mercoledì 19 aprile 2017

Pia de' Tolomei (1941)


 
Pia de' Tolomei (1941) Regia di Esodo Pratelli. Soggetto di Luigi Bonelli, tratto dall'opera di Donizetti e Cammarano. Dialoghi di Rosso di San Secondo. Fotografia di Arturo Gallea. Musiche di Francesco Mander (non di Donizetti). Interpreti: Germana Paolieri, Carlo Tamberlani, Nino Crisman, Cesco Baseggio, Carlo Romano, Lauro Gazzolo, Achille Majeroni, Emilio Baldanello, Lydia Simoneschi Durata: 78minuti

"Pia de' Tolomei", film del 1961 con regia di Esodo Pratelli, sviluppa una storia presa dalla Divina Commedia, solo accennata da Dante nel Purgatorio; le notizie storiche sul personaggio sono poche e non si è nemmeno sicuri che la Pia citata sia veramente questa. Si tratta quindi di un film di fantasia, probabilmente basato sull'opera di Donizetti. I versi di Dante sono questi:
«Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via -
seguitò il terzo spirito al secondo -
ricorditi di me, che son la Pia:
Siena mi fè, disfecemi Maremma;
salsi colui che 'nnanellata pria
disposando m'avea con la sue gemma.»
(canto V del Purgatorio, vv 130-136)

Il film è stato scritto da Luigi Bonelli, con dialoghi del commediografo Rosso di San Secondo, ma data la mancanza di fonti storiche precise è più che probabile che il modello di riferimento sia stato proprio l'opera di Donizetti, o comunque una fonte comune. Nel volume su Donizetti di Piero Mioli (edizioni Eda 1988) si fa cenno a Giacinto Bianco e Carlo Marenco, alla novella in versi di Sensini del 1822 e al melodramma di Luigi Orsini, tutti nomi e opere più che dimenticati. Donizetti mise in musica "Pia de' Tolomei" su libretto di Salvatore Cammarano; la prima dell'opera fu a Venezia nel febbraio 1837, al teatro Apollo. Si tratta di una delle tante opere più o meno "dimenticate" di Donizetti, compositore molto prolifico (settanta melodrammi, più o meno). Sono opere che vengono riprese in teatro di tanto in tanto ma che non sono mai entrate definitivamente in repertorio. "Pia de' Tolomei" è preceduta di due anni (anche meno) dalla "Lucia di Lammermoor" (settembre 1835); verrà seguita da "Roberto Devereux", "Maria de Rudenz", "Poliuto", "La figlia del reggimento" (1840), "La favorita", e altre ancora.

 
Pia de' Tolomei viene accusata di aver tradito il marito Nello, l'accusa è falsa ma condurrà comunque a un finale tragico. Il cattivo che l'accusa nell'opera di Donizetti si chiama Ghino degli Armieri (tenore) e nell'adattamento di Luigi Bonelli diventa Ghino di Tacco, un personaggio realmente vissuto che nel film è presentato come un nobile ma che le fonti storiche definiscono brigante. Ghino visse a Radicofani, e nel Decameron è definito "brigante buono", una specie di Robin Hood. Anche Ghino è nominato da Dante, ma non è direttamente presente nella Divina Commedia. Il Ghino del film è però solo un vilain respinto nei suoi approcci, che calunnia Pia e infine la spinge a morte facendola cadere dal balcone nel tentativo di sottrarsi al suo abbraccio.
Nell'opera di Donizetti in effetti i personaggi sono gli stessi del film di Pratelli; qualche nome è però cambiato e ci sono delle modifiche qua e là: Ghino degli Armieri (tenore) invece di Ghino di Tacco, Piero è un eremita e il fratello di Pia si chiama Rodrigo e non Piero.
Germana Paolieri è Pia; Carlo Tamberlani è suo marito Nello, che dubita di lei e conoscerà la verità solo quando lei muore. Nino Crisman è Ghino (muore nel finale), Cesco Baseggio è Matteo e Carlo Romano è Leone, entrambi servitori fedeli e armati di Nello e di Pia. Lauro Gazzolo è il frate, Achille Majeroni è il conte padre di Pia, Lydia Simoneschi è la voce narrante, il servo fedele Momo è Emilio Baldanello. Si tratta di attori famosi e importanti: Cesco Baseggio fu grande interprete del teatro veneziano e di Carlo Goldoni, Carlo Romano è una delle voci più famose nel doppiaggio (Fernandel in Don Camillo e Eli Wallach nei film di Sergio Leone, per citare solo due dei tanti film che ascoltiamo comunemente con la sua voce). Lauro Gazzolo, attore e doppiatore, è anche il padre di un altro attore molto bravo e famoso, Nando Gazzolo. Esodo Pratelli, romagnolo, 1892-1983, fu pittore oltre che regista; al cinema si ricordano soprattutto i suoi film con i fratelli De Filippo.
Il film è stato girato alla fortezza di Montalcino e dintorni; ci sono le battaglie dei senesi dove muore Piero, fratello di Pia. Bella la fotografia in bianco e nero di Arturo Gallea, pellicola Ferrania Sincro. Il film è prodotto dalla Anonima Manderfield, che lo presenta come "un film di sua produzione". Le musiche sono di Francesco Mander, un po' invadenti e che ricordano Mascagni. Niente Donizetti, quindi: le musiche che si ascoltano sono tutte di Mander.
Il film di Pratelli non è brutto ed è sempre un piacere ascoltare e vedere attori così bravi, però la narrazione è poco chiara e si rischia di perdersi se già non si conosce il soggetto. Dispiace, perché poteva uscirne un film importante.
PS: esiste un altro film con lo stesso titolo, degli anni 50, con Jacques Sernas, Ilaria Occhini e Arnoldo Foà, regia di Sergio Grieco: la storia è presentata in modo diverso, Pia è innamorata di Ghino ma va in sposa a Nello. Lo guarderei per due sole ragioni: per Ilaria Occhini (bellissima) e per Arnoldo Foà, magnifico cattivo e attore di bravura fuori dal comune.


lunedì 17 aprile 2017

Quartet (Dustin Hoffman)



Quartet (2012) Regia di Dustin Hoffmann. Scritto da Ronald Harwood. Fotografia di John de Borman. Musiche di Verdi, Puccini, Sullivan e altri, arrangiate da Dario Marianelli. Interpreti: Tom Courtenay, Maggie Smith, Billy Connolly, Pauline Collins, Michael Gambon, Gwyneth Jones, Durata: 1h38'

Il quartetto del titolo è quello del Rigoletto, dall'ultimo atto, che comincia con le parole: "Bella figlia dell'amore"; quindi un quartetto vocale, e non musica da camera. Si tratta di una commedia, scritta per il teatro da Ronald Harwood (autore di "Servo di scena", "Il pianista", e molto altro ancora) e girata per il cinema da Dustin Hoffman. Hoffman è alla sua prima regia in assoluto, e non recita nel film. Protagonisti sono quattro cantanti d'opera (immaginari) che sono stati molto famosi e che, ormai anziani, sono ospiti di una casa di riposo per artisti. Il film però non è triste, ma è anzi divertente e piacevole da vedere. Una commedia, per l'appunto.
All'inizio del film vediamo tre dei quattro protagonisti già ospiti della casa di riposo, in buon accordo tra di loro; metterà scompiglio l'arrivo di una nuova ospite, un'altra celebre cantante, del tutto inaspettata. Nel corso del film scopriremo il perché dello scompiglio: la nuova arrivata è stata moglie di uno di loro, molti anni prima; e ora lui non ne vuole sapere di rivederla. Ci sono diverse incomprensioni, ma alla fine tutto si appianerà.
Il film è prevedibile nel suo svolgimento, ma è ben recitato e molto ben fatto, quindi vale la pena di vederlo anche perché gli attori sono tutti molto bravi. Nel dettaglio, un tenore (Tom Courtenay) e un soprano (Maggie Smith) erano stati sposati molti anni prima, si sono amati molto ma il matrimonio è durato pochissimo a causa dell'infedeltà di lei; lui non si è più risposato, lei sì. Ma tutto questo ormai appartiene al passato: o forse no?

Il baritono (Billy Connolly) e il mezzosoprano (Pauline Collins) sono molto bravi e danno una notevole carica di simpatia al film, ma si può dire che per quanto attiene alla narrazione siano due figure di spalla: lui ha avuto un ictus e adesso sta bene ma a causa dell'ictus è diventato sboccato (o fa finta? questo dettaglio sembra preso dai libri di Oliver Sacks), il mezzosoprano sta bene ma ogni tanto si perde con la testa, probabilmente un Alzheimer agli inizi. Tutti insieme, tanti anni fa, avevano interpretato un famoso Rigoletto, e anche un Barbiere di Siviglia, e altro ancora: capitava infatti spesso, e capita ancora, che alcuni cantanti si trovino spesso insieme in diverse produzioni, e anche in tournée. Uscendo dal campo della finzione ed entrando nella vita reale, potrei fare i nomi di Mirella Freni, Nicolai Ghiaurov, Piero Cappuccili e Placido Domingo; o magari quelli di Giuseppe Di Stefano, Maria Callas, Giulietta Simionato, Ettore Bastianini... si potrebbero ricostruire diversi "quartetti", volendo. Il film è quindi abbastanza realistico nelle sue premesse, anche se poi prevale il gioco del teatro, i diversi caratteri, insomma si parte da un dato che potrebbe essere reale ma poi il film va avanti per conto suo.
La famosa cantante (Maggie Smith) ha deciso di non cantare più, ma la si vorrebbe coinvolgere in una recita necessaria per trovare fondi per tenere aperta la casa di riposo. E' irremovibile, e anzi si offende molto quando gli altri glielo chiedono; ma poi un suo gesto brusco nei confronti della fragile mezzosoprano (Pauline Collins) provocherà una crisi di rimorso, e da qui in avanti si va verso il finale lieto, il concerto si farà e il quartetto verrà eseguito come tanti anni prima.
Sulle note di "Bella figlia dell'amore", dal Rigoletto, si chiude il film: l'edizione che si ascolta sui titoli di coda è quella, famosa e riconoscibilissima, con Luciano Pavarotti e Joan Sutherland.

La casa di riposo si chiama "Beecham House", intitolata al grande direttore d'orchestra sir Thomas Beecham (1879-1961), al suo arrivo a Maggie Smith tocca una pessima battuta sul suo conto che Harwood avrebbe fatto bene a tralasciare. Il concerto che si prepara è per il centenario della nascita di Verdi, quindi si parla del 2013; nel concerto del finale non ascoltiamo solo Verdi, ma anche Puccini (Tosca), Gilbert & Sullivan (The Mikado), e altro ancora. Alla fine si dimenticano di dirci se poi la casa di riposo sarà salva; la trama è come si diceva molto prevedibile, ma il film è ben recitato e ben diretto quindi lo si vede volentieri.
Gli attori: Tom Courtenay (il tenore) è un ottimo attore che ha avuto il culmine della sua carriera negli anni '60, nel cinema inglese. Maggie Smith (soprano) è una delle attrici di punta del teatro e del cinema inglese. Billy Connolly (baritono) è un comico televisivo; Pauline Collins (mezzosoprano) è un'attrice brillante televisiva. Un altro attore importante, soprattutto in teatro, è Michael Gambon: l'ex direttore artistico che si aggira vestito piò meno all'africana. Tutti gli altri attori che si vedono nel film (sono molti) hanno un passato più o meno importante come musicisti o come attori di teatro: l'elenco completo è nei titoli di coda, con i loro ritratti di ieri e di oggi. Ha una parte consistente la gallese Gwyneth Jones, star internazionale, soprano famosa soprattutto per Wagner e per Richard Strauss (esegue "Vissi d'arte" nel finale). Di mio ho un ricordo lontano del contralto Nuala Willis, all'Autunno Musicale di Como negli anni '80; gli altri musicisti orchestrali, con parti da solista in orchestre importanti, e poi cantanti, attori di vaudeville, attori di teatro di prosa. Dario Marianelli cura le musiche per il film e nei titoli di testa c'è scritto che la musica è sua, ma di proprio suo non so quanto ci sia nel film, così a orecchio direi niente.

Mi sono segnato questa definizione dell'opera lirica, fatta al minuto 28 da Tom Courtenay: la domanda è "che cos'è l'opera", posta da un ragazzo nero (un rapper hip hop):
- All'inizio erano le persone come voi che andavano all'opera, con i vestiti normali; si portavano da mangiare, bevevano alcolici, tiravano cose (sul palcoscenico)... Comunque questo succedeva molto tempo fa, poi i ricchi si impadronirono del mondo dell'opera con i loro abiti da sera e le tolsero l'anima, facendola diventare una cosa che non è. Ma che cosa è? Già, che cos'è... Nell'opera una persona viene pugnalata alle spalle e invece di sanguinare canta. A me sembra (...) che il rap è quando uno viene pugnalato alle spalle e invece di sanguinare parla, ritmicamente e con sentimento. Ma poiché il rap è parlato, il sentimento è come se fosse trattenuto, c'è solo una nota (con cui esprimersi). (...) Nell'opera cantiamo ciò che sentiamo e il canto, quel salire e scendere della musica, rende libere le nostre emozioni. Alla vostra domanda io rispondo che l'opera è semplicemente riversare all'esterno quel fiume di emozioni che ognuno di noi tiene chiuso dentro di sè.
Non è proprio così, dal punto di vista storico (l'opera nasce in ambiente di corte, a Mantova agli inizi del '600: l'Orfeo di Monteverdi) ma è una definizione che trovo abbastanza appropriata perché nell'Ottocento e nel Novecento, soprattutto, era proprio così: all'opera andavano tutti, operai, artigiani, e magari tiravano "cose"(ortaggi o fiori?) sul palcoscenico, proprio come viene detto nel film, quando erano d'accordo o quando protestavano. L'opera era una cosa viva, insomma: e aveva un'anima. Oggi come siamo messi?

L'elenco delle musiche, diviso per autore:
- Giuseppe Verdi, La traviata (brindisi atto primo, arrangiamento di Carmen Dragon, e una Fantasia su temi dell'opera, per clarinetto, eseguita da Colin Bradbury); Il coro da "Libiamo nei lieti calici" è eseguito da Léon Charles, Nuala Willis, John Rawnsley, Melodie Waddingham, Cynthia Morey, Jennifer Adams-Barbaro, Cherith Millburn-Fryer, Justin Lavender, Richard Lea, Geoffrey Newman, Gregor Kowalski, John Farrington, Ian Jones, Sylvia Jones, Jenny Hill, Ann Mabey, Vivienne Ross, Miriam McLeod, Eileen Hamilton, Zoë Haydn, John Winfield, Martin Nelson, Patricia Varley (Justin Lavender è un tenore di oggi, in carriera)
- Giuseppe Verdi, Rigoletto: arrangiamento da La donna è mobile (Morgan Pochin); Bella figlia dell'amore in un arrangiamento per tromba di Dario Marianelli; Caro nome (Ileana Cotrubas, Wiener Philharmoniker diretti da Carlo Maria Giulini); Bella figlia dell'amore (John Georgiadis, Ita Herbert, Graeme Scott, John Heley, James Morgan, Ronnie Hughes); Bella Figlia dell'Amore (Renato Bruson, Edita Gruberova, Neil Shicoff, Brigitte Fassbaender, Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia dir Giuseppe Sinopoli); Bella figlia dell'amore (Joan Sutherland, Huguette Tourangeau, Luciano Pavarotti, Sherrill Milnes, Martti Talvela, London Symphony Orchestra direttore Richard Bonynge)
- Gioacchino Rossini, Il barbiere di Siviglia: Ah qual colpo inaspettato (Gianna D'Angelo, Renato Capecchi, Nicola Monti, Bayerischen Rundfunks Orchester dir Bruno Bartoletti )
- Vittorio Monti, Czardas (John Georgiadis e Colin Bradbury, clarinetto)
- Franz Schubert, "Who is Sylvia" (Colin Bradbury, clarinetto)
- Giacomo Puccini, da Tosca: "Vissi d'arte "Tosca (Gwyneth Jones, Adrian Müller )
- Johann Sebastian Bach, Toccata e Fuga in re minore (Léon Charles); idem nella trascrizione di Ferruccio Busoni (arrangiata da John Georgiadis: esecutori Léon Charles, John Georgiadis, Ita Herbert, Graeme Scott, John Heley )
- Camille Saint-Saëns, il cigno da "Carnevale degli animali" (John Heley e Léon Charles)
- Gilbert & Sullivan, "The Mikado" : Flowers that Bloom in the Spring (Cynthia Morey, Melodie Waddingham, Nuala Willis, John Rawnsley) "So, Please You Sir, We Much Regret" (Cynthia Morey, Melodie Waddingham, Nuala Willis, John Rawnsley, James Morgan, John Georgiadis);
Three Little Maids from School (Cynthia Morey, Melodie Waddingham, Nuala Willis, Adrian Müller); Titwillow (John Rawnsley, James Morgan)
- Luigi Boccherini Minuetto dal Quintetto Op. 11, no. 5
- Franz Joseph Haydn, minuetto dalla Sinfonia N.100 'Militare' (Philharmonia Hungarica, Antal Doráti); da "Piano Time Pieces 3" con clarinetto obbligato (arr. Colin Bradbury; eseguito da Esme Penry-Davey e Colin Bradbury ); Quartetto per archi op. 76 n.4 (arr. Barney Pilling e Yann McCullough, eseguito da John Georgiadis, Ita Herbert, Graeme Scott, John Heley)
- "Go Tell Aunt Rhody" (Traditional, eseguito da Isla e Iona Mathieson)
- "Are You Havin' Any Fun" (Sammy Fain e Jack Yellen, eseguito da David Ryall, Trevor Peacock, Léon Charles, Ronnie Hughes)
- "Underneath the Arches" (Bud Flanagan e Chesney Allen, eseguito daTrevor Peacock, David Ryall, Jack Honeyborne)

PS: Esiste un altro film intitolato "Quartet" del 1981 con la regia di James Ivory; ha lo stesso titolo ma non c'entra con la musica. Il soggetto è di Jean Rhys.

 

sabato 15 aprile 2017

A late quartet (Una fragile armonia)


A late quartet (Una fragile armonia, 2012). Regia di Yaron Zilbermann. Scritto da Yaron Zilbermann e Seth Grossman. Fotografia di Frederick Elmes. Musiche di Beethoven, Bach, Haydn, Sarasate, Korngold, Johann Strauss. Musica per il film di Angelo Badalamenti. Interpreti: Christopher Walken, Mark Ivanir, Philip Seymour Hoffmann, Catherine Keener, Imogen Potts, Anne Sofie von Otter, Wallace Shawn, Nina Lee. Durata: 106 minuti
Un quartetto d'archi di fama internazionale, "The Fugue Quartet" (nome d'invenzione, come tutto il film) è al centro di questo film, scritto e diretto da Yaron Zilbermann. Si parte da Christopher Walken, che interpreta il personaggio di un violoncellista, fondatore del quartetto: più anziano degli altri tre, dopo un quarto di secolo di successi e tremila concerti in tutto il mondo scopre di avere il morbo di Parkinson. Sono solo i primi sintomi, ma la diagnosi è certa e tra qualche tempo non potrà più suonare. Questa sua malattia metterà in dubbio non solo la sopravvivenza del quartetto, ma le stesse relazioni personali fra i suoi componenti. Ci sarà però un lieto fine, un bel finale dove Walken all'ultimo concerto, tra gli applausi del pubblico, lascerà il suo posto a una giovane violoncellista dai tratti orientali, interpretata dalla vera concertista (non attrice come gli altri quattro) Nina Lee.
Gli attori: Mark Ivanir interpreta il primo violino: è lui che propose, 25 anni prima, al violoncellista appena rimasto vedovo di cominciare una nuova avventura. La nascita del Quartetto Fugue consentirà al violoncellista di superare il suo personale trauma, e porterà a un grande successo in tutto il mondo. Mark Ivanir è molto bravo, non lo conoscevo. Philip Seymour Hoffmann è il secondo violino, sposato da molti anni con la viola del quartetto (Catherine Keener); i due hanno una figlia adulta, violinista (Imogen Potts) che va a lezione dal primo violino (Mark Ivanir) e avrà una breve ma intensa relazione con lui. In più, Philip Seymour Hoffmann ha un breve flirt con una ragazza incontrata facendo jogging (Liraz Charhi, piccola e bruna); verrà scoperto dalla moglie e rischia di saltare il matrimonio, e di conseguenza tutto il Quartetto Fugue.
C'è anche una piccola parte per il mezzosoprano svedese Anne Sofie von Otter, che nei flashback è la moglie di Walken. Nina Lee, concertista affermata, interpreta la nuova violoncellista.
"A late quartet" ha lati positivi e aspetti così così, la vita all'interno di un famoso quartetto d'archi poteva ispirare qualcosa di più, qui ci si ritrova con le solite situazioni e dialoghi di altri telefilm e film già visti e rivisti: le corna, la ragazza giovane con l'insegnante quarantenne, gelosie varie, eccetera. Forse ciò che si poteva davvero evitare è la storiella del secondo violino che vorrebbe diventare primo violino al posto del primo violino, dopo venticinque anni da secondo violino. A me sembra un po' una scemenza, però chissà può darsi. Bisognerebbe chiedere ai concertisti veri, si è mai verificata una situazione simile? Io so che nella musica da camera la dizione "primo violino" e "secondo violino" non indica delle gerarchie, ma è solo un sistema per indicare le rispettive parti da suonare; non sono un musicista e potrei sbagliarmi, ma prendere questa dizione per un desiderio di fare carriera mi sembra un po' riduttivo, pensando a Schubert, a Schumann, a Brahms, Haydn, Mozart... Chissà quanti violinisti pagherebbero qualcosa per poter essere secondo violino in un grande quartetto d'archi. In estrema sintesi, direi che si tratta di un film alterno, con buoni momenti alternati ad altri più modesti; non spiacevole, ma che si poteva pensare meglio.
In Italia è stato cambiato il titolo, che si riferisce agli ultimi quartetti di Beethoven (molto complessi, grandi capolavori non per modo di dire ma - per una volta almeno - nel senso letterale dalla parola) che è diventato molto più banale, "Una fragile armonia".

Si suona l'opera 131 di Beethoven (che non prevede pause: problema in più per il violoncellista malato); si dice che Schubert volle ascoltare l'op.131 sul suo letto di morte, e che Beethoven ragazzo veniva svegliato di notte dal padre perché doveva suonare per divertire gli amici (ubriachi) del papà, tutte informazioni da verificare.
Le musiche che si ascoltano nel film:
- Beethoven, Quartetto n.14 op.131 (Brentano String Quartet )
- Haydn, Quartetto op.20/5, il terzo movimento (Brentano String Quartet )
- Pablo de Sarasate, Zigeunerweisen (Gypsy Airs), Op.20 (Mark Steinberg)
- Johann Sebastian Bach, Suite per violoncello No.4, Preludio e Allemanda (Nina Lee)
- Johann Strauss jr, Il Danubio blu (tema principale, Mark Steinberg al violino)
- Erich Wolfgang Korngold, da "Die Tote Stadt": canzone di Marietta (Anne Sofie von Otter, mezzosoprano)
- City Nights (Uri Caine)
- Bulerias Del Encuentro (Cristian Puig, Rebeca Tomas)
- Salty Air (Jonathan Dagan)



martedì 11 aprile 2017

Lina Cavalieri


La prima cosa da dire su Lina Cavalieri (1874-1944) è che si tratta di un personaggio fuori dal comune, prima ancora che di una cantante d'opera; riassumere la sua vita in poche righe è un'impresa e ci provo meglio che posso. Nata a Viterbo nel 1874 con il nome di Natalina Cavalieri, si impone giovanissima come interprete di canzoni napoletane, prima a Napoli al Salone Margherita e poi, con crescente successo, a Parigi nelle Folies Bergères. Oltre che brava, è anche molto bella e ha modi eleganti e raffinati; il suo successo è immediato e le apre anche le porte dell'opera lirica. Nel 1900, al San Carlo di Napoli, debutta nella Bohème di Puccini, opera nuovissima (la prima è del 1896, a tutti gli effetti musica contemporanea). Le cronache dicono che la voce non è eccezionale, ma comunque piace e da qui in avanti inizia per Lina Cavalieri una carriera di soprano leggero di tutto rispetto, in Europa e in America, al fianco di cantanti importanti come Enrico Caruso, Francesco Tamagno, Giuseppe De Luca.
Insieme al successo artistico arriva anche la notorietà mondana: Lina Cavalieri colpisce per la sua bellezza, e con una vera e propria operazione di marketing la sua immagine, sotto forma di fotografie, di cartoline postali e di gadget, fa il giro del mondo. La quantità esistente di foto e di ritratti di Lina Cavalieri è impressionante, ne porto qui qualche esempio ma ci si potrebbe riempire un libro intero. Il culmine di questo vero e proprio culto personale (ben orchestrato) sono probabilmente i ritratti a lei dedicati da grandi artisti come Giovanni Boldini, Cesare Tallone, Vittorio Corcos (qui a fianco), Tito Corbella e altri pittori di punta del suo tempo.

Nel 1914 Lina Cavalieri lascia il teatro, e inizia la sua carriera per il cinema (che esisteva da meno di vent'anni) ma senza ripetere il successo che ebbe in teatro. Nel 1920 si ritira definitivamente a vita privata, commentando «mi ritiro dall'arte senza chiasso dopo una carriera forse troppo clamorosa». Si sposò cinque volte, il principe russo Baryatinski per lei fece follie ma non durò a lungo. Tra i suoi mariti anche Giovanni Campari (nel 1927), famoso per la fabbrica di bevande; negli anni precedenti un altro dei suoi mariti, Lucien Muratore, le fece lasciare il teatro. Morirà a Firenze in tempo di guerra, vittima dei bombardamenti. (tutte queste notizie le ho prese da www.wikipedia.it).

Dal sito straordinario di Internet Movie Database (www.imdb.com ) prendo invece la lista dei suoi film, purtroppo non reperibili in rete. Su youtube è invece possibile ascoltare la voce della Cavalieri.
1914 - Manon Lescaut, regia di Herbert Hall Winslow, con Lucien Muratore (suo marito)
1915- Sposa nella morte! , regia di Emilio Ghione, autore anche del soggetto. Emilio Ghione è uno dei grandi registi degli inizi del cinema. Con lei recitano Ida Carloni Talli, Diomira Jacobini, e ancora Lucien Muratore.
1916- La rosa di Granata, soggetto e regia di Emilio Ghione. Con Ida Carloni Talli, Lucien Muratore.
1917- The eternal temptress, regia di Emile Chautard, soggetto di Madame de Gresac. Il personaggio di Lina Cavalieri si chiama "princess Cordelia".
1918- Love's conquest, regia di Edward Josè su soggetto di Sardou (Gismonda): Lina Cavalieri è Gismonda, parte che fu scritta per Sarah Bernhardt. Il regista belga Edward Josè è autore anche dei film con Enrico Caruso, realizzati nello stesso periodo.
1918- A woman of impulse, regia di Edward Josè, soggetto di Louis Anspacher. Lina Cavalieri è Leonora "la Vecci".
1919- The two brides, regia di Edward Josè, soggetto Alicia Ramsey. Lina Cavalieri è "Diana di Marchesi".
1920- L'idole brisée, regia di Maurice Mariaud, soggetto di Albert Dieudonné.
Lina Cavalieri appare anche in due documentari, datati 1916 e 1921; è rimasto famoso (fu un grande successo al botteghino) un film liberamente tratto dalla sua vita, "La donna più bella del mondo", produzione americana del 1955, regia di Robert Z. Leonard, con Gina Lollobrigida, Vittorio Gassman, Robert Alda, Gino Sinimberghi.
 
 
(Lina Cavalieri, ritratto di Cesare Tallone)

(Lina Cavalieri, ritratto di Giovanni Boldini)

lunedì 10 aprile 2017

La fantarca


 
La fantarca (1966) Regia di Vittorio Cottafavi (tv). Soggetto di Giuseppe Berto. Musica di Roman Vlad. Orchestra Rai Torino dir. Nino Sanzogno. Maestro del coro Ruggero Maghini. In collaborazione con il Laboratorio di Fonologia di Milano. Scene di Zitkowski. Interpreti (attori e cantanti): Lino Puglisi, Jolanda Meneguzzer, Laura Zanini, Riccardo Cucciolla, Otello Profazio, Alvinio Misciano, Ugo Trama, Teodoro Rovetta, Durata: 60 minuti circa

"La fantarca" è un'opera lirica scritta per la televisione, del 1966, musica di Roman Vlad, libretto di Giuseppe Berto, regia di Vittorio Cottafavi, direttore d'orchestra Nino Sanzogno. Dura un'ora e vista da oggi è - spiace dirlo - piuttosto imbarazzante.
Il soggetto, da un racconto di Giuseppe Berto, è questo: un gruppo di italiani meridionali che emigrano, non più su navi o su treni ma su un'astronave, portandosi dietro asini, mucche galline e altri animali: da qui il titolo, un'arca come quella di Noè ma in ambito di fantascienza. Gli emigranti meridionali vanno verso Saturno invece che verso Milano o Torino, o in Germania; ma nel frattempo la Terra verrà sconvolta da una guerra fra il Triangolo (NATO) e il Quadrato (URSS).
Il comandante, anche lui con vistoso accento "meridionale" (quello un po' vago che si ascolta nei film), mollerà Saturno e, dopo una regolare votazione fra gli emigranti, riporterà l'astronave sulla Terra, per ripopolarla. Quando si vota per decidere cosa fare, viene esclusa dal voto la hostess perchè non è meridionale, e si ripiega sul voto della nobile napoletana che è a bordo. Insomma, il soggetto è davvero imbarazzante in ogni sua parte; forse poteva sembrare diverso cinquant'anni fa, quando l'emigrazione dal Sud al Nord d'Italia era di grande attualità, ma vista da oggi la "fantarca" appare davvero come qualcosa di strambo. Le intenzioni di partenza erano comunque buone: tutti a bordo sono meridionali, spiega Roman Vlad nella presentazione all'opera, perchè lui va sempre in vacanza al Sud e ci si trova bene.
La musica di Roman Vlad si ascolta poco, ci sono molti declamati, e al di là dell'entusiasmo con cui lo stesso Vlad la presenta non è che ci sia molto da ricordare. Vorrei poter secondare l'entusiasmo infantile di Vlad quando presentava la sua novità, un'opera scritta apposta per la Rai, "con inserti seriali e dodecafonici", ma francamente, e con tutto il rispetto e l'ammirazione per l'attività di Roman Vlad come divulgatore musicale e direttore artistico, proprio non me la sento.
Delude anche la regia di Vittorio Cottafavi, che pure era un bravo professionista del cinema (e della tv): "La fantarca" appare come qualcosa di brutto e goffo, direi girata peggio delle cosine che vedevo a quei tempi a Giocagiò o alla tv dei ragazzi; e spiace doverlo dire, vorrei che fosse vero il contrario. Anche la recitazione è spesso imbarazzante, si direbbe piuttosto una parodia sul tipo di quelle dei Cetra, che però erano molto meglio.
 
Il cast: Jolanda Meneguzzer è la nobile napoletana, Lino Puglisi il comandante meridionale (in pigiama per tutta la seconda metà, perchè lo hanno tirato giù dal letto), Laura Zanini la hostess, e poi Alvinio Misciano (tenore), Ugo Trama (basso), Teodoro Rovetta. C'è spazio per Riccardo Cucciolla (lo speaker), e anche per Otello Profazio, cantastorie di professione e molto presente in tv in quegli anni. Le scene sono di Zitkowski, l'orchestra è quella Rai di Torino, il coro è diretto da Ruggero Maghini, dirige Nino Sanzogno, la colonna sonora è realizzata con la collaborazione del laboratorio di fonologia di Milano. Tanti nomi importanti, come si vede.
(novembre 2013)

giovedì 6 aprile 2017

Cathy Berberian


Cathy Berberian (1925-1983), americana di origini armene, voce di mezzosoprano tra le più belle, è stata un'interprete di notevole importanza e di profondità non comuni. E' stata anche divertente, spiritosa, ricca di interessi, interprete tecnicamente impeccabile di un repertorio molto vasto, che lei stessa definì nel titolo di una sua serie di concerti: "Da Monteverdi ai Beatles". L'unico suo difetto fu di avere una voce bella ma non di grande volume, destino comune a tante belle voci che però non potevano competere con l'orchestra del teatro d'opera o della musica sinfonica.
Cathy Berberian è stata anche moglie di Luciano Berio, e sua collaboratrice; la collaborazione con Luciano Berio continuerà anche dopo la loro separazione, e sempre con ottimi esiti. Ma per avere notizie su Cathy Berberian non c'è bisogno di questo blog, è una figura ancora molto presente nel panorama musicale, anche a più di trent'anni dalla sua scomparsa si continua ancora a parlare di lei, a ricordarla con affetto e con ammirazione.

Nel cinema, Cathy Berberian è presente con questi titoli:
- "Se l'inconscio si ribella" di Alfredo Leonardi, con Julian Beck, 1968 (20minuti). Julian Beck e Judith Malina furono i fondatori del Living Theatre.
- "Aprés la passion selon Sade" di Alfredo Leonardi, 1968, con Julian Beck e Judith Malina; documenta un testo musicato da Silvano Bussotti.
- "La vita è un romanzo" di Alain Resnais è del 1983; è un film corale con molti interpreti, Vittorio Gassman, Geraldine Chaplin, Fanny Ardant, Sabine Azema, e molti altri. Nel film recitano, come attori, anche il basso Ruggero Raimondi e Cathy Berberian.
Di Cathy Berberian esistono molti filmati, interviste (in italiano la maggior parte delle interviste, per nostra fortuna) e concerti, tra i quali ricordo soprattutto una divertente versione di “Façade” di William Walton per la tv svizzera, TSI. L’unico vero film della Berberian è “La vita è un romanzo”, 1983, regia di Alain Resnais; un film che però non vedo da moltissimi anni, anche perché su alcuni film esiste una specie di censura, non dovuta ai contenuti ma alla stupidità dei funzionari delle tv. In tv passa di tutto, anche i brutti film, ma molti titoli importanti o interessanti sono stati letteralmente cancellati, ed è quasi impossibile trovarli anche in rete o in dvd; ma questo è un discorso da fare a parte, e torno a Cathy Berberian.
Sono rimasti leggendari i suoi concerti, con titoli del tipo “Da Monteverdi ai Beatles” (da intendersi alla lettera: con i Beatles eseguiti come se fossero Haendel), e sono straordinarie le sue interpretazioni di "Folksongs" di Luciano Berio, e il suo Offenbach, e tanto altro ancora. Sono ancora oggi ineguagliate, per la bellezza del timbro e per l’interpretazione perfetta, la sua Messaggera e la sua Speranza nell’Orfeo di Monteverdi in disco, direttore Harnoncourt.
- Penso che la musica contemporanea fino ad ora, con l'eccezione di pochissimi compositori, è diventata quasi come una specie di culto religioso, qualcosa di molto serio, fino ad essere quasi serioso (...). E non trovo che ci sia qualcosa di disdicevole nella musica "spiritosa", perchè anche nel Seicento c'erano dei pezzi che erano intesi di avere un pubblico che rideva; e io cerco sempre di ritornare, se vuole, a questo spirito di far divertire la gente.
(Cathy Berberian, intervista del 1975 alla TSI, Televisione Svizzera Italiana)
"Far divertire la gente": ma sempre con serietà professionale, senza la superficialità e la banalità che oggi si accoppiano alla parola divertimento. Purtroppo, un messaggio perduto in quest'epoca in cui per "grandi artisti" si fanno passare anche i cantanti di musica leggera, e in cui i conduttori degli show tv e i deejay vengono definiti "concertatori". In questo periodo di grande banalità e superficialità, non credo proprio che ci sia spazio per una nuova Cathy Berberian; ed è un'altra grave perdita, l'ennesima. In questo periodo storico, l'inizio del Nuovo Millennio, sembra proprio che per le persone di talento non ci sia spazio, sia nella musica che nella politica.
PS: A proposito di persone che non sono state sostituite, Cathy Berberian collaborò con Umberto Eco nella traduzione delle tavole di Jules Feiffer, per la rivista "Linus".
 

domenica 2 aprile 2017

Kathleen Ferrier


 
Kathleen Ferrier (2012) documentario di Diane Perelszstejn. Voce narrante di Marthe Keller. Durata: 68 minuti (53 minuti nella versione tv)

Alla fine della guerra, Kathleen Ferrier era una giovane donna di poco più di trent'anni, essendo nata nel 1912. Aveva una bella voce, e le piaceva cantare; cantava nelle corali, negli Oratori di Bach e Mendelssohn (in Inghilterra si usava), cantava canzoni con gli amici. Tutto questo finché non le capitò di incontrare un'insegnante di canto che la presentò a Bruno Walter. Il grande direttore d'orchestra rimase letteralmente conquistato dalla sua voce e la convinse che poteva fare molto di più. Bruno Walter, allievo e amico di Mahler, è stato uno dei più importanti direttori d'orchestra del secolo: da quell'incontro cominciò la carriera della Ferrier. Dapprima lieder e concerti, poi si fece convincere a cominciare anche con l'opera. Fece l'Orfeo di Gluck (nel ruolo di Orfeo) al Festival di Glyndebourne; poi, "The rape of Lucretia" di Britten, in prima assoluta. Ma fu a questo punto che le diagnosticarono una malattia non curabile: non a quei tempi. Kathleen Ferrier morì nel 1953, poco dopo aver finito le registrazioni di un disco con arie di Bach e Handel.
Aveva una voce profonda e bella, da contralto vero: la voce più bella che si possa trovare in una donna. Era molto di più di una bella voce, di belle voci ce ne sono state tante e tante altre sono venute dopo; e aveva anche dei limiti che i critici non hanno mancato di rimarcare, difficoltà in zona acuta, qualche piccolo problema di pronuncia nell'italiano e nel tedesco. Ma l'emozione della voce di Kathleen Ferrier è qualcosa che va oltre il canto, sembra provenire da lontano, da così lontano (nel tempo e nello spazio) che non è possibile quasi immaginare: qualcosa di soprannaturale per dolcezza e profondità. In alcuni dischi ho trovato anche registrazioni della sua voce mentre parla, ed anche qui non riesco ad ascoltare la sua voce senza commuovermi, e so che capita a molti.
Come in tutte le favole, e in tutte le storie belle e tristi come questa, manca un particolare, un dettaglio importante: Kathleen Ferrier era molto bella, alta e forte, molto inglese, e a vederla nelle foto la si direbbe un'attrice del cinema più che una cantante d'opera.
(dal blog deladelmur, 2009)
(nell'immagine, Kathleen Ferrier con Bruno Walter)
 
Di Kathleen Ferrier non esistono immagini per il cinema, e nemmeno registrazioni in immagini di concerti; però per nostra fortuna, oltre alle tante registrazioni audio, da qualche anno esiste un documentario molto ben curato per la regia di Diane Perelszstejn, uno dei più belli che mi sia capitato di vedere.
Dal documentario si apprendono particolari che fino a poco tempo fa erano rimasti sconosciuti: un forte senso della privacy (quella vera, non la parodia che ci assilla oggi) portò Kathleen Ferrier a tenere strettamente per sè la sua relazione con un giovane antiquario inglese, più o meno della sua stessa età; i loro incontri furono riportati nei suoi diari, furono conservati con molta cura dalla sorella Winifred. Solo dopo la morte di Winifred i diari sono stati resi pubblici, e li vediamo nel documentario. Kathleen e il suo innamorato stavano molto bene insieme, si divertivano, la si vede sorridente nelle foto insieme e nei rari filmati girati insieme; lui la veniva spesso a raggiungere durante le sue tournée, pur con tutti i limiti negli spostamenti derivanti dalla ricostruzione post bellica. Lei era già stata sposata, un matrimonio non riuscito, e non volle più risposarsi. Lasciò l'amico, e non volle più rivederlo, quando seppe di essere ammalata: tumore al seno, che nel 1949 non lasciava scampo. Erano gli anni in cui cominciava a lavorare come medico Umberto Veronesi: oggi, grazie a Umberto Veronesi e a tutti gli oncologi che si sono mossi in quella direzione, sarebbe diverso; ma questo suo modo di ritirarsi silenziosamente davanti alla malattia è davvero commovente. Non lasciò però i concerti, e anzi si esibì nell'Orfeo di Gluck: la sua ultima recita, molto drammatica, è raccontata nel dettaglio in questo documentario.
(nell'immagine, Kathleen Ferrier con Gerald Moore)

Un altro momento importante del documentario su Kathleen Ferrier è l'intervista a Nathalie Stutzmann, direttrice d'orchestra e voce molto profonda di contralto. Nathalie Stutzmann, a domanda precisa, risponde che oggi Kathleen Ferrier avrebbe probabilmente maggiori problemi rispetto al suo tempo, perchè oggi in quel repertorio, Haendel, Bach e Gluck, vige la moda dei maschi che cantano in falsetto. La Stutzmann dà la colpa ai registi di teatro; io mi sono chiesto invece, da semplice ascoltatore, come sia possibile che direttori d'orchestra anche importanti non riescano a cogliere la differenza tra una voce sontuosa come la sua e quella misera di molti falsettisti. Vale per lei, Nathalie Stutzmann, per Sara Mingardo, per Simone Kermes, per Daniela Barcellona... l'elenco per fortuna è molto lungo e mi scuso con le cantanti che non ho nominato. Ci sono tante belle voci scure femminili, ci sono e ci sono state negli anni passati (Marilyn Horne, Bernadette Manca di Nissa...). Per parte mia, ho conosciuto Bach e Haendel grazie alla voce magnifica di Kathleen Ferrier, e la sua voce mi commuove ancora oggi, dopo infiniti ascolti. Non saprei fare a meno della voce di Kathleen Ferrier, e nemmeno di quella di tutte le altre che le somigliano, da Marian Anderson fino ai nostri giorni.