che per la bravura degli attori.


(le immagini vengono tutte dal sito imdb.com)
 


martedì 25 giugno 2019

Rai Movie chiude?


Rai Movie trasmette un film che mi interessa molto, e che volevo rivedere da tempo; mai pubblicato in dvd, quasi introvabile anche in rete. Bene, questa è una bella notizia e mi preparo alla visione. Il film comincia, ma già dopo cinque minuti è interrotto dalla pubblicità. Mi sembra incredibile (mai vista una cosa simile, nemmeno sulle reti mediaset) ma porto pazienza; dopo una decina di minuti altra interruzione, con jingle e spot, pianto lì tutto e vado a fare qualcos'altro.
E' una scena che si è ripetuta e che si ripete spesso, direi sempre: Rai Movie è tutta fatta così. Dopo un po', o ci si attrezza di videoregistratore o si lascia perdere. Lo trasmette Rai Movie? lasciamo stare, tanto è impossibile seguire i film su quella rete: penso proprio che la maggior parte dei potenziali spettatori sia stata scoraggiata in questo modo. Oltretutto, spesso c'è anche l'impressione che ci si faccia beffe dello spettatore: è di quest'anno l'interruzione pubblicitaria con didascalia "Tra le righe"; tra le righe del cinema, si specifica per esteso. Lascio perdere le battute che mi salgono su fin troppo facili (e che sono anche volgari, ma più che giustificate in questi casi) e passo alla notizia recente che riguarda Rai Movie.
La notizia, della primavera 2019, è questa: i nuovi vertici della Rai leghista-grillina chiuderanno Rai Movie. La spiegazione sta nello share, parolina magica della tv post berlusconiana: poco più dell'uno per cento. Chi lo avrebbe mai detto, con tutta la cura e la grazia con cui vengono programmati i film...sembra davvero qualcosa del tipo "manuale per mandare via gli spettatori" (vedi sopra, non sto qui a ripetermi ma gli esempi possibili sarebbero davvero tanti).
 

Incuriosito, vado a cercare notizie su Rai Movie e le trovo facilmente su wikipedia: come correttamente specificato nell'articolo che ne riporta la prossima chiusura, Rai Movie fa parte di una struttura chiamata Rai Gold, che comprende anche Rai 4 e Rai Premium. E' una notizia che mi sorprende e che però spiega tante cose. Un canale tutto di film, infatti, secondo logica dovrebbe far parte di una struttura diversa: Rai 4 e Rai Premium programmano telefilm e cose commerciali (repliche di telefilm già trasmessi infinite volte), un canale tv dedicato al cinema dovrebbe essere tutt'altra cosa, non è razionale che le stesse persone guidino canali così diversi. Io accorperei piuttosto Rai Movie con Rai 5, cioè con i programmi culturali, e darei in mano la programmazione a persone davvero competenti, magari richiamando Vieri Razzini (vecchia guardia Rai, storico del cinema) o appoggiandomi alla Cineteca di Milano, o alla Cineteca di Bologna, o al Museo del Cinema di Torino (eccetera, di persone competenti per fortuna ne abbiamo ancora). Eliminati questi scalzacani (maschi o femmine che siano), con una programmazione seria e con la pubblicità nel suo giusto posto (cioè là dove non disturba, cosa che dovrebbe interessare soprattutto gli inserzionisti), Rai Movie potrebbe avere un futuro; ma temo che sia troppo tardi.
Infatti, non solo la decisione di chiudere è già presa e si ha già notizia di cosa prenderà il posto di Rai Movie (Rai 6, che sembra proprio l'ennesima scopiazzatura di altre reti private già esistenti) ma appena formulati i miei pensieri in merito casco su Rai 5 mentre trasmettono una registrazione teatrale degli anni '60, con grandi attori di teatro. La cosa curiosa è che "Piccole volpi" di Lillian Hellman (questo è il titolo trasmesso) adesso ha una cornice colorata: si chiama "Stardust memories", è una sigla che dura parecchio, con tanti nomi e cognomi di chi ne ha curato la trasmissione. Che significa? Il grande teatro in Rai ha una tradizione magnifica, è una ricchezza della Rai e lo si è sempre replicato senza tanti fronzoli. Io mi vergognerei di mettere il mio nome su qualcosa che mi sono limitare a ripescare e riprogrammare, ma si vede proprio che questa generazione di funzionari televisivi (maschi e femmine) è del tutto senza vergogna. Oltretutto, la visione è disturbata da scritte negli angoli, in alto e in basso, manca solo una bella pecetta nel mezzo dello schermo et voilà. Siamo lontanissimi dal servizio pubblico, e purtroppo vedo fare le stesse cose anche per i concerti, per l'opera, per i documentari. E' la mania del "contenitore": cosa che rende quasi impossibile venire a conoscenza di quando verranno trasmesse cose che ci interessano. Un concerto, per esempio, passerà sotto il nome "Nessun dorma"; un documentario sulle api passerà dentro "Geo and geo"; un servizio sui parchi nazionali verrà nascosto accuratamente dentro un titolo di Hemingway (Di là del fiume e tra gli alberi) che qualche programmatore furbissimo ha voluto scegliere per mettere in evidenza il proprio nome e per mostrare la sua faccia alla mamma e agli amici più cari, che ne saranno orgogliosi.

Una riflessione più completa riguarda il destino del digitale terrestre: centinaia di canali per trasmettere il niente. Il problema quindi non riguarda solo la Rai, e io direi proprio che è un problema di classe dirigente in generale, dai quadri fino ai vertici: ed è la scuola berlusconiana delle vendite e della pubblicità che ha prodotto questo vuoto dirigenziale. Oltretutto, da noi non se ne è nemmeno parlato, ma in Svizzera il digitale terrestre già non esiste più: dal mese di giugno 2019 sono state spente le antenne, la tv si vede solo via cavo oppure on line. L'antenna che abbiamo sul tetto, insomma, è obsoleta e destinata a sparire.
E' quello che già fanno da noi i più giovani, la tv oggi è su canali come youtube, come Rai play, come Netflix, eccetera: ognuno si sceglie ciò che vuole vedere e quando lo vuole vedere, senza funzionari cretini di mezzo. Non chiedo scusa per la parola: l'unico significato della Rai oggi è fare servizio pubblico, scegliere e curare le cose migliori, saper scegliere e sapere cosa significa aver cura delle cose belle e preziose da trasmettere. A meno che non si voglia rubacchiare uno stipendio, magari da raccomandati/e segnalati da genitori o amanti influenti, o da partiti di moda in questo periodo: che è proprio quello che sta succedendo, e non ci vuole molto per capirlo.
Diamo dunque l'addio a Rai Movie, poteva essere qualcosa di bello e di grande ma così non è stato.
I responsabili del fallimento, ovviamente, verranno promossi e tra poco li ritroveremo come ministri o come sindaci: questa è la storia recente d'Italia, e difficilmente cambierà viste le scelte degli elettori italiani.


 
(nelle immagini: due fumetti trovati in rete senza indicazioni sull'autore; una scatola di fiammiferi anni '50 americana; la sigla finale della Rai con inno nazionale, anni '80)

sabato 18 maggio 2019

Victoria & Abdul


 
Victoria and Abdul (2017) regia di Stephen Frears. Basato sul libro di Shrabani Basu. Sceneggiatura di Lee Hall. Fotografia di Danny Cohen. Interpreti: Judi Dench, Ali Fazal, Eddie Izzard, Tim Pigott Smith, Paul Higgins, Adeel Akhtar, Michael Gambon, Simon Callow, Olivia Williams, e molti altri. Durata: 1h40'

"Victoria & Abdul", film inglese del 2017 diretto da Stephen Frears, racconta la storia vera di un indiano di Agra che fu servitore (e poi segretario) della regina Vittoria; che a quel tempo aveva anche il titolo di imperatrice dell'India. L'indiano, di religione musulmana, si chiamava Mohamed Abdul Karim (1863-1909) e fu a corte dal 1892 al 1901. La regina lo teneva in gran conto, mentre suo figlio (il futuro Edoardo VII ) e i ministri lo vedevano come il fumo negli occhi. Alla morte della regina, Abdul fu prontamente rispedito in patria (ben ricompensato, va detto) e la corrispondenza con la regina fu distrutta personalmente da Edoardo VII. Di questa storia rimane solo il diario di Abdul, ritrovato soltanto pochi anni fa, nel 2010. Su questo diario, e sul libro che ne trasse lo scrittore Shraban Basu, si basa il film.
Il soggetto è quindi interessante, sulla sua realizzazione c'è però molto da dire e in rete sono ben evidenziate le differenze con la realtà; non essendomi mai interessato della cosa non saprei cosa dire in proposito, se non fosse per una scena in cui compare quello che dovrebbe essere Giacomo Puccini, a 40' dall'inizio del film, durante un viaggio a Firenze della regina Vittoria.

 
Si tratta davvero di un pessimo ritratto di Puccini, l'italiano caricaturale, grossolano (si potrebbe dire - chiedo venia - "un terrone") ben distante dall'eleganza del vero Puccini. Oltretutto, Puccini viene presentato come un cinquantenne o sessantenne: essendo nato nel 1858, all'epoca dei fatti doveva avere poco più di trent'anni. Ovviamente, l'italiano da barzelletta canta un'aria d'opera; e la stona in modo orribile, una stonatura del tutto incomprensibile per un qualsiasi musicista che abbia studiato il solfeggio, figuriamoci per un compositore come Puccini. Il pretesto è "Manon Lescaut", che racconta di due innamorati divisi dalla diversa condizione sociale: così si dice nel film, dimenticandosi del fatto che Manon è una prostituta, una mantenuta, quindi la regina poteva anche offendersi. "Manon" è il primo successo di Puccini, nel 1893; comunque si guardino le cose, all'epoca del viaggio a Firenze della regina Vittoria non era certo così famoso da esserle presentato, ma tutto è possibile anche se sarebbe bello poter controllare. Puccini stava appena cominciando a diventare famoso, e probabilmente era a Milano in quel periodo, oppure a Lucca. Ci stava comunque di prendersi qualche libertà narrativa, e la scena poteva essere interessante se ben costruita, magari con Puccini al pianoforte e non cantante, per di più in quel modo stonato e scomposto. I compositori (e i direttori d'orchestra) sanno sempre cantare; magari non hanno una bella voce ma sanno essere intonati e non storpiano di certo le loro arie come capita in questo film. Fa tristezza che oggi ci sia ancora chi ripete questi stereotipi. Chi ha costruito questa scena, per di più nel 2017, non può che essere definito un asino (con tutto il rispetto per gli asini). Questa grossolanità stupisce perché Frears in passato riuscì a costruire un credibile Settecento con "Le relazioni pericolose" nel 1988. Oltretutto, Puccini è interpretato da Simon Callow: un attore esperto e di lungo corso che negli anni '80 fu l'interprete di Schikaneder, librettista e impresario per Mozart oltre che primo interprete di Papageno nel "Flauto Magico" di Mozart, in "Amadeus" di Milos Forman. Questo ritratto di Puccini è così stonato e sbagliato da porre seri dubbi su tutto il film, e dopo un inizio tutto sommato piacevole mi sono trovato a chiedermi cosa mai stavo guardando.
Insomma, se questo pastrocchio intende essere Puccini, figuriamoci cosa sono diventati gli altri e che razza di credibilità può avere il film.
 
Si può far notare che, parlando di questo film, www.wikipedia.it sbaglia scrivendo che Puccini nel 1887 aveva 33 anni, perché Puccini nacque nel 1858. Inoltre, "Manon" è del 1893; e Abdul fu a corte dal 1892, non dal 1887. Quindi, l'incontro con Puccini era possibile, bastava farlo bene e sarebbe stata una bella scena sia pure con qualche libertà.
Dopo lo strazio perpetrato sulla Manon, la regina Vittoria (cioè Judi Dench) si fa convincere ad abbozzare un'aria da "HMS Pinafore" di Gilbert and Sullivan, accompagnata al pianoforte dal figlio Bertie, cioè il futuro re d'Inghilterra Edoardo VII.

Il film inizia con una didascalia che mette in guardia sulla vicinanza alla realtà di quello che stiamo per vedere; l'interprete della regina è Judi Dench, come sempre molto brava e qui anche molto divertita. Abdul è interpretato da Alì Fazal, con un garbo che sembra voler riprendere l'indiano stralunato di Peter Sellers in "Hollywood party" del 1968. L'altro attore indiano è Adeel Akhtar; il futuro re Edoardo, qui chiamato Bertie (il nome completo era Albert Edward) è affidato a Eddie Izzard.
"Victoria & Abdul" è comunque realizzato in modo professionale e tutto sommato gradevole: uno spettatore con poche pretese finirà con il divertirsi guardandolo, ma da questo soggetto si poteva e forse si doveva trarre qualcosa di più, magari anche in chiave politica.





sabato 20 aprile 2019

Lella Cuberli


Con Lella Cuberli ho festeggiato un compleanno di Rossini, trent'anni fa: ovviamente nel senso che io ero in loggione e lei sul palcoscenico, con il pianista Robert Kettelson (anche al cembalo). Festeggiare il compleanno di Rossini non è facile, perché si tratta del 29 febbraio; dato che eravamo nel 1988, si trattava soltanto del quarantanovesimo compleanno del bravo Gioacchino - che del resto non invecchia davvero mai. Il programma del concerto di canto era molto ampio e non comprendeva solo Rossini ma anche Monteverdi, Caccini, Bizet, Copland; nei bis Gershwin (Summertime), Tosti (il sogno) e ovviamente gran finale rossiniano con L'assedio di Corinto (Giusto cielo, in qual periglio) e Semiramide (Bel raggio lusinghier). Il programma per intero, così come lo avevo trascritto per me, lo metto qui alla fine del post.
 

Lella Cuberli è texana, nata nel 1945 come Lela Alice Terrell, almeno secondo wikipedia. Le informazioni in rete su di lei sono poche, se non ricordo male Cùberli è il nome del marito; c'è però una bella intervista su questo sito. Debutta a Martina Franca nel 1976, nel Festival diretto da Rodolfo Celletti; poi prosegue con una carriera notevole in palcoscenico, in tutti i più grandi teatri, purtroppo non ben rappresentata in disco e in video. Al cinema di Lella Cuberli non c'è traccia, ed è un peccato perché ha presenza e carattere a sufficienza.
 

Dal sito www.imdb.com  prendo come sempre l'elenco delle sue apparizioni in video, stavolta molto limitato:
- 1984 Il Viaggio a Reims (Rossini) la leggendaria rappresentazione pesarese voluta e diretta da Claudio Abbado; in un contesto "alla stars" (ma per davvero) Lella Cuberli interpreta la contessa di Folleville.
- 1985 Elisabetta regina d'Inghilterra (Rossini) a Torino, dirige Gabriele Ferro. Lella Cuberli è Elisabetta, con lei Daniela Dessì e Rockwell Blake.
- 1985 Lucio Silla di Mozart, come Giunia; dirige Sylvain Cambreling
- 1988 Il Viaggio a Reims (Rossini) sempre con Claudio Abbado, nella ripresa di Vienna

 


 

sabato 30 marzo 2019

Discorso sul copyright


Nel mio primissimo blog, una quindicina di anni fa o forse anche di più, avevo pubblicato "Rossini viaggia in treno", un breve post musicale che poi ho ripreso sul blog deladelmur (qui). L'amico con cui scrivevo su quel blog, pochi mesi dopo, mi segnalò che quel mio brano era stato pubblicato sul programma di sala di un concerto, tale e quale, ma senza il mio nome. Gli avevo risposto che mi andava bene anche così, che non ho mai pensato di fare soldi o diventare famoso con le cose che scrivo.
Allo stesso modo, sul blog giulianocinema, nelle scorse settimane ho ricevuto più di 500 visite dopo un passaggio tv di "Gallipoli - Gli anni spezzati" di Peter Weir  (qui), e la cosa ovviamente fa piacere anche perché quel blog è fermo da quasi sette anni. E poi so di ricevere visite abbastanza assidue da universitari che usano ciò che ho scritto sul cinema per le loro ricerche e per le loro tesi; ne sono contento, non chiedo niente, scrivo qui per pura passione e - soprattutto - perché mi dispiace che cose belle e importanti vengano dimenticate. Al mio sostentamento personale ho provveduto andando a lavorare, come si dice dalle mie parti: sveglia alle cinque del mattino per andare in fabbrica, turni di notte dalle 22 alle sei del mattino, queste cose qui.
Per questo, sono rimasto sorpreso quando quest'inverno ho ricevuto un messaggio che mi chiedeva di "prendere accordi con il proprietario delle immagini" - immagini di sessantacinque anni fa, scattate per "Senso" di Luchino Visconti. Ho tolto subito quelle fotografie, non avrei immaginato che ci fosse ancora il copyright, per di più su foto pubblicitarie, e mi scuso se ho offeso la sensibilità di qualcuno; però poi non ho potuto fare a meno di pensare a come viene trasmesso in tv "Senso" (uno dei più grandi capolavori del cinema di tutti i tempi, per chi non lo sapesse). I capolavori di Fellini, Visconti, Antonioni, Kubrick, John Ford (continuate voi), vengono trasmessi in tv in maniera inaccettabile, spezzettati e interrotti dalla pubblicità, riempiti di scritte che annunciano programmi tv per la sera, spesso in copie sbiadite, e viene da chiedersi come mai più nessuno protesti: la risposta può essere una sola, che nessuno guarda la tv in quelle ore e, quindi, a che serve quella pubblicità? Fossi un inserzionista pubblicitario farei molta attenzione a queste cose. I fotografi che scattarono le foto pubblicitarie sul set di "Senso", dopo settant'anni, pensano ancora di ricavarne un utile; è nel loro diritto, ma intanto i diritti dei film sono nelle mani di autentici porci che non li programmano, non li pubblicano su dvd, ne rendono difficile o impossibile la conoscenza; quelli che vengono trasmessi in tv sono spezzettati, manomessi, straziati, trasmessi in modo indecente, nascosti in orari improbabili. Di fatto, si impedisce di vederli e di conoscerli; e a me pare questa la questione fondamentale, che un film come "Senso" di Visconti o come "La strada" di Fellini vengano straziati o dimenticati. Di questo mi preoccuperei, prima di tutto.

Quella osservazione mi ha fatto guardare con più attenzione anche alle foto che vengono pubblicate sui quotidiani e sui settimanali: se si tratta di un reportage c'è sempre indicato l'autore della foto e questo è sicuramente bello e giusto, ma se ci fate caso troverete foto di Luigi Pirandello o di Giovanni Verga con scritto accanto "Getty Images" o "Alamy" o un altro archivio fotografico. Vale a dire: bisogna pagare i diritti per una foto di cent'anni fa, di quelle che avevo sui libri delle elementari nel 1964? Vedo sempre volentieri la scritta "archivio Alinari" per le foto tra Ottocento e Novecento, ma mi fa impressione vedere la scritta Getty o Alamy (o altre) accanto al ritratto di Leopardi o di Manzoni, o magari a quello di Galileo che campeggiava sulla copertina del mio sussidiario delle elementari, ormai più di mezzo secolo fa, e poi riprodotta infinite volte su libri e giornali.
Mentre penso a queste cose, succede che sul Venerdì di Repubblica del 18 gennaio 2019 trovo un'intervista al regista e attore Carlo Cecchi che mette in scena "Enrico IV" di Pirandello tagliando di brutto (un atto unico invece di tre atti); di fianco all'articolo c'è una foto delle più usate e conosciute di Pirandello e accanto alla foto c'è scritto "Getty Images". Non il nome dell'autore della foto (questo sarebbe stato interessante) ma di chi ci ha messo le mani sopra. Ne consegue che i testi di Pirandello possono essere stravolti dal primo che passa ("doversi sorbire i soliti tre atti di estenuanti monologhi", si dice nell'intervista: complimenti per la faccia tosta, ma secondo me chi lo dice ha sbagliato mestiere), ma per una sua banalissima foto ormai centenaria bisogna chiedere il permesso a questo e quello. Chissà cosa ne direbbe il nostro grande scrittore, e chissà cosa ne pensano i suoi discendenti.
 
Nel campo del copyright succedono cose strane: per esempio Macdonald, uno dei cognomi più comuni al mondo, è sotto copyright. Basta scrivere "Mac" o anche "Mec" nel nome di un negozio di droghiere, ed ecco che arrivano gli avvocati che contestano l'infrazione; la cosa curiosa è che poi i tribunali danno ragione a "Big Mac" (che per inciso è anche Mac Intosh...), anche contro la logica. Allo stesso modo, negli Usa non sono protetti prodotti con secoli e secoli di storia documentata, come il Parmigiano-Reggiano o il Chianti: qualcuno è arrivato prima a mettere sotto copyright quei nomi, in Usa, e quindi il furbo di turno finisce per l'avere ragione anche contro ogni evidenza storica. Un terzo esempio è sulle canzoni: i quattro quinti delle canzoni commerciali hanno musiche così banali che non dovrebbero avere accesso al copyright, a parte forse le parole. C'è chi dice: se è una canzone che potevano scrivere tutti, perché allora gli altri non l'hanno fatto? La risposta è molto semplice: perché un autore serio si vergognerebbe di mettere la sua firma su una banalità da principianti.

C'è poi tutto il discorso sulla "censura di mercato": negli anni '80 vennero messi in commercio dischi con registrazioni dal vivo di opere liriche e concerti, sotto etichetta Cetra. Anch'io ne ho comperato qualcuno, perché erano registrazioni di grande interesse; poi è successo che la messa in commercio di queste registrazioni venne vietata, perché si ledevano gli interessi dei singoli cantanti e dei singoli direttori d'orchestra. Non che la cosa fosse sbagliata, s'intende: ma in quel modo (il copyright fu portato a cinquant'anni o a settanta, chi se lo ricorda più) queste registrazioni di grande interesse furono di fatto censurate, nessuno può più ascoltarle nemmeno pagando. Il risultato è che sono arrivati i "pirati", quelli veri, che hanno messo sul mercato in maniera più o meno clandestina quelle registrazioni, facendo pagare somme esagerate e soprattutto senza far guadagnare un centesimo ad autori ed esecutori. Un pessimo risultato, viene da dire, e sotto ogni punto di vista.
A noi appassionati non resta che sospirare pensando che alla Scala si registra tutto da decenni, prove ed esecuzioni; ma tutto rimane vietato per gli appassionati. Io stesso ho cercato per anni i dvd di grandi esecuzioni scaligere, come il Macbeth e il Simon Boccanegra con Claudio Abbado direttore e Giorgio Strehler in regia, ma non sono mai stati pubblicati (non in Italia) e li ho ritrovati solo su youtube in questi ultimi anni.
 

Insomma, un conto è proteggere gli autori, un altro conto è dare spago ai furbetti che se ne approfittano. Allo stato attuale, se io scrivo dell'acqua calda da domani potrei trovare qualcuno che mi chiede le royalties perché lui ha già depositato e registrato un articolo sulla scoperta dell'acqua calda (o sull'invenzione del cavallo, come direbbe Achille Campanile). Insomma, distinguere tra un'opera di alto ingegno e una furbatina sarebbe come minimo indispensabile; so già che non succederà, che fare.
Di recente ho fatto una breve ricerca on line sul sito di Twyfelfonteyn, in Namibia, per osservarne gli antichissimi dipinti rupestri: e capisco bene che siano marcati con il nome del fotografo, non userei mai quelle foto per scopi commerciali senza chiedere il permesso. Se uno si è attraversato il deserto della Namibia per fare quelle foto è normale che chieda di essere pagato e rispettato; ma che dire di chi mette il suo marchio dappertutto, tipo varicella o morbillo, su foto di attori a attrici del cinema muto, o su banalissime riproduzioni fotografiche da riviste di quadri o di locandine di film degli anni '50... Io mi vergognerei, ma - come dicevo all'inizio - per guadagnarmi la vita sono andato a lavorare. Non sono mai stato furbo, insomma, e a questo punto comincio anche a vantarmene.

PS: i disegnini di questa pagina sono tutti miei; non valgono niente ma non mi stupirei se tra qualche mese qualcuno li mettesse sotto copyright. Nella vita non si sa mai, nel qual caso fatemelo sapere che ve ne mando una dozzina gratis, identici. Comunque sia, tengo accuratamente nascoste le foto dei miei nonni, vuoi vedere che tra un po' le ritrovo marchiate con la varicella Alamy-Getty (Shorpy mette il suo nome in un angolino, non dà fastidio: non potreste fare così anche voi?).

 





sabato 16 marzo 2019

Samuel Ramey


Samuel Ramey, basso americano nato nel 1942, non ha certo bisogno di presentazioni; dato che questo è un blog dedicato al cinema, per chi davvero non ne sapesse niente lo si potrebbe definire il Gary Cooper dell'opera lirica, per la presenza fisica e per la personalità che dimostra in ogni ruolo. Ha cantato di tutto e tutto bene, ma lo si può definire basso rossiniano per eccellenza dato che per lui (si direbbe proprio per lui...) Rossini scrive entrate da applausi: Maometto II, il Podestà nella Gazza Ladra, Lord Sidney nel Viaggio a Reims). Ramey è però grande in ogni repertorio, da Mozart a Verdi (da leggenda il suo Attila) a Offenbach, e via elencando. Sul piano mio personale, ho un ricordo nitido del suo debutto italiano nel 1981 alla Scala, per Le Nozze di Figaro dirette da Riccardo Muti. Il mio ricordo riguarda la delusione di molti davanti alla locandina: chi erano mai quegli sconosciuti stranieri, quando ancora c'erano tanti altri bravi cantanti in giro? Uno di loro, protagonista come Figaro, era proprio Samuel Ramey, che poi si rivelerà formidabile sia per il canto che per la recitazione. Formidabile è la parola adatta per descrivere Ramey: avendo trovato la giusta definizione, mi fermo e guardo cosa dice www.imdb.com

Samuel Ramey non ha girato film come attore, a parte forse "Il buio nella mente" di Chabrol nel 1995, ma è un film che non ho mai visto e non so dirne altro. Ci sono però molte sue registrazioni d'opera, tra le quali devo deplorare l'assenza del suo Mefistofele in "La dannazione di Faust" di Berlioz (magari si trova, dovrò cercare). Questo è l'elenco di ciò che ho trovato su Internet Movie Data Base:
- 1976 Live Lincoln Center; arie per basso-baritono dalla Manon di Massenet, e dal Barbiere di Siviglia come Basilio
- 1979 The Rake's Progress di Stravinskij, dir. Bernard Haitink a Londra. Uno dei ruoli più formidabili di Samuel Ramey, il diavolo chiamato Nick Shadow.
- 1980 Le Nozze di Figaro (Mozart), dirige Neville Marriner, con Barbara Hendricks
- 1980 Semiramide (Rossini), dirige Jesus Lopez Cobos, con Montserrat Caballé e Marilyn Horne
- 1984 Il Viaggio a Reims (Rossini), a Pesaro con Claudio Abbado; Ramey è Lord Sidney
- 1984 è di Samuel Ramey la voce di Figaro quando canta, in Amadeus di Milos Forman
- 1984 Moise (Rossini), diretto da Georges Pretre all'Opera di Parigi
- 1985 Hommage à Rossini, gala a Versailles con tanti grandi cantanti e Claudio Abbado sul podio
- 1985 Maometto II (Rossini), diretto da Claudio Scimone a Pesaro

- 1987 Carmen (Bizet) diretta da James Levine, con Agnes Baltsa e Josè Carreras
- 1987 Macbeth (Verdi): Ramey è Banquo nel film di Claude D'Anna, con Shirley Verrett e Leo Nucci; dirige Riccardo Chailly
- 1987 Don Giovanni (Mozart) diretto da Karajan a Vienna
- 1989 Great Performances, tv americana: Ramey canta arie dal Mefistofele di Boito
- 1991 Attila (Verdi) diretto da Muti alla Scala
- 1992 Il Viaggio a Reims (Rossini) l'allestimento di Pesaro ripreso da Claudio Abbado a Vienna, sempre come Lord Sidney
- 1992 Don Carlo (Verdi); Ramey è Filippo II, dirige Muti alla Scala, con Luciano Pavarotti nel ruolo del titolo
- 1995 Il buio nella mente, film di Claude Chabrol con Isabelle Huppert e Jacqueline Bisset
- 1995 I Racconti di Hoffmann (Offenbach) diretto alla Scala da Riccardo Chailly
- 2000 Don Quichotte (Massenet) diretto da James Conlon all'Opera di Parigi
- 2001 Attila (Verdi) a Parigi, dirige Pinchas Steinberg
- 2002 Nabucco (Verdi) al Metropolitan con James Levine; Ramey è Zaccaria, con lui Juan Pons e Maria Guleghina
- 1990-2002 Ramey appare come ospite della tv americana in "Live Met", dove canta arie da Nabucco, Semiramide, Don Giovanni
- 2007 Manon di Massenet, con Nathalie Dessay e Rolando Villazon, dirige Victor Perez
- 2009 dal Metropolitan, la trasmissione "Opera HD", aire di Puccini con momenti dalla Turandot e dalla Rondine (Rambaldo)
- 2013 Boris Godunov (Mussorgskij) dir Vassili Sinaisky, da San Francisco
- 2014 "Over the garden wall" telefilm a cartoni animati dove Ramey la "voce della Bestia"

 
L'immagine qui sotto, invece, testimonia con abbondanza cosa sta veramente a cuore ai nostri funzionari televisivi. Un anticipo della stupidità del Nuovo Millennio, insomma: l'Attila del 23 gennaio 1987, alla Fenice di Venezia, direttore Gabriele Ferro (questo video non è indicato nel sito imdb). Oggi si fa di peggio, le scritte indesiderate sono talmente numerose che viene da domandarsi a cosa serva l'alta definizione. Mah. Chissà chi aveva segnato i tre gol del Genoa - e povero Attila, povero Verdi. (Spero che Samuel Ramey riesca a farsi una risata...)