martedì 16 maggio 2017

Alfredo Kraus


 
Alfredo Kraus, classe 1926, è stato amatissimo dagli appassionati d’opera e anch’io ho avuto la fortuna di ascoltarlo molte volte. E’ stato considerato l’erede di Tito Schipa, e in effetti il loro repertorio era quasi identico e la voce era abbastanza simile; la vera differenza sta forse nel fatto che Kraus era più distaccato nelle sue interpretazioni, forse si può dire che Schipa era più grande come interprete. Di Kraus non si sono mai occupate le televisioni, le cronache leggere e neppure i telegiornali; di persona era piuttosto riservato, di conseguenza la sua fama non è mai uscita dal giro degli appassionati d’opera, ma è stato molto amato perché la sua classe era cristallina e l’interprete impeccabile. E' stato uno dei più grandi cantanti della seconda metà del Novecento; il suo repertorio non era vastissimo, anche perché seppe gestire molto bene la sua voce. In disco si è lasciato un po' più andare (con ottimi risultati), interpretando anche arie scritte per ruoli come Arnoldo dal Gugliemo Tell di Rossini, Cavaradossi dalla Tosca, Manrico dal Trovatore, e altro ancora.
Alfredo Kraus era spagnolo, nativo delle Canarie: Alfredo Kraus Trujillo il suo nome completo. Di persona era snello ed elegante, riservato; data l’eleganza della figura ci si aspetterebbe qualcosa di più, al cinema, invece su www.imdb.com ho trovato di Kraus solo un film biografico sul tenore Julian Gayarre (1844-1890), girato in Spagna nel 1959 (tra i personaggi c’è anche Adelina Patti, siamo a fine ‘800), e un altro titolo come “El vagabundo y la estrella” del 1960, con poche indicazioni (può darsi che sia una zarzuela, l’operetta spagnola).
 
Restando in campo cinematografico, Alfredo Kraus somiglia moltissimo ad Anton Walbrook, attore austriaco protagonista di grandi film degli anni ’40 e ’50 come “Scarpette rosse” di Powell e Pressburger e "La Ronde" di Max Ophuls. Ne metto qui due foto, sono quasi gemelli ed è davvero difficile distinguere l'uno dall'altro: quello con l'anello è Walbrook, in un fotogramma da "Scarpette rosse".


domenica 14 maggio 2017

Teresa Berganza



Teresa Berganza, nata a Madrid nel 1935, splendida voce di mezzosoprano, al cinema è conosciuta per Zerlina nel "Don Giovanni" con regia di Joseph Losey (1979), accanto a Ruggero Raimondi. Ho avuto la fortuna di ascoltarla in un concerto di canto, e riascolto spesso i suoi dischi: oltre al "Barbiere di Siviglia" e alla "Cenerentola" con Claudio Abbado (magnifica interprete rossiniana) sono da ricordare le sue incisioni del repertorio da camera spagnolo, verrebbe da dire: "Lieder spagnoli" . In particolare, torno spesso sulle canzoni popolari spagnole messe in musica da Federico Garcia Lorca (che fu anche musicista, consiglio chi non lo sa ancora di andarle ad ascoltare) da lei incise con Narciso Yepes.
Oltre al “Don Giovanni" Teresa Berganza ha girato altri film come attrice in Spagna, in anni recenti. Sono titoli sui quali non ho molte notizie, ma li trascrivo ugualmente; qui sotto l'elenco completo preso da www.imdb.com :
Il barbiere di Siviglia (1979) l'opera di Rossini, regia di Ponnelle, dirige Claudio Abbado
"Don Giovanni" (1979) il film di Joseph Losey, protagonista Ruggero Raimondi
Werther (1980) l'opera di Massenet, con Teresa Berganza canta Neil Shicoff
Carmen (1980 ) l'opera di Bizet, con Teresa Berganza cantano Domingo e Raimondi
"Octavia" (2002) film scritto e diretto da Basilio Martin Patino.
"Buen viaje excelencia" (2003) regia di Albert Boadella, film (definito "irriverente") sul dittatore spagnolo Francisco Franco
“The reckoning – Istinti criminali”, film del 2003, regia di Paul McGuigan, protagonisti Willem Dafoe e Paul Bettany.
“Grimm” (2003) di Alex van Warmerdam, dove intepreta la Madre; non va confuso con il film sui fratelli Grimm realizzato da Terry Gilliam più o meno nello stesso periodo.
"Dispersion de la luz" (2006) film scritto e diretto da Javier Aguirre
"Cuéntame" (2007) tv serie spagnola, sul periodo franchista
"La vida en rojo" (2008), film scritto e diretto da André Linares

 
 

venerdì 12 maggio 2017

Kurosawa Schubert


 
Subarashiki nichiyobi (Una meravigliosa domenica, 1947). Regia di Akira Kurosawa. Sceneggiatura di Akira Kurosawa e Keinosuke Uegusa. Fotografia di Asakazu Nakai. Musica per il film di Tadashi Hathori; di Schubert uno dei "momenti musicali" e il primo movimento della Sinfonia "incompiuta". Interpreti: Chieko Nakakita, Isao Numasaki, Ichiro Sugai, Midori Ariyama, Masao Shimizu. Durata: 108'

Per chi conosce Akira Kurosawa solo vagamente, magari come autore di "I sette samurai", sarà un po' difficile mettere il suo nome accanto a quello di Franz Schubert; ma conoscendo bene i suoi film diventa tutto più che naturale, perchè Kurosawa era una persona di grande cultura, conosceva bene Shakespeare e Pirandello, e da loro (oltre che dal teatro Nô e dalla cultura giapponese) trasse ispirazione per diversi suoi film, forse i più grandi. Anche il fatto che "Una meravigliosa domenica" sia una commedia non deve stupire, la filmografia di Akira Kurosawa è molto vasta e comprende film di ogni tipo, compresi dei polizieschi, una versione di "L'idiota" di Dostoevskij e una da "L'albergo dei poveri" di Gorkij (in italiano "I bassifondi). In "Sogni", del 1990, c'è anche un magnifico ritratto di Van Gogh (interpretato da Martin Scorsese).

 
Alla mia prima visione di questo film mi ero segnato questi appunti: "Una meravigliosa domenica" potrebbe diventare uno dei miei Kurosawa preferiti; è del 1947, dura 1h40' e ricorda film simili di Blasetti (Quattro passi fra le nuvole), e a tratti René Clair, il primo Clair, per la levità e per le espressioni del viso della protagonista, non bellissima ma molto dolce ed espressiva. Due giovani innamorati senza soldi ("poco più di 30 yen") passano insieme la domenica, unico giorno in cui possono stare insieme, facendo progetti, litigando, tornando a volersi bene, in mezzo a molte delusioni e all'umiliazione di trovarsi senza soldi. Kurosawa mostra anche il suo lato pessimista, oscuro: siamo nel Giappone reduce dalla guerra perduta e c'è chi sta peggio di loro. Il ragazzino sporco che chiede un dolce di riso alla protagonista (ma lui ha i soldi in tasca) pare davvero uscito da "Dodeskaden" o da "I bassifondi", forse anche da "Sogni". I due innamorati vagheggiano su una casa da comperare o da affittare (bella la macchietta del portinaio che sconsiglia l'affitto). Lui gioca un po' a baseball con dei bambini, poi vanno allo zoo; poi, in cerca di un lavoro, lui va in un cabaret dove pensa di trovare il proprietario suo amico (un ex commilitone, la guerra è appena finita) ma si ritroverà invece, molto imbarazzato, in un bordello. L'altro, l'ex commilitone, pensa che all'amico serva l'elemosina, e non lo vuole incontrare. I due innamorati vorrebbero andare a un concerto dove si suona Schubert, ma scoprono presto che i bagarini hanno fatto incetta degli ultimi biglietti a 10 yen, quelli che costano meno, e loro non possono spendere di più. Ed è proprio Schubert il protagonista sin dall'inizio, con un arrangiamento orchestrale del celebre "Momento musicale," e poi del finale in cui il protagonista immagina di dirigere l'Incompiuta, a cui Kurosawa dedica uno spazio temporale molto lungo, si ascolta quasi tutto il primo movimento. E al minuto 58 il protagonista desolato dice "sono un cane randagio": uno dei film successivi, del 1949. Non è un film perfetto, forse è troppo lungo, ma è bello. (Giuliano, 2013)

 
Qui sotto trascrivo il ricordo di Akira Kurosawa a proposito di "Una meravgliosa domenica": la narrazione parte dall'incontro con un antico compagno di scuola delle elementari, Keinosuke Uekusa, che ha ritrovato per caso e che diventerà sceneggiatore del film.
... magari fu solo perché s’era stancato del suo perenne vagare, ma una volta che l'ineffabile Uekusa si sedette a scrivere la sceneggiatura di Una meravigliosa domenica, si applicò con estrema calma e determinazione. La sua dedizione veniva forse anche dal fatto che l’argomento del film - le difficoltà di due poveri fidanzati che lottano fra gli stenti nel Giappone sconfitto - era un materiale perfetto per quest’uomo che è sempre stato attratto dai perdenti e dal lato in ombra della vita. In ogni caso, il materiale gli era tanto congeniale che non avemmo quasi mai opinioni contrastanti sulla sceneggiatura. Solo sulla scena decisiva del finale ci fu una piccola divergenza. La povera coppia si trova in una sala da concerto all’aperto, di notte, e nelle loro menti sentono echeggiare le note dell'Incompiuta di Schubert. Naturalmente nella colonna sonora del film non ci doveva essere nessuna musica. Violando le regole del cinema, la fidanzata si rivolgeva al pubblico del film esortandolo ad applaudire: «Se avete pietà della nostra situazione, vi prego di applaudire; se applaudirete sono sicura che potremo sentire veramente la musica!» Il pubblico applaude (idealmente), il fidanzato raccoglie una bacchetta da direttore d’orchestra e comincia a segnare il tempo. Al suo attacco, sentiamo nella colonna sonora le prime note dell’Incompiuta.


La mia intenzione era quella di fare partecipare il pubblico al film, rivolgendomi direttamente a lui. Quando si va a vedere un film, in misura maggiore o minore vi si partecipa, perché si viene coinvolti emotivamente e ci si dimentica di se stessi. Ma questo fenomeno accade solo nell’intimo di ciascuno, non si traduce in una reazione concreta, se non, per esempio, attraverso un applauso spontaneo. In quella scena di Una meravigliosa domenica volevo che il pubblico partecipasse attivamente all’azione drammatica, che avesse l’impressione di influire sullo svolgimento del film.
In risposta alla mia idea, Uekusa ne propose un'altra. Secondo lui si doveva far vedere che la sala da concerto, vuota all’inizio, risponde con un applauso all’appello della ragazza; poi, frugando nel buio, la cinepresa scova tante altre coppie giovani come i due protagonisti e si capisce che sono loro ad applaudire. Una soluzione senz’altro interessante, ma io finii per preferire la mia.
Uekusa sostiene che lui ed io siamo due tipi d’uomini totalmente diversi. In realtà l’attaccamento alla mia idea era solo dettato dal desiderio di fare un esperimento con il pubblico. Avrebbe o no accolto l’invito della ragazza ad applaudire con lei a quel punto? In Giappone l’idea non funzionò: il pubblico rimase in un silenzio di tomba, rifiutò di applaudire e la scena fu un fiasco. Ma a Parigi accadde il contrario: il pubblico francese rispose con un applauso frenetico all’appello della protagonista, e l’esplosione della musica alla fine degli applausi che la invocavano suscitò quell’emozione insolita e possente che io mi ripromettevo.

 
Questa sequenza di Una meravigliosa domenica mi ha lasciato un altro ricordo memorabile. Il protagonista che deve a un certo punto "dirigere" la sinfonia di Schubert era interpretato da un attore - Isao Numasaki - totalmente negato per la musica. Ci sono vari modi di essere insensibile alla musica: Numasaki era totalmente impermeabile alle qualità del suono, alla sua forza, alla sua delicatezza e dolcezza, alla leggerezza e all’acutezza cosi come alla gravita. Persino il musicista del film, Tadashi Hattori, ci rinuncio. Ma naturalmente non potevamo lasciar perdere. Hattori e io prendemmo in mano Numasaki, che restava completamente rigido e come un soldatino di legno, e giorno dopo giorno lavorammo con lui per insegnargli a dirigere quella sinfonia. Io sono così maldestro che quando faccio un numero telefonico la gente dice che sembro uno scimpanzé; ma, durante le prove con Numasaki, Hattori mi diplomò sul campo: secondo lui ero «atto a dirigere il primo movimento dell'Incompiuta di Schubert»; immaginate un po’ che sforzi avevo dovuto fare. (...)
Akira Kurosawa, pag.204 dal volume "L'ultimo samurai" (titolo originale "Something like an autobiography", 1975), a cura di Aldo Tassone, ed. Baldini e Castoldi
 


mercoledì 10 maggio 2017

Mazurka blu (Bettetini 1987)


 
"L'ultima mazurka" (1987) Regia di Gianfranco Bettetini. Scritto da Gianfranco Bettetini con Luigi Lunari, Alberto Farassino, Tatti Sanguineti, Aldo Grasso. Fotografia di Giulio Albonico. Musica di Franz Lehar. Musiche per il film di Gino Negri. Coreografie di Mario Pistoni. Interpreti: Paolo Bonacelli, Senta Berger (voce di Mina Blum nel canto), Erland Josephson, Mario Scaccia, Marina Berti, Gino Negri, Adele Cossi, Giuseppe Fallisi, Mario Pardi, Marco Bonetti, Luigi Lunari, Folco Portinari, Dante Guardamagna. Durata: 120 minuti

"L'ultima mazurka" di Gianfranco Bettetini (1987) ricostruisce l'attentato al Teatro Diana di Milano del 1921, una bomba esplosa mentre si rappresentava l'operetta di Lehar "Mazurka blu" e che fece 17 vittime. La natura dell'attentato non fu mai chiarita; i fascisti ne incolparono gli anarchici ma i dubbi in proposito sono enormi. I fascisti ne approfittarono per assaltare "per rappresaglia" le sedi di "organizzazioni sovversive", ma lo fecero mezz'ora prima che scoppiasse la bomba.

 
Gianfranco Bettetini (1933-2007) è conosciuto più che altro come critico letterario, ma partecipò alla nascita della Rai negli anni '50, dopo la laurea come ingegnere. Il suo curriculum alla Rai, negli anni '50 e '60, comprende anche programmi di intrattenimento come Campanile sera, L'amico del giaguaro, e altri ancora; dopo aver lasciato la Rai fu docente universitario di semiotica e comunicazione, oltre che critico letterario. Bettetini ha diretto altri film interessanti, quasi sempre per la Rai: "Semmelweiss" (biografia del medico che nell'800 si battè per le disinfezioni negli ospedali, procurandosi le ire dei colleghi), "La morsa" di Pirandello, "Processo a Gesù" di Diego Fabbri, e altro ancora. Questo film, "L'ultima mazurka", ha il pregio di raccontare una pagina importante ma dimenticata, cioè quegli inizi del fascismo troppo spesso romanzati e raccontati come senza macchia: ma sono anni di violenza intenzionale programmata con cura, culminati nell'aggressione a Gobetti (1922, le lesioni riportate ne causarono la morte), e negli omicidi di don Minzoni (1923) e Matteotti (1924), per tacere di tutto il resto.

 
La ricostruzione storica è molto ben fatta, con ottimi attori e con scene e costumi di notevole pregio. Non mi è piaciuto molto soltanto l'inizio del film, con le "repliche" da Munch (L'urlo); il sonoro sarebbe da restaurare, è molto rovinato e spesso bisogna stare molto attenti per non perdere i dialoghi. Il Teatro Diana era in viale Piave 42, a Milano, parte di un grande complesso edilizio; oggi è un albergo. "Die blaue Mazur" di Lehar ebbe la sua prima nel 1920, quindi era una novità, musica contemporanea. Nei dialoghi si spiega che la "mazurka blu" in Polonia è l'ultima che viene suonata, poi la festa finisce: forse un cattivo auspicio?
Gli attori: Paolo Bonacelli è l'impresario Lanza del teatro Diana; Senta Berger è la famosa cantante dell'operetta (voce di Mina Blum); Mario Scaccia è il regista della compagnia; Erland Josephson è Serra, il questore di Milano. Nel cast anche Gino Negri, il direttore d'orchestra (Gino Negri è anche il curatore delle musiche per il film). Poi Marina Berti, il soprano Adele Cossi e il tenore Giuseppe Fallisi intepretano due cantanti della compagnia di operette. Mario Pardi interpreta il giovane anarchico Montagna, Marco Bonetti è l'editore Vieri; in piccole parti appaiono Luigi Lunari, Folco Portinari, Dante Guardamagna, tre nomi importanti della cultura italiana. Luigi Lunari, commediografo in proprio, fu tra i collaboratori di Strehler al Piccolo Teatro di Milano; Folco Portinari, musicologo, ha scritto un bel libro sui libretti d'opera; Dante Guardamagna è stato regista e sceneggiatore per la Rai, quindi collega stretto di Bettetini.
Le musiche di Lehar sono riprese così così, non come siamo abituati nelle registrazioni dei grandi cantanti e direttori d'orchestra viennesi, ma nel modo leggero (canzonettistico) delle compagnie italiane. La musica originale per il film scritta da Gino Negri si appoggia molto a Saint Saens e alla sua Danse macabre (l'uso degli xilofoni, soprattutto).
Un film di buona fattura, che sarebbe utile far conoscere a chi non sa nulla di quel periodo, e - soprattutto - a chi crede di sapere tutto di quel periodo storico.
 
 

domenica 7 maggio 2017

La fiera delle banalità ( I )


 
A metà giugno 2016 i giornali riportarono la notizia di una disputa legale intorno a "Stairway to heaven" dei Led Zeppelin, che sarebbe stata copiata dalla canzone "Taurus" di un altro gruppo rock americano. Una denuncia che arriva un po' in ritardo, dopo più di quarant'anni, da parte di un componente degli Spirit. Il perito musicologo chiamato dal tribunale dimostra che si tratta di una sequenza di note già conosciuta da almeno trecento anni, presente fino dal '700 in diversi autori importanti, come Vivaldi, e che quindi nessuno può pretendere il copyright. Gran gioia dei numerosi fans dei Led Zeppelin, molti commenti e molti articoli sui giornali specializzati e sui social networks, ma si sta passando sotto silenzio il reale significato della sentenza: "(...) Più utile, ai fini della difesa, potrebbe rivelarsi la testimonianza del musicologo Lawrence Ferrara, perito di parte, che ha spiegato come «ciò che le due canzoni hanno in comune è una sequenza discendente di note che ha almeno 300 anni, essendo presente nelle opere di compositori veneziani del XVII secolo e Mozart, oltre in moltissime composizioni recenti, tra le quali anche Yesterday dei Beatles». «Nessuno può appropriarsene - ha concluso Lawrence - o dichiararla sua». " (dal sito del quotidiano La Stampa, 18.6.2016)
 
 
C'è un precedente famoso, la questione che portò in tribunale Michael Jackson da una parte e Albano Carrisi dall'altra: Al Bano diceva che Michael Jackson gli aveva copiato una canzone. Un vero e proprio furto, insomma. In quel caso il perito scelto dal tribunale fu un nome molto importante nella musica italiana, Roman Vlad. Vlad spiegò che la sequenza di note in questione era molto banale, così banale che non si poteva parlare di copyright. Ogni bambino o principiante avrebbe potuto scrivere quel brano, insomma. Ovviamente la sentenza non piacque, e ci fu il ricorso in appello dove un perito più accomodante si limitò a dire che la sequenza di note era identica, dando ragione ad Al Bano.
Anche per i Led Zeppelin credo che si finirà in appello, e che anche in questo caso cercheranno e troveranno un perito accomodante che non deluderà i fans; ma che si tratti di sequenze già esistenti oppure elementari è cosa ben conosciuta. Non piace e non piacerà mai ai fans della musica leggera e del rock o del rap (hip hop compreso), ma non è che se una cosa non piace per questo non deve essere vera. Anche il blues, per esempio, che è musica grandissima e che non mi stancherei mai di ascoltare, ha un giro armonico piuttosto limitato; in questi casi, più che la composizione musicale in sè, prevale la personalità dell'interprete. "Una cosa che potrebbe scrivere qualsiasi studente di Conservatorio", disse Maurice Ravel parlando del suo maggior successo commerciale, il Bolero; e lo diceva sul serio, per lui era poco più di un esercizio di composizione. Pensando a Ravel, viene da dire che forse un po' di modestia e un po' di senso del limite (da parte dei canzonettari, almeno) sarebbe il benvenuto.
"Viene dalla classica" diranno del perito musicologo i fans , così come dissero di Roman Vlad, ed è come se l'essere davvero competenti di musica fosse diventato un difetto. Gli incensatori si sprecano, in tv e nelle radio commerciali soprattutto, ma di sentir definire "maestro" e "grande musicista" questo e quella davvero non ne posso più, ma mi tocca sopportare e, in alcuni casi (Frizzi, Fazio, eccetera: sono tanti, questi casi...) anche pagare il canone Rai per sentirlo dire e ripetere all'infinito.

 
Il discorso è lungo e merita di essere ripreso, ma per oggi mi fermo qui; per chi fosse curioso, riporto alla fine di questo post due articoli che ho trovato on line, uno del Guardian e uno dal sito della New York University, che riportarono il fatto con molti più particolari rispetto ai quotidiani italiani.
Led Zeppelin’s attorneys on Friday brought in music expert Lawrence Ferrara, who testified that the only similarity between Taurus and Stairway to Heaven was a “descending chromatic minor line progression”. Ferrara said that musical element was used 300 years ago, as well as in many pop songs since then. Jimmy Page testifies Stairway to Heaven chord sequence 'been around forever' . The Led Zeppelin guitarist, in court for a copyright lawsuit, also says he was unaware of the instrumental song he is accused of plagiarizing. Also on Friday, Led Zeppelin musician John Paul Jones testified that his former bandmate Jimmy Page had never mentioned American band Spirit, whose song Led Zeppelin are being accused of stealing a riff for their 1971 hit Stairway to Heaven. Jones, 70, appeared in federal court in Los Angeles on Friday in a copyright infringement trial in which the British rock band are accused of copying the opening riff to Stairway to Heaven from the 1967 instrumental Taurus by Spirit. When asked if guitarist Page, the co-writer of Stairway, had ever mentioned Spirit, Jones said no. Jones also said that he himself had never heard of Spirit until the current lawsuit that was brought in 2014 by Michael Skidmore, a trustee for Randy Wolfe, the late guitarist of Spirit and composer of Taurus. The lawsuit seeks a writing credit for Wolfe on the song and damages in an amount to be proven at trial. Lawyers for Skidmore on Friday called Michael Einhorn, an expert on music royalties, to testify about damages related to the case. Einhorn said Plant and Page have made $58.5m in total as composers of Stairway to Heaven. The trial has been closely watched this week as Page, 72, and Plant, 67, attended court, both wearing suits with their long silver hair tied into ponytails. Page took the witness stand on Wednesday and Thursday and was questioned on whether there were any similarities between Stairway to Heaven and Taurus. The British musician said he did not recall hearing Taurus until recently, after he had been made aware of comparisons being made between the two songs. He also testified that the descending chromatic structure of the guitar riff at the center of the lawsuit is heard in numerous other songs, including Chim Chim Cher-ee from the 1964 Disney film Mary Poppins. Earlier in the trial, Skidmore’s lawyers simultaneously showed the jury two video clips of expert Kevin Hanson playing the openings of both songs. Hanson said the two clips “play together as one piece of music. It is not discordant”.
The Guardian, 18 giugno 2016


Dr. Lawrence Ferrara, MPAP faculty and Director Emeritus, was the expert musicologist for Led Zeppelin in what has become the most visible copyright infringement case of the century. The case centered around similarities between their 1971 song “Stairway to Heaven” and “Taurus,” a song by the band Spirit from 1968. The estate of Randy Wolfe, Spirit’s guitarist and the writer of “Taurus,” claimed that Led Zeppelin’s Jimmy Page and John Paul Jones stole about ten seconds of “Taurus” and used it in the famous introduction of “Stairway to Heaven.” Led Zeppelin, of course, went on to become a much more successful band than Spirit. The economist Spirit called to testify on their behalf, Michael Einhorn, estimated that Led Zeppelin earned more than $60 million from “Stairway to Heaven” over the past five years. Had they lost, Led Zeppelin would have owed Wolfe’s estate millions of dollars in royalties. Led Zeppelin ultimately won the case. Dr. Ferrara was brought in to testify for Led Zeppelin. He acknowledged that “Taurus” and “Stairway to Heaven” share a descending chromatic line, but asserted that it is a “common building block in songs dating back 300 years and is found throughout pop music predating Wolfe's composition from 1967 or 1968,” according to the Chicago Tribune. "They are a musical building block that no one can possibly own," Ferrara said of the chromatic line, according to the LA Times. According to reports of the trial, Dr. Ferrara sat at a keyboard in the courtroom and played portions of other well-known songs that share this trait such as “My Funny Valentine” and “Michelle” by the Beatles. Dr. Ferrara compared the importance of the differences in the arrangement of notes in the songs to taking the letters in the word “treason” to write the word “senator,” noted the Chicago Tribune. The LA Times quoted Dr. Ferrara as saying that the similarities between the two songs are “absolutely meaningless.”
(dal sito della New York University)
 
(segue, ma non so quando)
(la pubblicità qui sopra è del 1909)

venerdì 5 maggio 2017

L'età dell'innocenza


 
L'età dell'innocenza (The age of innocence, 1993). Regia di Martin Scorsese. Tratto dal romanzo di Edith Wharton. Sceneggiatura di Jay Cocks e Martin Scorsese. Fotografia di Michael Ballhaus. Musica: Gounod, Mendelssohn, Balfe. Musiche per il film di Elmer Bernstein. Interpreti: Michelle Pfeiffer, Daniel Day-Lewis, Winona Ryder , Geraldine Chaplin, Robert Sean Leonard, Jonathan Pryce. Durata: 2h07'

"L'età dell'innocenza" di Scorsese, da Edith Wharton, è ambientato nel 1870 a New York e inizia con una rappresentazione del Faust di Gounod, in teatro. Un Faust senza Mefistofele, perché il momento scelto è il duetto tra Faust e Margherita. Le sequenze sono girate molto bene, la luce è quella giusta, quella che i frequentatori del teatro d'opera ben conoscono, quindi è d'obbligo citare il nome del direttore della fotografia Michael Ballhaus, molto bravo. L'allestimento è bello, i primi piani però non aiutano molto (come sempre, nell'opera) e le voci non sono un gran che, peccato. Scorsese presenta l'opera nel modo consueto dei i film americani, con tutti i ricchi wasp (bianchi, anglosassoni, eccetera) nei loro palchi a segnalare un mondo esclusivo e molto chiuso di gente ricchissima, con gioielli, carrozze di lusso e servitù; così vedono l'opera lirica negli Usa, e me ne dispiace sempre molto. All'opera, nel cinema americano, vanno i ricchi pescecani borghesi (più o meno eleganti e raffinati), oppure i mafiosi italoamericani; è raro che si riesca ad andare al di là di questi stereotipi.
 

L'esecuzione del Faust è discreta ed è in italiano, ma la dizione non è delle migliori e si fatica a capire qualche parola; al primo ascolto confesso di aver pensato a un'opera in russo, anche perché quel duetto dal Faust l'ho frequentato pochissimo e sul momento non me lo ricordavo (non da quel punto). I nomi dei cantanti, Faust e Margherita, non sono indicati nei titoli del film, così come il nome del direttore. Nella lista degli attori sono indicati i nomi degli interpreti dei cantanti: Lynda Fayes Farkas, Michael Rees Davis, Terry Cook, John Garrison. Il teatro in cui è stata girata questa scena nella realtà non è a New York, ma a Philadelphia (Philadelphia Academy of Music, Pennsylvania).
Ai sensi della narrazione, l'opera lirica viene vista come rituale vacuo per un club esclusivo di ricchi signori e signore annoiate, che magari se ne vanno via ben prima che sia finita la rappresentazione, perché l'importante non è la musica o il teatro ma è "farsi vedere" in società. E' la "finzione di essere europei" che viene rimproverata all'europea per matrimonio (e divorziata, o quasi) che è interpretata da Michelle Pfeiffer.
 

Nel corso del film si ascoltano anche musiche di Johann Strauss jr, per Capodanno e Natale; c'è un quartetto di Mendelssohn in sottofondo, e infine un arrangiamento di "Marble halls" di Balfe (dall'opera "The bohemian girl") che ci sarebbe stato bene, ma nell'originale e non nell'arrangiamento pop fine Novecento della cantante irlandese Enya (una caduta di stile, forse l'unica del film, anche se l'ascolto è tutto sommato piacevole).
Protagonista è Daniel Day-Lewis, che è innamorato della Pfeiffer ma sposa Winona Ryder per convenienza tra famiglie ricche; ci si trova bene, lei è graziosa e gentile, il matrimonio durerà a lungo ma gli rimarrà dentro il rimpianto per ciò che non è stato. A 57 anni, a Parigi con il figlio (che sa tutto, ha avuto la spiegazione dalla madre che ormai è morta) rinuncerà a vedere dopo tanti anni l'amata che non ha mai raggiunto, per non toccare il ricordo di un ideale ormai lontano; forse è questo il significato del titolo. Probabilmente renderebbe meglio l'idea una traduzione del tipo "L'epoca dell'innocenza".



Nel cast anche Geraldine Chaplin (madre di Winona Ryder), Robert Sean Leonard poco dopo il grande successo di "Dead poets society", il film di Peter Weir (interpreta il figlio di Day-Lewis e della Ryder) e Jonathan Pryce (il segretario francese, parte piccola ma bella). Curioso il nome del protagonista, Newland Archer, dove Newland è il nome di battesimo.
Nel finale si parla della "stanza dove avvengono le cose concrete della sua vita": la promessa di matrimonio, l'annuncio dell'arrivo di un figlio, il battesimo dei figli, eccetera. Stanza delle cose concrete: i sogni e gli ideali ne restano fuori?


Il film dura poco più di due ore, e si fa vedere con molto piacere. E' un notevole esercizio di stile da parte di Scorsese, reduce da film di tutt'altro tipo (Goodfellas, 1990), probabilmente il primo film da lui realizzato al di fuori dei cliché in cui era stato confinato fino allora; e piace vedere Scorsese che si sofferma su alcuni dettagli, oggetti e situazioni come la preparazione dei piatti in tavola, il taglio dei sigari, le nuovissime penne stilografiche appena inventate, e altro ancora. Si parte dagli anni '70 dell'Ottocento e si arriva negli anni '30, nel finale.
E' un buon film, molto ben fatto, una confezione sontuosa con i costumi della Pescucci e le scene di Dante Ferretti, e bella recitazione ben controllata da parte di tutti gli attori. Il problema caso mai è mio, perché non riesco a provare empatia o interesse per questi personaggi. E' un mondo che mi è del tutto estraneo, al massimo a queste persone riesco a invidiare i giardini e le biblioteche. Pare che fosse il mondo reale di Edith Wharton, che fu amica di Henry James e da lui influenzata (si vede) nonché da lui incoraggiata a scrivere.

lunedì 1 maggio 2017

Armonie di Werckmeister ( I )


Armonie di Werckmeister (2000) Regia di Bela Tarr. Scritto da Laszlo Krasznahorkay, Bela Tarr, Agnes Hranitzky. Montaggio di Agnes Hranitzk. Musica: Mihàly Vig. Fotografia: diversi operatori. Interpreti: Lars Rudolph, Peter Fitz, Hanna Schygulla, e altri attori ungheresi. Durata: 145 minuti

"Armonie di Werckmeister" è un film straordinario, di grande impatto visivo, con ottima musica (il compositore si chiama Mihàly Vig). Non è un film per tutti, ma mi sento di consigliarlo a chiunque. Basta un po' di pazienza, come sempre, ma già la sequenza iniziale è di grande bellezza e profondità; io ne sono stato subito rapito e, da spettatore molto scafato, non mi capita spesso di dover dire queste cose. Mi accorgo che è anche difficile parlarne, e quindi provo a mettere un po' in ordine le mie impressioni. Comincio dal riassunto che trovo su wikipedia.it :«In un piccolo villaggio della pianura ungherese, alla vigilia di un'eclisse di sole, fa la sua comparsa un circo costituito esclusivamente da due attrazioni: un principe e una balena. Janos, un giovane postino, è l'occhio attraverso cui si vede svolgersi l'intera vicenda. Il paesino, segnato da lotte intestine e presagi di guerra, si fa presto coinvolgere dalla dialettica del principe (che non si vede mai pur intuendone una fisionomia deforme) e si appresta a un massacro di innocenti. Opera densa di metafore ed allusioni, rimane comunque un lucido discorso politico volto alla condanna di ogni forma di totalitarismo. »
Detto questo, che non è del tutto corretto (Janos non è un postino, e il principe è solo un'attrazione da circo, da baraccone) non è che si sia spiegato il grande fascino del film; e quindi riparto dal significato del titolo. Werckmeister è una persona realmente esistita, un grande teorico della musica che fu punto di riferimento anche per Johann Sebastian Bach. La Garzantina sintetizza così: «Andreas Werckmeister (Turingia, 1645-1706) era un organista tedesco, teorico musicale, che studiò il temperamento musicale in numerose pubblicazioni. ». Paolo Terni, nelle sue trasmissioni su Radiotre del 2009-2010, ricordava che "si chiama Werckmeister III l'accordatura per La=390 hertz, e non 415 come si fa oggi". Siamo insomma a una questione fondamentale nella musica, quella che avrebbe trovato il suo punto d'arrivo definitivo in JS Bach (1685-1750) e nel Clavicembalo ben temperato. Ancora oggi, anche nel rap e nell'heavy metal e nelle canzoni di Sanremo, ci muoviamo dentro il sistema temperato che ci sembra naturale e che utilizziamo senza alcun problema; ma così non è, c'è stato un lungo percorso durato secoli per arrivare alla musica come la studiamo e la ascoltiamo oggi, e il segreto sta nei tasti neri del pianoforte: il tasto nero dopo il do può essere considerato sia come do diesis che come re bemolle. Le due note sono in realtà distinte, ma nel pianoforte e negli strumenti "temperati" sono state unite in un solo suono. Si possono distinguere e suonare con il violino (per fare un solo esempio), che è uno strumento "non temperato"; e in altre culture, come con il sitar indiano, esistono strumenti che possono suonare infinite note intermedie, che però possono essere distinte come tali solo da orecchi particolarmente raffinati.
Quale è, dunque, il sistema naturale della musica? E' un'alterazione della realtà la musica che suoniamo e ascoltiamo ogni giorno? Questa è la domanda che si pone uno dei protagonisti del film, il signor Eszter (un musicista), con questo suo monologo:
Il signor Eszter: Devo puntualizzare che non si può dubitare nemmeno per un istante che siamo di fronte ad una questione meramente tecnica, bensì tipicamente filosofica.
Nelle ricerche sul sistema musicale in oggetto giungiamo inevitabilmente a riesaminare le nostre convinzioni. Dobbiamo chiederci: “Su che cosa si basa la nostra opinione?” L’ordine armonico, al quale ogni capolavoro fa riferimento nella propria inappellabilità, esiste davvero?
Ne consegue che in effetti dobbiamo parlare non tanto di ricerche musicali quanto piuttosto del riconoscimento di un fatto antimusicale. Della rivelazione risoluta di uno scandalo occultato da secoli e particolarmente sconfortante. Infatti, la situazione vergognosa di ogni singolo accordo di capolavori di svariati secoli è falso fino al midollo.
Questo significa che l’espressione musicale, quella magia insuperabile fatta di assonanze e di accordi, di fatto si basa semplicemente su un inganno. Sì, senza alcun dubbio dobbiamo parlare di un vero inganno, anche se i più insicuri, per addolcire un po’ la faccenda, parlano di compromesso.
Che genere di compromesso? La maggioranza ormai afferma che il tono musicale puro in realtà non è altro che un sogno. Per essi, di fatto, non esistono accordi musicali puri.
E’ ora di richiamare l’attenzione sul fatto che ci sono state epoche più fortunate, per esempio quelle di Pitagora e di Aristosseno. I nostri avi usavano strumenti accordati in maniera naturale. Loro si accontentavano di suonare solo in alcuni toni. Non erano tormentati da dubbi, sapevano che l’armonia divina appartiene agli dèi.
Più tardi, tutto questo non valse più nemmeno un fico secco. Infatti, la presunzione confusa si sarebbe appropriata di tutta l’armonia divina. A proprio modo, in una certa misura, c’è anche riuscita, affidando la questione ai tecnici. prima ai pretoriani, poi ai Salinas e infine ad Andreas Werckmeister, il quale assolse al suo compito. Suddivise semplicemente in 12 parti uguali, prive di modulazioni, il sistema divino delle ottave. Di due semitoni, uno è un artificio. Egli usò solo 5 tasti neri, invece di 10; suggellando così la situazione.
Dobbiamo anche affrontare senza esitazioni la triste storia dello sviluppo dell’accordatura degli strumenti musicali, il cosiddetto “temperamento uniforme”. Dobbiamo anche ripristinare il diritto all’accordatura naturale. Con cura dobbiamo correggere gli errori di Werckmeister, quelle sette note in sequenza: è con esse che dobbiamo vedercela, dovremmo considerarle non come equivalenti nell’unità di valore di un’ottava bensì come 7 qualità distinte, come 7 sorelle sulla volta celeste.
Questo è ciò che dovremmo fare. Però dobbiamo prendere coscienza che questa accordatura naturale ha un limite. E’ una limitazione peraltro assai preoccupante, che esclude decisamente l’utilizzo dei toni in chiavi musicali più alte.
Sempre dalla Garzantina della Musica: «Francisco de Salinas (1513-1590) spagnolo, fu attivo a Roma. Cieco dalla nascita, organista e teorico musicale. Nel 1577 pubblica "De musica libri septem" che contiene tra le altre cose i più antichi esempi di canti popolari italiani e spagnoli, raccolti direttamente dalla tradizione orale. »
 
(1.segue)